Luigi Testa: un rosario per rendere viva la carne
‘Ti condurrò da mia madre. Parole per un Rosario’ del prof. Luigi Testa, docente di Diritto pubblico comparato all’Università degli Studi dell’Insubria ed all’Università Bocconi di Milano, è un libro piccolo di formato, ma di rara densità spirituale. Quindi è un testo capace di restituire al rosario una forza affettiva, contemplativa e persino corporea che troppo spesso la devozione abitudinaria finisce per smorzare.
Le sue pagine non ‘commentano’ semplicemente i misteri: li abitano. Li attraversano con uno sguardo innamorato, ferito, tenerissimo. E proprio per questo li rendono vivi. Nel volume, come osserva anche la prefazione, il Rosario diventa ‘un appuntamento d’amore’, mentre le meditazioni si offrono come ‘ceselli di fede e di amore’, attraversati dal Cantico dei Cantici e da una lingua spirituale intensamente personale.
La bellezza più originale del libro sta nella sua capacità di dare voce ad una spiritualità cristiana segnata in modo riconoscibile anche dall’esperienza omosessuale. Non in chiave ideologica, non come rivendicazione esterna al testo, ma come timbro profondo della preghiera, come ha scritto nella prefazione il vescovo di Avellino, mons. Arturo Aiello, che parla di ‘ceselli di fede e di amore’ e di ‘squarci sul suo cuore di credente ed amante’: “l’autore consegna un libro delicato e audace, devoto e letterariamente raffinato, profondamente ecclesiale e insieme sorprendentemente libero”.
Da dove ha origine questo titolo?
“Il titolo è una suggestione che viene dal Cantico dei Cantici, che in questi anni costituisce lo ‘scenario’ di quasi tutta la mia vita interiore. Lì, ad un certo punto, l’amato e l’amata si dicono: ‘Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre’; ed ancora ‘Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; tu mi inizieresti all’arte dell’amore’.
Si tratta di una promessa densa di intimità di amore: essere condotti alla madre significa entrare nella sfera più intima di familiarità, ma anche accedere ad un’unione sponsale definitiva, tanto che ad un certo punto si parla della ‘stanza di colei che mi ha concepito’. La promessa è, dunque, quella di esser fatti entrare nella stanza degli affetti più intimi, e per restarci sempre insieme: lì lo Sposo ci insegnerà l’arte dell’amore”.
Per quale motivo abbiamo bisogno di essere ‘condotti’ da una madre?
“Le ragioni possono essere diverse, e forse è bene che ciascuno scopra da solo la propria. Quella che le pagine del volume fanno propria è una ragione tutta affettiva, che in fondo appartiene, credo, all’esperienza di ciascuno. Sarà successo a tutti, quando ci si innamora, di desiderare, ad un certo punto del cammino insieme, di conoscere la madre della persona amata; di conoscerne i luoghi dell’infanzia, la cameretta di quand’era bambino, di sentirsi raccontare di quando l’altro era piccolo, di come giocava, di cosa faceva. In fondo, abbiamo bisogno di essere condotti da Sua madre perché Lei, che, come dice il Vangelo, ‘custodiva tutte queste cose nel suo cuore’, ce ne racconti un po’, per farci innamorare ancora di più del figlio”.
Per quale motivo il rosario è ‘un appuntamento d’amore’?
“Cosa si fa in un appuntamento d’amore? Si trascorre del tempo insieme, si conosce l’altro e ci si lascia conoscere, e ci si ripete parole d’amore. Sono esattamente le cose che si fanno quando si prega il rosario. Il tutto, peraltro, in un tono di semplicità e di familiarità che manca in altre forme di preghiera o in altre devozioni private, in cui spesso è facile cedere a tentazioni di efficientismo o protagonismo. Il rosario è invece una preghiera del cuore, in cui lasciarsi andare, lasciarsi cullare, rinunciando a fare noi qualcosa”.
Quale rapporto c’è tra fede e carne?
“Mi piace moltissimo un verso dell’inno che la Liturgia ambrosiana delle ore propone in questo tempo pasquale: ‘Una carne purifica la contagiata carne’. Siamo stati purificati da una carne; siamo stati salvati e siamo amati da una carne. Il rapporto tra fede e carne, nel cristianesimo, è il rapporto più semplice che esista, perché da quando ‘il Verbo si è fatto carne’, tutta l’esperienza umana (dunque anche nella sua corporeità, nella sua fisicità) diventa luogo spirituale. Lasciare la carne (dunque lasciare l’esperienza del nostro corpo, con i suoi desideri, anche con i suoi disordini) al di fuori della preghiera intesa come rapporto vivo con Gesù vivo è cedere alla tentazione del Nemico, che vuole introdurre un’ennesima (e forse fatale) divisione in noi stessi”.
In quale modo ‘abitare i misteri’ del Rosario?
“Ciascuno ha il suo modo di abitare il proprio spazio di preghiera, ed è bene che sia così. Se posso permettermi di suggerire una modalità (ed è in fondo quello che faccio col mio libro, ma che avevo già fatto in ‘Via crucis di un ragazzo gay’), consiglierei di provare a compiere un’esperienza immersiva, attivando soprattutto il ‘sentire’, che significa anzitutto provare a passare per i sensi. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi ‘Esercizi’, consigliava di vedere, di ascoltare quello che si dice, di sentire i profumi della scena che si contempla, addirittura di toccare con il tatto, abbracciare e baciare – lui diceva: i luoghi; ma noi, con consapevolezza, possiamo anche essere un po’ più audaci… E poi lasciarsi andare. Lasciarsi condurre, appunto, anche verso dove non sappiamo”.
(Foto: Edizioni Sempino)


























