Il Cardinale Augusto Paolo Lojudice racconta Pietro da Siena

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“…Et udito Cadì questo, mandò incontenente degli offiziali per loro; gli quali furono così raccolti dinanzi da lui; cioè, fue Frate Thomaso da Tolentino de la Marcha, Frate Iacopo da Padova, Frate Demedre (dalla Georgia), el quale era laico et sapea quelle lingue, et Frate Pietro da Siena. Et rimase Frate Pietro da Siena a casa per guardare le cose, et gli altri a quello Cadì andorono. Et essendo dinanzi da Cadì, quegli con loro cominciò di disputare de la fé nostra: et disputando così quegli non fedeli con gli nostri fedeli, dicevano che Cristo era solamente uomo et non Dio”: il martirio dei quattro francescani, raccontato dal beato Odorico da Pordenone, è riportato nel libro ‘Tommaso da Tolentino’, scritto da Paolo Cicconofri, Carlo Vurachi e Franco Casadidio, che narra la storia di questi missionari francescani, che volevano raggiungere la Cina, ma furono uccisi a Thane, in India, il 9 aprile 1321.

Nelle scorse settimane a Tolentino abbiamo incontrato il card. Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino e vescovo di Montepulciano – Chiusi – Pienza, per farci raccontare il servo di Dio Pietro da Siena: “Pietro da Siena era un grande ricercatore di Dio con tutte le caratteristiche degli uomini di quel periodo, che cercavano di mettere in pratica quell’impegno evangelico di Gesù che diceva di portare il Vangelo fino ai confini della terra. Ci hanno provato, con i limiti del loro tempo, facendo grandi cose. Poi non si è realizzato l’obiettivo, perché non sono arrivati in Cina, ma quello che conta è che abbiano fatto tutto il possibile per mettere in atto questo ‘dovere’ che ci compete e dobbiamo portare avanti: raccontare il Vangelo con le parole, ma soprattutto con la vita, fino ai confini della terra, dovunque viviamo”.

Perché intraprese, insieme agli altri tre compagni, il viaggio verso la Cina?

“La Cina era nell’immaginario occidentale irraggiungibile ed al tempo stesso un Paese ‘misterioso’. In lui c’è stata una passione che ha spinto come coloro che andavano alla ricerca di continenti nuovi. La Cina era un mondo particolare e molto lontano. Poi c’è la presenza del Signore per cui molti cristiani devono vivere la loro fede in modo sotterraneo e sono per questo i testimoni ed i martiri del nostro tempo”.

Ed allora per quale motivo è importante ricordare il loro martirio?

“Purtroppo questi quattro francescani hanno fatto quella ‘fine’, ma per fortuna sono testimoni luminosi di questo andare incontro a Gesù. Anche oggi molti cristiani sono perseguitati per la fede; anche se se ne parla poco la cristiano fobia è un male molto diffuso, per cui il martirio, non ricercato, è il più grande segno di testimonianza; per questo è accolto, come altri momenti critici dell vita, che diventa il segno visibile della testimonianza nei confronti dell’amore di Gesù”.

L’accordo sino vaticano potrebbe aprire nuove porte al Vangelo?

“Ce lo auguriamo tutti! Papa Francesco h tentato in tutti i modi, anche se ha dovuto cedere su qualcosa. E’ chiaro che l’operato della Chiesa punta al primato assoluto della comunione. Bisogna essere in comunione altrimenti non si va da nessuna parte. Certo non si può dimenticare la Chiesa ‘clandestina’, composta da uomini e donne, che sono contrari all’accordo. Credo che la via del dialogo sia quella migliore; bisogna comunque provarci, poi magari non ci si arriva ed il governo cinese resterà fermo nelle proprie posizioni e la Chiesa non potrà farci nulla, perché un accordo si fa nel dialogo. Mi auguro che tutto proceda per il meglio e si vada verso un’unità completa per tutti i cristiani che vivono in Cina nascosti nella Chiesa clandestina”.

Inoltre san Francesco è stato a Siena: per quale motivo?

“La tradizione narra che san Francesco è stato a Siena  almeno tre volte. Quella meglio attestata è quella avvenuta tra aprile e maggio 1226, pochi mesi prima di morire. Arrivò a Siena, perché era stato spinto a curarsi e, fin da allora,la città aveva un’oftalmologia molto rinomata. Giunge a Siena ed una ‘leggenda’ fondata racconta che andò in un posto, dove tuttora c’è una chiesa chiamata dell’alberino, dove la notte, prima di addormentarsi, san Francesco piantò il suo bastone e la mattina dopo miracolosamente spuntò un leccio. Però Siena è ricordata soprattutto per il piccolo testamento, che consiste in tre frasi, in quando i frati pensavano che san Francesco non riuscisse a ‘passare la notte’ e gli chiesero in tre pensieri il testamento. Poi pochi giorni di morire, a settembre 1226, fece il testamento più noto. Però questo testamento di Siena, ricordato con una riproduzione, nella chiesa dell’alberino, insieme ad una statua di legno, fatta alcuni secoli dopo dal ceppo di questo leccio, sintetizza l’operato di san Francesco: comunione tra i frati, obbedienza e povertà. Tre capitoli fondamentali della sua esistenza e della sua testimonianza”.

(Tratto da Aci Stampa)

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