La Chiesa ti ascolta negli ambienti digitali: in dialogo con Paolo Curtaz
Nello scorso dicembre a Roma è stato presentato il volume ‘La Chiesa ti ascolta. I missionari digitali si presentano’, curato da Paolo Curtaz e Rosy Russo, che raccoglie riflessioni e testimonianze di missionari e missionarie digitali, maturate nel cammino sinodale degli ultimi anni.
Nell’incontro il curatore Paolo Curtaz aveva inquadrato il contesto nel quale nasce l’esperienza raccontata nel libro: ‘Il 65% della popolazione mondiale ha un profilo social. Un dato che interpella direttamente la Chiesa, chiamata a interrogarsi su come stare in quell’ambiente’. Curtaz ha ricordato anche il Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici e il dato emerso in Francia, dove ‘il 75% dei nuovi battezzati adulti ha ammesso di essersi avvicinato alla fede attraverso un social’.
Mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, intervenuto con un video-messaggio, aveva spiegato che il libro “non è una pubblicazione sulla comunicazione, né un manuale di social network, ma la testimonianza di Chiesa che nel Sinodo ha deciso di ascoltare. La missione digitale non è una strategia di marketing, ma nasce dal battesimo ed è chiamata a confrontarsi con solitudine, ansia, esclusione, violenze simboliche”.
Invece Rosy Russo aveva ricostruito la genesi del progetto ‘La Chiesa ti ascolta’, avviato nel 2022 in accompagnamento al cammino sinodale: ‘Non c’era un budget, non c’era una strategia, non c’era niente, c’era solo il desiderio grande di essere missionari anche in questo luogo’.
Centrale l’esperienza dell’ascolto online, che ha portato alla raccolta di oltre 100.000 questionari nel mondo, di cui 10.000 in Italia: ‘Il 35% delle risposte arrivava da persone che non erano della Chiesa… Mi fa piacere che la Chiesa ascolti perché ne ha un gran bisogno’.
Il libro è il frutto di alcuni momenti forti del percorso della nuova missione digitale: ‘La Chiesa ti ascolta’ era nato dal Sinodo, che aveva dedicato spazio alla riflessione sulle nuove tecnologie. Il cammino della riflessione aveva avuto una tappa decisiva nel Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici nello scorso luglio, in cui papa Leone XIV aveva detto:
“Questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo la pace! .. E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali”.
Questo era il compito affidato da papa Leone XIV ai missionari digitali. Al teologo e ‘cercatore di Dio’, Paolo Curtaz, chiediamo se il compito affidato da papa Leone XIV ai missionari digitali di ‘nutrire’ di speranza cristiana le reti social è un compito difficile:
“Sì, lo è perché il mondo sembra avere smarrito la speranza. La percezione che abbiamo del mondo che ci circonda, alimentata peraltro dalla diffusione globale dei social che amplificano eventi e paure, è quella di una follia generalizzata, della fine del multilateralismo, il dilagare della forza, ignorando quanto faticosamente costruito negli ultimi ottant’anni. Contrapposizioni, polarizzazioni, linguaggi aggressivi rendono tutto complicato. Ed è proprio questo il momento in cui fare la differenza, abitando la rete rendendo ragione della speranza che è in noi, come scrive san Pietro nella Prima Lettera, Cristo risorto Signore della Storia”.
In quale modo la Chiesa ti ascolta?
“La Chiesa siamo noi: uomini e donne che hanno incontrato o che cercano il Dio di Gesù, che lo accolgono come da sempre, a partire dagli apostoli, ci è stato raccontato. Comunità che rendono presente il Regno, sostenute dallo Spirito, con il compito di annunciare il Vangelo in attesa della venuta definitiva di Gesù nella gloria. Ed in questo tempo di mezzo, in questa terra di mezzo, siamo chiamati a diventare profezia di una nuova umanità, per far vedere che è possibile vivere custodendo la diversità senza contrapposizioni, svelando che esiste un mistero nascosto nei secoli.
E questa Chiesa, cioè noi, abita il mondo anche se non gli appartiene e a questo mondo si rivolge. Lungo la storia le comunità si sono articolate in diversi modi: seguendo l’intuizione di un santo, abitando un territorio, condividendo una spiritualità particolare… Fra queste opportunità oggi esiste anche la rete; abitandola ascoltiamo le gioie e le speranze delle persone, secondo la Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes, e proponiamo un orizzonte”.
Quale differenza corre tra influencer e missionari digitali?
“Una differenza linguistica minima, dal mio punto di vista. Diciamo che in Italia il termine influencer viene associato a personaggi diventati famosi (Chiara Ferragni, Fedez…) ma molto divisivi. Perciò, correttamente, i sinodali hanno usato sia il termine influencer cattolici che missionari digitali. Quest’ultimo termine mette a fuoco il compito di ogni battezzato che è missionario, cioè dice di Dio, ma lo fa anche nell’ambiente digitale”.
Come comunicare la fede da ‘digitale’ a ‘digitale’?
“”Bisogna ricordarsi che digitale è uno strumento e nulla più. Ciò che fa la differenza è il contenuto. Oggi il 73% degli italiani ha un profilo social, in media si passano 100 minuti al giorno a vedere contenuti video, per i giovani ovviamente questi tempi aumentano. Come può la Chiesa abitare questa nuova Galilea? Facendolo con stile proprio, con contenuti approfonditi, sapendo di essere un ago in un pagliaio, sapendo che ci sono degli interrogativi da affrontare (chi certifica che quanto viene detto è in linea con la Tradizione apostolica?) ma starne fuori sarebbe imperdonabile.
Poi, come ricordato già da papa Benedetto XVI, la fede passa necessariamente attraverso un incontro personale ma la scintilla può partire dalla rete. Lo testimonia il fatto che sui 10800 catecumeni francesi che hanno ricevuto il battesimo lo scorso anno a Pasqua, il 75% ha affermato di avere conosciuto il cristianesimo sui social… Quindi un primo approccio virtuale per comunicare una fede reale”.
Nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali appena trascorsa, ‘Custodire voci e volti umni’, papa Leone XIV ha invitato ad un’alleanza con l’innovazione digitale: è possibile?
“Si, certo: ad esempio facendo in modo che chi è missionario digitale almeno condivida i toni e lo stile del manifesto ‘parole_o stili’ per una comunicazione non aggressiva”.
Allora nell’era digitale è possibile ‘custodire’ voci e volti che non siano avatar?
“Certamente: non è un mondo virtuale ma reale, le interazioni, le persone che dialogano, le relazioni che si creano sono reali e possono davvero essere un modo di evangelizzare”.


























