‘Siamo noi il Vangelo. Un pensiero al giorno’: il Cardinale Pietro Parolin raccontato in un libro
“Tutto quello che è stato creato, va riconosciuto, curato e tutelato, valorizzato e coltivato. Solo tramite la gratitudine per il Creato, possiamo concepirlo come dono. Solo tramite il riconoscimento del dono che ci è stato fatto, ci verrà spontaneo prendercene cura”. La frase è parte di uno dei pensieri del Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin, contenuti nel libro ‘Siamo noi il Vangelo’, edito dall’Associazione Editoriale Promozione Cattolica (AEPC) di Vigodarzere-Padova.
“Il titolo trae origine da una frase articolata del servo di Dio Elia Dalla Costa, considerato dal cardinale Parolin un modello ispiratore per il suo ministero fin dall’infanzia”, ha spiegato il titolare della casa editrice, Luciano Lincetto. La prefazione è firmata da don Sergio Mercanzin, fondatore Centro Russia Ecumenica.
L’introduzione è di Romina Gobbo, la giornalista a cui il card. Parolin concesse la prima intervista dopo la nomina a segretario di Stato Vaticano da parte di papa Francesco. Sua anche la cura dei testi più recenti. Quelli più remoti sono stati invece curati da Martina Luise.
Quattrocento pagine intrise di riflessioni tratte da omelie, interviste, scritti su molteplici argomenti. In primis, la necessità della pace. Il richiamo al mondo è a deporre le armi e a ritornare alla diplomazia, prendendo esempio dalla Santa Sede, che opera al motto di ‘Molto fare, poco dire’. Il grido dei poveri è un altro tema toccato più volte, così come il rispetto della vita. C’è la vicinanza alle donne che subiscono violenza, ‘testimoni del Vangelo della sofferenza’.
Altri temi sociali trattati sono il carcere, l’accesso all’acqua potabile per tutti, il rapporto con le altre fedi, l’attenzione alle minoranze, l’economia più equa. A cuore del cardinale è l’educazione delle giovani generazioni. I giornalisti vengono esortati alla ricerca della verità. C’è anche l’omelia per la Messa di ordinazione episcopale di mons. Giuliano Brugnotto, vescovo di Vicenza, la diocesi di origine di Parolin. Esempi a cui guardare sono Madre Teresa, santa Bakhita, santa Maria Bertilla Boscardin, ma anche il cardinale ‘zelante’ Elia Dalla Costa. E, naturalmente, san Francesco d’Assisi, ‘il fraticello ribelle’.
Nel libro sono anche delineate le caratteristiche che devono avere sacerdoti, vescovi e nunzi apostolici. Molte le citazioni dei Papi, da papa Sarto, ‘innamorato di Dio’, a Giovanni XXIII con la sua ‘Pacem in terris’ richiamata più volte, da papa Montini a papa Luciani, di cui il card. Parolin è presidente della Fondazione Vaticana ‘Papa Giovanni Paolo I’, da papa Wojtyla a Benedetto XVI, da papa Francesco a Leone XIV, con il suo motto ‘disarmare le parole’.
Nell’ultimo pensiero, il 31 dicembre, il cardinale parla del suo incarico di segretario di Stato, che vive come una “grazia, perché è davvero un dono grande del Signore essere vicino al successore di Pietro nel compito di confermare i fratelli nella fede e tenerli uniti nella comunione della Chiesa”. A chiudere, le testimonianze di don Alvaro Grammatica della Koinonia ‘Giovanni Battista’, e di Raffaele Luise, vaticanista del Giornale Radio.
Alla giornalista Romina Gobbo, che insieme a Martina Luise, ha curato il libro e scritto l’introduzione, chiediamo di spiegarci per quale motivo ‘Siamo noi il Vangelo’?
“Il titolo “Siamo noi il Vangelo” riprende una frase del Servo di Dio Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, considerato dal Segretario di Stato Vaticano un modello spirituale”.
Quale Vangelo emerge dai suoi pensieri?
“Il libro è un continuum di pensieri fondato sul Vangelo e sulla dottrina sociale della Chiesa. Il card. Parolin è un diplomatico, rimasto prete perché legato alla sorgente della fede, che è l’incontro con Gesù. E Gesù è la luce che fa vedere la realtà delle cose insegnandoci la civiltà dell’amore. Questi pensieri sono l’esplicitazione puntuale della rivoluzione sociale e politica che il sapere cristiano deve portare nel mondo. La stoffa degli esseri umani è l’amore e la certezza del nostro sapere viene dalla rivelazione cristiana”.
Quali sono i ‘pilastri’ del card. Parolin nella sua azione diplomatica?
“In un paio di pensieri, il cardinale Parolin evidenzia le caratteristiche dell’azione diplomatica propria e della Chiesa: dev’essere una diplomazia dell’incontro, una diplomazia che ascolta con umiltà, agisce con compassione e cerca il bene comune sopra ogni cosa. Al centro, la persona con i suoi diritti, a cui corrispondono i doveri degli altri.
Se c’è questo duplice riconoscimento, si stabilisce la pace, altrimenti nasce la guerra. Solo con il dialogo è possibile risolvere il conflitto e su questo un ruolo fondamentale è proprio quello della diplomazia vaticana, ‘che lavora al fianco dei rappresentanti delle nazioni per promuovere la dignità umana, proteggere i vulnerabili e costruire ponti dove potrebbe prevalere la diffidenza.
Auspico che la Santa Sede e i rappresentanti delle nazioni possano andare avanti insieme, ispirati dalla speranza e dalla visione di papa Leone XIV che ha espresso il suo profondo impegno a costruire ponti, sottolineando la necessità di incontrarsi, dialogare e negoziare. Che possiamo insieme, rispondere all’appello del Santo Padre e diventare chi semina la pace che durerà nella storia, non chi mieterà vittime’, come è scritto a pag. 372”.
‘Molto fare, poco dire’: dal libro quale immagine emerge del card. Parolin?
“Molto fare, poco dire è una frase di papa Alessandro VII che, per il card. Parolin, rimane di grande attualità in un momento, come quello contemporaneo, in cui non sembra esserci una via d’uscita dalla guerra, una “guerra disumana e disumanizzante”. La pace rimane frutto della giustizia, e non solo una conseguenza del buon agire”.
Per quale motivo si è ispirato al card. Elia Dalla Costa?
“L’incontro del card. Parolin con il cardi. Elia Dalla Costa risale all’infanzia, grazie ad uno zio che aveva raccolto le testimonianze dirette delle persone, che erano state parrocchiane di Dalla Costa: ‘Mi risultò subito una figura simpatica, affascinante, attraente, nonostante il tratto ascetico, solenne, ieratico: una figura a cui ispirare, per quanto possibile, la mia vita e il mio ministero. Il riferimento a Dio era l’elemento fondante della sua identità, la fonte delle sue scelte, lo spazio vitale del suo respiro e della sua azione.
Da qui la sua dedizione assoluta alle anime, non in senso solamente spirituale, ma tenendo bene in conto le necessità materiale della gente: lo provano le sue opere durante le due guerre mondiali, l’organizzazione di una rete di protezione in favore degli ebrei perseguitati, la sua carità verso i poveri, la sua sensibilità nei confronti del mondo operaio. Era un prete, un vescovo, un cardinale zelante per Dio e per il prossimo. Lo so che l’aggettivo ‘zelante’ fa arricciare un po’ il naso ai nostri giorni. Ma a me piacerebbe essere un prete, un vescovo e un cardinale zelante, e che lo fossero tutti i miei confratelli’ è scritto nelle pagine 73-74”.
(Tratto da Aci Stampa)


























