Cinque anni dopo. Il nodo irrisolto del processo Becciu: le prove mancanti, la verità sospesa e la crisi della giustizia vaticana

Accertare la verità
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.03.2026 – Ivo Pincara] – Abbiamo seguito il “caso Becciu” dal principio – dal 26 novembre 2019 – con l’ intervento di Papa Francesco, durante l’incontro con i giornalisti sull’aereo che lo riportava a Roma da Tokyo, nelle vicende che poi diventeranno il “caso Becciu”, quando la Sala Stampa della Santa Sede il 24 settembre 2020 comunica che «il Santo Padre ha accettato la rinuncia alla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e dai diritti connessi al Cardinalato, presentata da Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu». Poi, negli ultimi mesi abbiamo osservato con attenzione, e crescente preoccupazione, gli sviluppi del cosiddetto “processo del secolo”, mettendo in luce, da un lato, l’opacità dell’azione degli inquirenti vaticani e, dall’altro, la fiducia – nonostante tutto – che la verità potesse ancora emergere nel nuovo grado di giudizio.

Gli articoli L’opacità degli inquirenti vaticani nel caso Becciu: vogliamo la verità, nient’altro che la verità e In attesa del nuovo processo con fiducia che la verità sarà accertata hanno tracciato con chiarezza il perimetro della questione: non si tratta semplicemente di un caso giudiziario, ma di una prova decisiva per la credibilità stessa della giustizia vaticana.

Il nodo centrale, già evidenziato, riguarda il rispetto dei principi fondamentali del giusto processo: accesso integrale agli atti, parità tra accusa e difesa, trasparenza delle procedure, indipendenza del giudice. Principi che, lungi dall’essere meri formalismi, costituiscono il fondamento di ogni autentico Stato di diritto. E tuttavia, proprio su questi punti cruciali, il “caso Becciu” continua a sollevare interrogativi gravi e persistenti.

Il testo che riportiamo di seguito, firmato da Andrea Paganini, si inserisce in questo solco critico e ne rappresenta un ulteriore, documentato, approfondimento. A quasi cinque anni dalla prima udienza, Paganini ricostruisce con precisione un passaggio emblematico dell’intera vicenda: l’ordine del Tribunale di primo grado di consegnare integralmente il materiale probatorio alle difese e la successiva, clamorosa, resistenza dell’accusa a darvi esecuzione. Un episodio che, lungi dall’essere marginale, appare oggi come la chiave di lettura di molte delle anomalie denunciate.

La riflessione proposta da Paganini non si limita a una cronaca dei fatti, ma pone una domanda di fondo che interpella tutti: è possibile parlare di giustizia quando le regole del processo sembrano piegate a esigenze contingenti? E soprattutto, può esistere verità senza trasparenza?

In continuità con quanto già pubblicato, nel suo contributo, Paganini invita il lettore a non distogliere lo sguardo da una vicenda che, al di là dei singoli protagonisti, tocca principi universali e non negoziabili. Perché, come è stato giustamente scritto, non basta invocare il “giusto processo”: occorre garantirlo, nei fatti.

Attenzione!
di Andrea Paganini
Facebook, 22 marzo 2026

Il 27 luglio del 2021 – quasi cinque anni fa, durante la primissima udienza del “processo del secolo” – il Giudice del Vaticano Giuseppe Pignatone ordinò all’Ufficio del Promotore di (in)giustizia di consegnare immediatamente alle parti “anche le mancanti sezioni del fascicolo – che consta in tutto di 28mila pagine, i supporti informatici, le registrazioni degli interrogatori”, come eccepito dalle difese degli imputati.

In aula ne erano presenti solo due: Becciu e il suo ex Segretario Carlino.

Particolarmente ampio fu l’intervento dell’Avvocato Luigi Panella, difensore di un altro imputato, il quale chiese la nullità della richiesta e del decreto di citazione a giudizio, sia per la mancata consegna alle parti di una corposa parte del fascicolo, sia contestando la compatibilità del procedimento con i principi del “giusto processo”. In particolare i quattro “rescritti” del Pontefice concessi per svolgere operazioni, tra cui le misure cautelari emesse dal Promotore di giustizia senza il vaglio di un giudice istruttore, configuravano un quadro di “assoluta discrezionalità” nel derogare alla legislazione vigente (“non accade in nessuna legislazione del mondo”), che sospendeva persino il principio dell’”habeas corpus” sulle restrizioni della libertà personale, costituendo “questo Tribunale come un Tribunale speciale”, con una “procedura penale ad hoc”, che “sospende alla certezza del diritto”.

Ecco: oggi siamo ancora esattamente – e vergognosamente – a quel medesimo punto di cinque anni fa!

Sì, perché il 10 agosto 2021 il Promotore di (in)giustizia Alessandro Diddi si oppose all’ordine del giudice.

Io scrissi in quell’occasione: “Razionalmente inspiegabile! Immaginate: in un processo il giudice ordina all’accusa di consegnare il materiale probatorio integralmente (in questo caso i video delle testimonianze di Perlasca), affinché anche le difese ne prendano conoscenza, e l’accusa che fa? Risponde picche: ‘non obbedisco!’ Cosa succederebbe in un tribunale normale, in uno stato di diritto? L’accusa verrebbe sanzionata e costretta a obbedire. Qui no: qui il copione è già scritto in partenza e c’è un uomo da appendere al cappio. ‘Questione di privacy’, dicono! A Perlasca la privacy, a Becciu il cappio! Osceno! Irrazionale! Anticristiano!”

E il Promotore di (in)giustizia Diddi continuò a opporsi a quell’ordine per ben sette mesi. E poi che successe? Diddi cedette? Finalmente obbedì? No: cedette – sotto quali pressioni? – il Giudice Giuseppe Pignatone – nel frattempo indagato per favoreggiamento alla mafia! – e rinunciò al suo ordine! Incredibile, no?

Ebbene, oggi siamo esattamente allo stesso punto; solo che ora l’ordine di consegnare tutte le prove (anche quelle scomode per l’accusa) è stato impartito dal Giudice del Processo d’appello, Alejandro Arellano Cedillo.

Già, sentite: il 15 dicembre 2023, il giorno prima della sentenza di condanna del Card. Becciu (una condanna assurda, senza un briciolo di prova), Vatican News, da sempre aprioristicamente colpevolista, nel senso che spesso non ha contemplato il diritto umano alla presunzione d’innocenza, millantava la correttezza del procedimento penale imbastito per condannare un innocente: “124.563 pagine cartacee e in dispositivi informatici e 2.479.062 files analizzati presentati dall’accusa, 20.150 pagine (…). Numeri alti che restituiscono l’ampiezza e l’accuratezza del dibattimento che il Tribunale vaticano ha voluto fossero sin dall’inizio la cifra del processo per la gestione dei fondi della Santa Sede. Processo – il più lungo e articolato che si sia mai celebrato tra le mura leonine – definito il ‘century trial’, il processo del secolo…”.

Ecco, Signori della Stampa Vaticana e Signori dell’Ufficio del Promotore di (In)Giustizia: esattamente questi documenti, finalmente, dopo tanti anni di persecuzione di un innocente, devono essere consegnati alle difese. È chiaro?

Non basta parlare di “giusto processo” e di “trasparenza”.

Il giudice ha confermato ciò che da sempre sosteniamo: questo processo era una farsa che non ha garantito affatto i requisiti minimi per il diritto umano al giusto processo. E di trasparenza non s’è vista nemmeno l’ombra (ma non perché fosse trasparente, perché non c’era)!

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