Don Dante Carraro racconta l’impegno del CUAMM in Africa

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“La vostra opera, svolta dove il bisogno è più acuto e dove la povertà costituisce una pesante limitazione nella vita e della vita stessa, si arricchisce di un significato ulteriore (un grande significato, oggi) per la visione che esprime, che reca e che esprime, in contrasto con le guerre, con le volontà di potenza nazionali, con gli egoismi alimentati da paure e da nuove chiusure”: con queste parole il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Padova aveva ricordato il 75^ anniversario della fondazione del Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari (CUAMM).

Nell’intervento aveva anche ricordato che era stato Aldo Moro a firmare il decreto con il quale riconosceva il CUAMM come prima ong italiana in campo sanitario: “Ogni passo in avanti è stato in qualche modo intravisto, anticipato dalla generosità dei medici del Cuamm, degli operatori, dei loro sostenitori. Un ponte di enorme valore. L’investimento in Africa, per il suo sviluppo è di primario rilievo per la nostra Europa: il futuro dei due Continenti e dei loro popoli è necessariamente e sempre di più fortemente connesso.

Il Piano Mattei è un avanzamento nel percorso, un foro operativo di coinvolgimento e di collaborazione. E’ importante, in questi giorni, l’autorevole presenza italiana al G20 di Johannesburg e alla conferenza in Angola tra l’Unione europea e l’Unione africana. Il Cuamm è stato apripista. La solidarietà genera fiducia. E’ un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza”.

Mentre il direttore del CUAMM, don Dante Carraro, avevs ricordato le ‘sfide’ di quest’anno: “Lo scorso anno, all’Annual meeting di Torino, abbiamo lanciato una grande sfida: costruire una Scuola per infermieri e ostetriche a Bossangoa, un’area rurale della Repubblica Centrafricana, a 80 km dalla capitale. Pochi giorni fa, ero lì e l’abbiamo inaugurata, insieme alle autorità locali. E’ stata una grande festa, un bel traguardo. La prossima settimana i primi 30 studenti centrafricani inizieranno le lezioni, è l’inizio di un nuovo futuro per ciascuno di loro . Ma l’Africa è grande e i bisogni che ci interpellano sono tanti.

La sfida che accogliamo e rilanciamo per il 2026 si chiama Nekemte, in Etiopia. Un’area che ha accolto quasi 150.000 sfollati. Un sistema sanitario al collasso, un ospedale che straripa di pazienti, una struttura fatiscente. È qui che vogliamo dare una mano e fare la nostra parte. Ed è questo l’impegno che presentiamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e all’Italia intera. E’ il nostro modo concreto di dare forma a quel ‘continente verticale’ che il Presidente, in tante occasioni, ci ha invitato a immaginare e sognare. Grazie a chi vorrà essere con noi!”

Per questo nel gennaio dello scorso anno aveva lanciato un appello affinché il ‘Piano Mattei’ non restasse una cornice ‘vuota’: “Auspichiamo che il ‘Piano Mattei’ non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti. Finalmente l’Africa diventa un interlocutore riconosciuto con cui progettare un futuro comune, non soltanto una minaccia di cui aver paura. Ci piacerebbe che chi ha il potere di indirizzare le politiche future avesse il coraggio di scelte radicali, guidate dalla consapevolezza che siamo davvero tutti ‘sulla stessa barca’, come dice papa Francesco, e che il bene e il ‘ben-essere’ del prossimo, vicino e lontano, ci riguarda tutti”.

Allora l’Africa ha bisogno di un piano ‘Mattei’?

“L’Africa è un grande continente, con tante potenzialità e speranze. La proposta del Governo italiano, con il Piano Mattei ha, come primo merito, quello di riportare l’Africa al centro dell’attenzione. Le risorse previste sono cospicue (€ 3.000.000.000 dal Fondo per il clima, € 700.000.000/800.000.000 dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono). Gli ambiti di intervento, che vanno dall’istruzione, all’agricoltura, dall’energia, all’acqua fino a quello che ci sta più a cuore, la salute, sono di fondamentale importanza. In questi ambiti, ogni aiuto è prezioso. La speranza è che si arrivi presto ai fatti e che il ‘Piano Mattei’ non rimanga un’azione isolata”.

In quale modo è possibile rilanciare la cooperazione con gli Stati africani?

“Pensiamo che, innanzitutto, siano indispensabili due atteggiamenti: l’ascolto e il dialogo, a tutti i livelli. Accettare la sfida di operare in contesti fragilissimi, come quelli africani, richiede il rispetto di quella realtà, e forse anche di più: richiede di volerle bene, benché imperfetta, faticosa, talvolta surreale per i nostri parametri. Richiede di sapersi mettere nei panni del tuo interlocutore, di guadare la realtà con i suoi occhi per cooperare insieme”.

Quanto è importante il ruolo delle Ong per rilanciare la cooperazione?

E’ fondamentale. Esiste una cooperazione che parte dall’alto e va verso il basso, ‘top-down’ ed una cooperazione che parte dal basso, ‘bottom-up’. Come Cuamm crediamo molto a questa seconda prospettiva: si parte dai problemi concreti, dalle situazioni reali, dal quotidiano. E’ questo il ruolo delle Ong. È il nostro stile che si sintetizza in quel ‘con l’Africa’. Indica un camminare insieme alle popolazioni africane, in un continuo scambio reciproco”.

E’ possibile aiutarli a ‘casa loro’?

“Da oltre 70 anni, il Cuamm cerca di aiutare gli africani proprio lì dove sono nati, prendendosi cura della loro salute e investendo molto nella formazione delle risorse umane locali. La stragrande maggioranza di chi scappa, fugge dalla fame, dalla miseria, dalla paura. Il nostro impegno è quello di contribuire a un cammino di liberazione, accompagnarlo, gettare un seme. Dobbiamo investire con più forza e sinergia nel continente africano. I giovani che incontriamo ogni giorno ci chiedono di credere in loro, cercano una dignità spesso umiliata, chiedono formazione per costruire un futuro, lì nel proprio paese”.

Quali sono le ‘strategie’ per una ‘crescita comune’?

“Partire dai bisogni reali della gente, raccogliere dati e analizzarli in modo scientifico, per trovare risposte efficaci e realizzabili in contesti a poche risorse. E’ fondamentale il coinvolgimento non solo dei Governi e della classe dirigente, ma anche delle comunità e della società civile. Ma non ci sono ricette uguali per tutti. Un esempio? Il nostro impegno in Uganda. In questo paese abbiamo iniziato nel 1958. Nei primi due decenni potevamo contare su una quarantina di volontari tutti espatriati. Ora abbiamo solo medici ugandesi ed un italiano. Nel paese c’è una relativa stabilità e la gente è fiduciosa, crede nel futuro”.

Quale è l’impegno del Cuamm negli stati africani?

“Oggi il Cuamm è impegnato in otto paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), in 21 ospedali, 124 distretti, oltre 860 strutture sanitarie, 4 scuole per infermieri ed una università. ‘Paesi fragili’ ed ‘ultimo miglio’ sono le scelte prioritarie. Interveniamo a tutti i livelli del sistema sanitario, negli ospedali, nei centri di salute e nelle comunità, per la salute delle fasce più deboli della popolazione, le mamme e i bambini. Ma ci occupiamo anche di grandi endemie come malaria, Tb e Hiv/Aids, di malattie non trasmissibili. Molto importante è la formazione del personale locale a vari livelli, nelle scuole per infermieri e ostetriche, nelle università e on the job”.

(Tratto da Aci Stampa)

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