Verso la definizione di un pontificato

Papa Leone XIV
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.03.2026 – Andrea Gagliarducci] –Mentre ci avviciniamo al primo anniversario della sua elezione, sembra che Papa Leone XIV stia iniziando a rivelare i contorni e la sostanza del suo pontificato.

Solo nell’ultima settimana, due eventi hanno evidenziato caratteristiche specifiche del pontificato di Leone XIV: l’Ordinanza emessa dal Tribunale d’appello della Città del Vaticano, che potrebbe ribaltare le sorti del cosiddetto “processo del secolo” [*]; la convocazione dei Presidenti delle Conferenze Episcopali mondiali per commemorare il decimo anniversario di Amoris laetitia. Questi due eventi sembrano completamente scollegati, e in effetti lo sono.

Il primo – l’Ordinanza del Tribunale d’appello – non è nemmeno una decisione di Leone XIV, ma più probabilmente una conseguenza del cambio di pontificato, in cui non c’è più un Papa che intervenga nel processo e ne plasmi in qualche modo l’esito.

Il secondo, una decisione diretta del Papa, ci mostra qualcosa di molto importante su come Leone XIV intende seguire Francesco.

Entrambi gli sviluppi ci dicono qualcosa, in qualche modo, su chi sia Papa Leone XIV e su come governi effettivamente.

L’Ordinanza della Corte d’appello vaticana riguarda il cosiddetto “processo Becciu” sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Il processo verteva, tra l’altro, sul Cardinale Becciu e sulla sua decisione, in qualità di Sostituto, di inviare aiuti a una cooperativa Caritas nella sua diocesi di origine, nonché sulla sua relazione con l’autoproclamata operatrice umanitaria Cecilia Marogna per la liberazione di diversi ostaggi. Il punto cruciale della vicenda, tuttavia, era l’investimento della Segreteria di Stato in un immobile di lusso a Londra, che si è rivelato un’ingente perdita a seguito di diversi cambi di proprietà e del successivo rifiuto dell’Istituto per le Opere di Religione di fornire un anticipo finanziario alla Segreteria di Stato, evento che ha portato infine a una denuncia formale e all’avvio di un procedimento giudiziario.

Durante le Udienze del processo di primo grado, conclusosi con la condanna di nove dei dieci imputati a 38 anni di reclusione e al pagamento di circa 200 milioni di euro di multe, gli imputati hanno ripetutamente sostenuto che il processo stesso fosse stato “viziato” da diverse irregolarità.

In primo luogo, la documentazione resa disponibile dal Promotore di giustizia (il procuratore vaticano) era piena di omissis, il che ne rendeva difficile la contestualizzazione. Questi omissis sono stati poi rivelati quando sono state pubblicate in un’altra inchiesta correlata, che ha anche rivelato un rapporto tra il Promotore di giustizia e due persone che esercitavano influenza su Monsignor Alberto Perlasca. Quest’ultimo era inizialmente imputato, poi testimone chiave e infine considerato, nel corso del processo, solo una persona informata dei fatti.

Il secondo problema è che Papa Francesco ha firmato, durante le indagini, quattro rescritti, che hanno modificato la legge in corso d’opera. Questi rescritti erano rimasti riservati e sono stati resi pubblici solo durante il processo, rendendo il lavoro della difesa ancora più complesso.

Tutte queste problematiche sono emerse durante il processo di primo grado, senza tuttavia risolverle.

Il giudice Presidente, Giuseppe Pignatone, pur garantendo la massima trasparenza e la possibilità di interrogare e controinterrogare, non ha affrontato la questione. La sentenza è apparsa immediatamente molto discutibile, anche perché le motivazioni, in alcuni casi, non dimostravano la colpevolezza “provata”.

Il processo d’appello, tuttavia, si è rivelato immediatamente diverso. Il giudice Presidente, l’Arcivescovo Alejandro Arellano Cedillo, ha aperto la porta alla possibilità di ricusazione del Promotore di giustizia Alessandro Diddi, come richiesto dalla difesa. Il Promotore di giustizia si è quindi astenuto dal proseguire il processo, una decisione che ha di fatto impedito l’accertamento delle sue responsabilità. Pertanto, lo stesso appello del Promotore di giustizia è stato dichiarato inammissibile per evidenti vizi procedurali. Infine, lo scorso 17 marzo, con un’Ordinanza di 16 pagine, la Corte d’appello ha dichiarato nullo e non valido il processo di primo grado, accogliendo molte delle riserve della difesa.

Le conclusioni del processo di primo grado restano valide, ma il dibattimento verrà rinnovato in sede di secondo grado, poiché la difesa non è stata in grado di acquisire una piena comprensione della situazione e perché i rescritti di Papa Francesco hanno di fatto creato le condizioni per un “cambiamento di paradigma” nel diritto penale della Città del Vaticano, fortemente sfavorevole alla difesa.

Con un brillante gioco di prestigio giuridico, a prescindere da ciò che si pensi della sua sostanza, i giudici non hanno ribaltato le decisioni di Papa Francesco. Hanno semplicemente dichiarato nulle e non valide le conseguenze e riavviato il procedimento non dall’inizio, ma dal momento in cui sono entrati in carica.

In sostanza, i giudici hanno evitato di affermare che Francesco non avesse il potere di fare ciò che ha fatto – dopotutto era il sovrano assoluto dello Stato della Città del Vaticano – ma hanno constatato che non ha effettivamente realizzato ciò che si era prefissato, perché i rescritti sono stati eseguiti in modo improprio dal punto di vista tecnico-procedurale. Non si tratta di una damnatio memoriae, ma certamente riapre il procedimento.

Nonostante la loro cautela “diplomatica” – se così si può dire – è chiaro che il nuovo processo potrebbe portare a conclusioni completamente diverse da quelle di primo grado.

In altre parole, non partiamo da zero, ma ricominciamo da capo – e questa è la caratteristica centrale del pontificato di Leone XIV.

Il dibattito sulla continuità o discontinuità con Papa Francesco è sterile perché Leone XIV stesso non è interessato. Apporterà correzioni laddove lo riterrà necessario, ma senza ripudiare quanto successo in precedenza. La Corte d’appello ha applicato questo ragionamento. Ma lo ha fatto perché è il ragionamento del Papa. Ed è evidente nella convocazione di tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali per il decimo anniversario di Amoris laetitia.

Il dibattito su Amoris laetitia si è sviluppato principalmente attorno a una nota, che sembrava consentire ai divorziati risposati di ricevere la comunione. Questa questione aveva causato notevole confusione tra i fedeli, dato un testo che tuttavia riaffermava questioni fondamentali della Fede e che aveva anche portato ai famosi dubbi dei quattro cardinali.

Quei dubbi erano rimasti senza risposta, molti dei cardinali che li avevano sollevati erano ormai deceduti, ma ora Leone XIV riparte da lì. Non demonizza l’Esortazione; non stabilisce una nuova procedura, ma si limita a celebrare il decimo anniversario del documento, rievocandolo in un testo che ne evidenzia tutti i passaggi non controversi e convocando tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali per un dibattito volto ad aggiornarli.

Questo non significa che l’Esortazione verrà rinnegata. Significa, tuttavia, che verrà vista sotto una luce diversa.

I contorni e la sostanza del pontificato, in breve, sembrano delinearsi come segue: nessuna rottura con il passato, ma piuttosto aggiustamenti, correzioni e chiarimenti, nel tentativo di rimanere in linea con la storia della Chiesa, che certamente non si è conclusa con il pontificato di Papa Francesco, così come non si è conclusa con i pontificati precedenti.

Ecco perché non dobbiamo aspettarci grandi rivoluzioni da Leone XIV. Tutto cambierà a tempo debito. Ma nel frattempo, Leone ascolta. E, passo dopo passo, agisce se lo ritiene opportuno. Non è una rivoluzione, non è una restaurazione. Semplicemente, è un pontificato: il pontificato di Leone XIV.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican.

[*] Papa Leone XIV ha affermato esplicitamente di non intendere intervenire nei procedimenti giudiziari in corso e, dunque, di non voler condizionare il cosiddetto “processo Becciu”. Tuttavia, ha compiuto un gesto ben più significativo: ha richiamato la magistratura vaticana al rispetto della giustizia e dei principi del giusto processo.

Il nodo centrale del “processo Becciu”, già evidenziato in precedenza, riguarda infatti il rispetto dei principi fondamentali del giusto processo: accesso integrale agli atti, parità tra accusa e difesa, trasparenza delle procedure, indipendenza del giudice. Principi che, lungi dall’essere meri formalismi, costituiscono il fondamento di ogni autentico Stato di diritto. Eppure, proprio su questi aspetti cruciali, il “caso Becciu” continua a sollevare interrogativi gravi e persistenti. Qualora tali criticità non venissero risolte, un intervento del Pontefice regnante potrebbe risultare inevitabile.

La Corte d’appello, con l’ordinanza del 17 marzo scorso, ha intimato all’Ufficio del Promotore di giustizia di «depositare in Cancelleria entro il 30 aprile tutti gli atti del procedimento istruttorio nella loro versione integrale». Ciò comporta che verranno finalmente resi disponibili, anche in sede dibattimentale, tutti i materiali precedentemente omissati: dalle chat integrali agli interrogatori completi. Tali elementi, finora mancanti, costituivano il fondamento delle eccezioni sollevate dalle difese nel corso di oltre due anni di processo. È stata inoltre fissata al 22 giugno la comparizione delle parti, al fine di stabilire il calendario delle udienze.

La dichiarazione dell’Ufficio del Promotore di giustizia vaticano, che si riserva di impugnare l’ordinanza della Corte d’appello del 17 marzo — e quindi di proseguire nel mancato deposito integrale degli atti — comporta innanzitutto un ulteriore rallentamento dei tempi processuali. Ma soprattutto solleva un interrogativo di fondo: si renderà necessario l’intervento del Pontefice regnante per ottenere il rispetto delle decisioni della Corte d’appello e dare esecuzione a un’ordinanza già emessa dal Tribunale di primo grado e rimasta disattesa?

A quel punto sarà chiaro se il Pontefice regnante esercita pienamente la propria funzione di governo, dimostrando fermezza e imparzialità. Lo si comprenderà dalla direzione che assumerà il “processo Becciu”, anche alla luce dell’eventuale impugnazione dell’ordinanza da parte dell’Ufficio del Promotore di giustizia.

Il Promotore di giustizia, Alessandro Diddi, che secondo alcuni osservatori dovrebbe aver lasciato già il proprio incarico, continua invece a opporsi, ostacolando — secondo questa ricostruzione — il corso della giustizia, il cui fine è l’accertamento della verità, senza ulteriori ostacoli artificiosi né inutili perdite di tempo (Staff del Blog dell’Editore).

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