AVSI ascoltata al Congresso degli Stati Uniti sulla diplomazia vaticana
AVSI è stata invitata lunedì 13 aprile a un briefing promosso a Capitol Hill dalla Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione in Europa (US Helsinki Commission) sul tema della diplomazia vaticana in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni.
Per AVSI ha preso la parola Jacqueline Aldrette, vice segretario generale AVSI per le relazioni con gli Stati Uniti basata a Washington DC. Aldrette ha presentato l’esperienza di oltre cinquant’anni di AVSI che, come organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo, ha intessuto un dialogo costante con la rete della diplomazia vaticana, con i nunzi e le Chiese locali nei paesi di operatività, per costruire insieme progettualità che rispondano ai bisogni autentici della popolazione più fragile.
Tra i numerosi progetti, Aldrette ha citato il caso emblematico del progetto Ospedali Aperti in Siria, ideato nel 2017 e sostenuto per gli anni seguenti dal nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, per garantire l’accesso a cure sanitarie ai siriani più poveri, sia cristiani che musulmani, in un contesto lacerato dalla guerra, e affidato per l’implementazione ad AVSI: il progetto ha curato oltre centocinquantamila persone, ha permesso di mantenere aperti degli ospedali a rischio chiusura, ha ridato speranza a persone stremate dal conflitto e dalla povertà, ha contribuito a ricucire un tessuto sociale frammentato.
Un esempio concreto che fa luce su alcune caratteristiche proprie – secondo AVSI – dell’azione della Santa Sede nel mondo: la presenza e attenzione alle persone più vulnerabili per rispondere ai loro bisogni anche nelle aree di crisi e di emergenza, nei luoghi più remoti e spesso dimenticati; la promozione di una visione integrale della persona, che ha bisogno di cibo e di una casa, ma anche di lavoro, di pace, diritti e libertà; l’apertura e accoglienza verso tutti, a prescindere dalle appartenenze religiose e il desiderio di entrare in dialogo con tutti.
Inoltre a Milano ha promosso l’incontro ‘Milano. Una città che coopera’, riunendo istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato. Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia. Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.
Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.
In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.
Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.
A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.
Un secondo elemento centrale ha riguardato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato. Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come ‘città che coopera’: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.
Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo. Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.
In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.
Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.
Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.
Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.
Un percorso che mette al centro la persona
Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise. Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.
In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.


























