Primo maggio, il lavoro chiama la pace

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“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.

Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.

Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.

Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.

Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.

Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?

“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.

Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.

Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni,  istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.

(Tratto da Aci Stampa)

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