Per le diocesi il lavoro è principio di dignità
Uno strumento di politica attiva del lavoro che si avvia a tagliare il traguardo dei dieci anni di funzionamento. E che, stando ai numeri, ma anche alle storie di vita e professionali che ha consentito di rimettere in moto, può essere definito un’esperienza di successo. Nonché un’opportunità interessante, di cui sempre più aziende si avvalgono, per reperire personale formato e motivato.
Il Fondo Diamo Lavoro (www.fondofamiglialavoro.it, promosso per conto della diocesi di Milano da Caritas Ambrosiana e gestito attraverso il servizio Siloe e la Fondazione San Carlo) avviò la sua operatività nel luglio 2016, evoluzione dei Fondi Famiglia e Lavoro (fase 1 e 2) che la Chiesa milanese aveva lanciato per aiutare persone e nuclei colpiti da licenziamenti e disoccupazione dopo le gravi crisi finanziarie globali del 2008 e 2012. Il nuovo strumento intendeva superare la logica delle erogazioni monetarie emergenziali, puntando sulla qualificazione di persone fragili e inoccupate, in modo da attivarle e prepararle all’ingresso, o reingresso, nel mercato del lavoro.
Dal 1° gennaio 2017 (data di avvio dei primi tirocini) al 31 dicembre 2025, nelle sette Zone pastorali della diocesi ambrosiana il FDL ha ascoltato e orientato oltre 4.500 persone in cerca di lavoro, avviandone a tirocinio 1.932. I percorsi conclusi, alla fine dell’anno scorso, erano 1.839, e in ben 829 casi (il 45,08% del totale) i tirocinanti avevano trovato lavoro (722 nelle imprese in cui avevano compiuto il percorso formativo, e addirittura 107 per via di assunzione diretta pre-tirocinio).
Negli altri casi, molte persone hanno trovato occupazione in altre aziende, potendo mettere a frutto le competenze acquisite grazie ai tirocini e all’accompagnamento sociale, oltre che formativo, che il FDL assicura, e che consente di affrontare le fragilità (sociali, relazionali, educative) di cui è sovente portatore chi viene segnalato o si rivolge al Fondo.
Rilevante è anche il numero (oltre 2.200) delle aziende che hanno aderito al Fondo, mettendosi a disposizione per ospitare tirocini o vagliare possibilità di assunzione. L’elenco è in costante aggiornamento, anche grazie alla collaborazione che con il FDL hanno stretto ben 18 associazioni di categoria (dei settori commercio, artigianato, industria e servizi).
Dopo 10 anni, pur in un contesto economico, sociale e occupazionale trasformato, la funzione del Fondo, che opera in stretta connessione con i servizi diocesani e i centri d’ascolto territoriali Caritas, continua a manifestare la sua rilevanza, come ha ribadito mons. Mario Delpini, in occasione della Veglia diocesana del lavoro: “Ci sono problemi e ci sono persone: il Fondo Diamo Lavoro si prende cura delle persone, una per una, e ritiene il loro inserimento nel lavoro una vittoria e un motivo di gratitudine per chi dà una mano con il suo dono.
In un contesto segnato dall’individualismo, il FDL opera per costruire attenzione alle persone fragili e alleanze tra la formazione, l’apprendistato, la solidarietà della comunità cristiana, la disponibilità di aziende e di categorie di operatori, la prossimità a ciascuno. In un contesto accusato di indifferenza, il Fondo testimonia la presenza di tante persone disposte a impegnare tempo, risorse e competenze per farsi carico della storia e della speranza delle persone. In un tempo disastrato per l’enorme e assurdo sperpero di risorse per fare guerre e rovinare il mondo, la comunità cristiana intende investire per costruire futuro a favore di chi chiede un aiuto per produrre pace con il lavoro”.
Quindi si può sostenere il Fondo Diamo Lavoro con carta di credito online www.caritasambrosiana.it; in posta C.C.P. n. 000013576228 intestato a Caritas Ambrosiana Onlus – Via S. Bernardino 4, 20122 Milano; con bonifico C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Caritas Ambrosiana Onlus IBAN: IT82Q0503401647000000064700 con causale: Fondo Diamo Lavoro. Le offerte sono detraibili fiscalmente.
Mentre da Torino il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, riflette sulla realizzazione di forniture militari da parte delle aziende del territorio, che si propongono come ‘motore di rilancio dell’occupazione’: “Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”.
Ed ha domandato se così può andare bene, badando bene a non danneggiare operai e disoccupati: “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme. Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”.
Infatti per l’arcivescovo di Torino pace e lavoro non possono essere disgiunte: “Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?.. La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”.
E’ uno stimolo alla riflessione: “Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie) domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento”.
Da Napoli il card. Mimmo Battaglia ha definito le morti sul lavoro come ‘sacrifici’ del profitto: “Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli ‘incidenti sul lavoro’. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo”.
Quando si muore sul lavoro la civiltà fallisce: Non possiamo abituarci ai numeri. La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un ‘costo da tagliare’ e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima.
Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare. Non sono ‘morti bianche’ (non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti) sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del ‘fare di più con meno’. E’ un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo. Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto”.
Ed ha ricordato che la Costituzione italiana riconosce la dignità del lavoro: “E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il ‘pane quotidiano’ è diventato un miraggio o un ricatto.
Una democrazia ‘fondata sul lavoro’ non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia”.
Eppoi la disoccupazione lede la dignità: “E poi c’è l’altra morte, quella lenta, silenziosa: la disoccupazione. Quanti giovani vedo nelle nostre strade con lo sguardo spento, non perché manchino di sogni, ma perché gli è stata rubata la possibilità di realizzarli. La mancanza di lavoro non è solo mancanza di reddito; è mancanza di dignità.
Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità. Un padre che non può portare il pane a casa non ha solo le tasche vuote, ha il cuore spezzato. E noi, come Chiesa, come comunità, non possiamo restare a guardare. La disoccupazione è un peccato sociale. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare un sistema economico che scarta le persone come se fossero pezzi di ricambio di un ingranaggio che deve correre sempre più veloce”.
Il messaggio è un invito alla Chiesa ad essere ‘casa del pane’: “La Chiesa deve essere una ‘casa del pane’, dove il pane è frutto di terra e di lavoro dell’uomo, ma di un lavoro pulito, giusto, sicuro. Non c’è eucaristia senza giustizia sociale. Se spezziamo il Pane sull’altare ma poi giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti allo sfruttamento, quel Pane non ci nutre, ci giudica.
Fratelli, sorelle, non lasciamoci rubare la speranza, ma non trasformiamo la speranza in un’attesa passiva. La speranza è un cammino che si fa insieme. Sogniamo una terra dove il lavoro sia lo strumento per fiorire, non una catena per schiavizzare o un rischio per morire”.


























