Papa Leone XIV invita a rinnovare la missione di Cristo che porta pace
“Di nuovo il Signore ci porterà al vertice della sua missione, perché la sua passione, morte e risurrezione divengano il cuore della nostra missione. Quanto stiamo per rivivere, infatti, ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita”: presiedendo questa mattina la messa crismale papa Leone XIV ha riflettuto sul significato della missione cristiana. In ambito pastorale, sociale e politico nel ricordo di san Romero arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare nel 1980.
La riflessione omiletica del papa si è concentrata sulla missione sacerdotale: “Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come vescovo di Roma, desidero riflettere con voi sulla missione a cui Dio ci consacra come suo popolo. E’ la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità”.
Infatti la missione significa che qualcuno è stato inviato: “Quanto Gesù vive nei momenti culminanti della sua missione è anticipato dall’oracolo di Isaia, da Lui indicato nella sinagoga di Nazaret come Parola che ‘oggi’ si avvera. Nell’ora della Pasqua, infatti, diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. ‘Mi ha mandato’, dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo ‘apostolica’ una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature”.
Inoltre la missione comporta l’abbandono di certezze: “Sappiamo che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo. E’ interessante che ‘con la potenza dello Spirito’, disceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, Gesù ritorni in Galilea e venga ‘a Nazaret, dove era cresciuto’. E’ il luogo che ora deve lasciare. Si muove ‘secondo il suo solito’, ma per inaugurare un tempo nuovo.
Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”.
Quindi la missione comporta anche una rinascita: “La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione.
Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. E’ un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio”.
E per incontrare l’altro occorre uno svuotamento: “Il cammino di Gesù ci rivela che la disponibilità a perdere, a svuotarsi, non è fine a sé stessa, ma condizione di incontro e di intimità. L’amore è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è ‘lieto annuncio ai poveri’ se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso”.
Per il papa l’incontro missionario non avviene con la violenza, in quanto la salvezza si manifesta attraverso la ‘lingua materna’: “Di conseguenza, è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. E’ la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna”.
La missione non è impositiva, ma accetta l’ospitalità: “Per stabilire questa sintonia con l’invisibile, occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista… Questo avviene solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra”.
In questo senso la ‘croce’ è parte della missione: “Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto… La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”.
Ma dopo la ‘crocefissione’ c’è la ‘resurrezione’, come aveva scritto san Oscar Romero: “Quante risurrezioni anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. E’ vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”.
L’omelia è terminata con il messaggio dell’Apocalisse (‘Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra’): “Questo saluto fa sintesi del cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano. Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
(Foto: Santa Sede)




























