Gli appelli alla pace di Papa Leone XIV e la voce della Santa Sede
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 06.04.2026 – Andrea Gagliarducci] –Papa Leone XIV ha portato personalmente la Croce in tutte le 14 stazioni della Via Crucis al Colosseo, il Venerdì Santo. È stato un gesto potente, non solo perché ha mostrato un pontefice in piena forma – come Papa Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, e anche Papa Paolo VI, che iniziò la tradizione della Via Crucis al Colosseo – ma anche perché aveva il potere delle azioni simboliche. I gesti di Leone XIV sono deliberati e radicati nella tradizione Cristiana e della romanitas. Questa è una chiave per comprendere il suo pontificato.
La scelta della mozzetta nelle occasioni ufficiali, il ritorno alla lavanda dei piedi con i sacerdoti come gli apostoli a San Giovanni in Laterano e il portare personalmente la Croce (o l’ostensorio, come fece durante la processione del Corpus Domini) segnalano tutti la sua intenzione di porre al centro l’identità della Chiesa. Attingendo a queste tradizioni, Leone XIV presenta la Fede come fondamento del messaggio della Chiesa al mondo, enfatizzando il potere dei simboli rispetto alla retorica.
Partendo da questa premessa, il Papa ha deciso di portare personalmente la Croce, sottolineando che nella sofferenza i nostri occhi devono essere fissi su Cristo. Con questo gesto, intendeva scomparire e lasciare Cristo in primo piano, come affermò nella sua prima omelia come Papa nella Cappella Sistina.
Il Papa ha inoltre reso ancora più vivido il grido di pace universale dei Cristiani.
Non è un caso che Leone XIV abbia scelto Fra’ Francesco Patton, OFM, già Custode di Terra Santa, per scrivere le meditazioni per la Via Crucis. Nell’Ottavo Centenario della morte di San Francesco, un francescano proveniente da una zona di conflitto porta un messaggio di pace.
La pace è stata al centro dell’impegno di Leone XIV fin dall’inizio del suo pontificato, quando, uscendo per la prima volta sulla Loggia delle Benedizioni, invocò la pace “disarmata e disarmante”, che solo Cristo può donare. Gli appelli alla pace di Leone XIV sono aumentati in frequenza e intensità, trovando eco nelle sue omelie e nelle sue apparizioni pubbliche.
Nella sua omelia della Domenica delle Palme, ad esempio, ha affermato: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue” (Is 1,15)».
Nel suo Messaggio Urbi et Orbi della Domenica di Pasqua, Leone XIV forse è stato ancora più urgente e risonante. «Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace!»
Sono parole forti di ammonimento e di esortazione, senza esitazione rivolte ai potenti. Ma il fatto è, che gli appelli di Leone XIV ottengono un’attenzione solo fugace prima di svanire nell’oblio. Ciò evidenzia una discrepanza tra la strategia di comunicazione simbolica del Papa e l’effettiva influenza del suo messaggio nell’attuale panorama mediatico.
Nella sua newsletter Newman, pubblicata un paio di settimane fa, Matteo Matzuzzi ha affrontato il tema del silenzio papale. Leone XIV è criticato per non essersi espresso chiaramente sulla questione palestinese, per non aver condannato direttamente Israele e per non aver affrontato i principali conflitti. I critici interpretano il suo silenzio come una riluttanza a prendere posizione o a schierarsi dalla parte della storia. Matzuzzi solleva la domanda cruciale: un Papa dovrebbe assumere posizioni politiche esplicite, oppure dovrebbe piuttosto indicare una linea guida generale e dare ai Cattolici la possibilità di agire? Questa domanda è al centro degli attuali dibattiti sulla comunicazione papale e sull’efficacia dell’approccio scelto da Leone XIV.
In definitiva, la Santa Sede è un attore globale. La Santa Sede mantiene delle relazioni diplomatiche, proprio perché queste le consentono di difendere i poveri e gli emarginati; e il Papa è chiamato a tenerne conto.
L’obiettivo di Leone XIV è l’unità e la pace, ponendo Cristo al centro e incoraggiando i Cristiani ad agire con Fede. I suoi messaggi ripetono spesso il tema del sacerdote come alter Christus, spingendo i fedeli a concentrarsi su azioni ispirate da Cristo.
Il contrasto con gli interventi estemporanei di Papa Francesco e la sua disponibilità a entrare direttamente nei dibattiti politici, evidenzia l’argomento principale: l’efficacia e la ricezione della comunicazione papale dipendono dal fatto che il Papa parli come partecipante o come simbolo guida. L’approccio schietto di Francesco ha generato un coinvolgimento immediato, ma ha anche offuscato il ruolo diplomatico unico della Santa Sede. Ciò ha fatto piacere alla stampa, che ha visto in Francesco un modo autentico di fare le cose, e anche un campione di tutte le loro battaglie, un “cavallo pazzo” destinato a creare confusione nella Chiesa, aprendola di fatto alla modernità.
Lo stile “anticonformista” di Francesco, tuttavia, ha avuto alcune gravi conseguenze – probabilmente impreviste e non intenzionali – che necessitano ancora di essere affrontate. La diplomazia è un linguaggio a sé stante, dopotutto, e abbandonarlo è molto significativo. Per quanto riguarda Papa Francesco, l’abbandono del linguaggio diplomatico ha anche diminuito l’influenza della Santa Sede; affrontare le questioni immediate attraverso encicliche e documenti non universali ha reso il Papa un attore globale tra tanti, non una figura profetica; perseguire accordi di pace a qualsiasi costo – a cominciare dal controverso accordo sui vescovi con la Cina comunista – dimostra che la Santa Sede è disposta a tutto pur di raggiungere obiettivi pragmatici.
La storia ci ha dato un Papa (Francesco) che ha avuto ampia risonanza, persino controversa, poiché è stato fonte di divisione, attaccato e lodato da ogni parte. Il pontificato di Francesco, a sua volta, ha lasciato una Santa Sede indebolita in un momento storico cruciale.
Negli ultimi anni, la Santa Sede ha visto i suoi diplomatici espulsi dal Nicaragua, ha visto fallire tre tentativi di mediazione in Venezuela e ha lanciato appelli per la fine della guerra in Ucraina che sono caduti nel vuoto, costringendo di fatto la Santa Sede a ritirarsi in una missione prevalentemente umanitaria piuttosto che diplomatica.
Leone XIV sta restaurando i simboli, ma non ha ancora restituito loro il rispetto che meritano. Sta agendo in un contesto in rapida evoluzione, dove la comunicazione è estremamente veloce, quindi la mancanza di una risposta immediata sembra essere uno svantaggio. Ma egli agisce innanzitutto per la Chiesa. Questo dispiace a molti, che desiderano influenzare il Papa. William McGurn ha scritto un duro editoriale criticando la mancanza di una posizione chiara da parte del Papa, osservando che l’Iran non può essere aiutato con delle omelie.
Queste critiche trascurano lo scopo principale del Papa e della Santa Sede: garantire equilibrio e ricercare la pace. La Dottrina Sociale della Chiesa è il suo strumento, ma l’attuazione concreta spetta ad altri. Il Papa definisce la visione; l’azione richiede la responsabilità di tutti.
Si tratta di un approccio incredibilmente sinodale, secondo il significato più autentico del termine, eppure è contestato da tutti coloro che hanno veramente promosso la sinodalità. La sinodalità dovrebbe funzionare come una sorta di democratizzazione della Chiesa, ma quando si tratta di ideologia, è necessario prendere una posizione.
Forse per questo motivo, gli appelli papali incontrano ora l’indifferenza dei media. Mentre i dibattiti passati sulla presenza mediatica del Papa suggerivano una possibile diluizione del messaggio, il contesto odierno spesso mette in secondo piano i tentativi di mediazione del Papa, illustrando la difficoltà di avere un impatto attraverso la sola comunicazione simbolica.
Il Venerdì Santo, Leone XIV portò la croce e, nell’Urbi et Orbi di Pasqua, lanciò il suo potente appello alla pace.
La speranza è anche che la Chiesa risorga e che la Santa Sede torni ad avere un impatto sul destino del mondo. Non deve essere un impatto visibile; non servono titoli di giornale. Deve avere un effetto reale.
Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican.




























