Processo Becciu: tutto da rifare. Ulteriori riflessioni a seguito dell’Ordinanza della Corte d’appello vaticana del 17 marzo 2026

Ora si faccia spazio alla verità
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.03.2026 – Ivo Pincara] – Condividiamo altri contributi di alcuni commentatori, a seguito dell’Ordinanza del 17 marzo 2026 con i giudici della Corte d’appello vaticana hanno decretato la nullità relativa del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, conosciuto come il “processo Becciu”.

  • Caso Becciu. Processo da rifare, la Chiesa è più forte dei suoi errori (e la verità può emergere). Secondo la pronuncia della Corte d’Appello vaticana, il processo ad Angelo Becciu è da rifare perché nullo. Ora si faccia spazio alla verità di Renato Farina – Il Sussidiario,19 marzo 2026
  • Il cardinale fatto a pezzi senza diritto alla difesa. Un abominio di Vittorio Feltri – Il Giornale, 19 marzo 2026
  • Becciu confida nel nuovo processo. “Innocente, la verità verrà a galla” di Jacopo Scaramuzzi – la Repubblica, 19 marzo 2026

Caso Becciu
Processo da rifare, la Chiesa è più forte dei suoi errori (e la verità può emergere)
Secondo la pronuncia della Corte d’Appello vaticana, il processo ad Angelo Becciu è da rifare perché nullo. Ora si faccia spazio alla verità
di Renato Farina
Il Sussidiario,19 marzo
2026

C’è un fatto, prima ancora di ogni interpretazione. La Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano ha dichiarato la nullità del giudizio sul caso Becciu e ha disposto la rinnovazione del processo. Non si tratta di una correzione marginale, ma di una decisione che tocca il fondamento stesso della giustizia. Ed è qui che occorre sostare, senza precipitazioni. La Chiesa porta dentro di sé, da duemila anni, una capacità singolare: può sbagliare nelle sue forme storiche, nelle sue strutture temporali, persino nei suoi atti di governo, e insieme possiede – per grazia – la possibilità di riconoscere l’errore e di correggerlo.

Questo non ne diminuisce l’autorità, ma la manifesta nella sua verità più profonda. Vale anche per la giustizia vaticana, che è giustizia di uno Stato, e dunque realtà laica nel senso più serio: sottoposta alla ragione, al diritto, al contraddittorio. Proprio per questo i suoi atti possono essere giudicati, anche quando si intrecciano con decisioni del Papa.

L’ordinanza della Corte d’Appello individua due motivi fondamentali di nullità, che è bene riportare con precisione.

Primo: il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio. L’Ufficio del Promotore di giustizia non ha depositato integralmente le risultanze raccolte durante la fase istruttoria; alcuni documenti sono stati presentati con omissis, in violazione dell’articolo 355 del codice di procedura penale. La Corte ha ritenuto che ciò abbia compromesso il diritto dell’imputato e dei suoi difensori alla piena conoscenza degli atti, rendendo nullo il giudizio ai sensi dell’articolo 363.

Secondo: la mancata pubblicazione dei Rescripta pontifici. Quattro Rescripta, con impatto diretto sul procedimento, non sono stati pubblicati tempestivamente; in particolare quello del 2 luglio 2019, che introduceva disposizioni innovative, non è stato reso noto alle parti. La mancata pubblicazione ha impedito agli imputati e ai loro difensori di conoscere e contestare gli atti adottati sulla base di tali Rescripta, violando il diritto al contraddittorio e alla difesa.

La legge

Qui si impone una chiarificazione. Il Rescriptum è un atto con cui il Papa, nell’esercizio della sua autorità, dispone in forma diretta su una materia concreta, anche incidendo sull’ordinamento. Ma proprio perché può avere natura normativa, esso deve essere conoscibile. La tradizione giuridica è limpida: lex a legendo. La legge viene dal poter essere letta. Se non è promulgata, non è legge. Ed è esattamente questo il punto che la Corte ha riconosciuto.

Non siamo davanti a una questione tecnica, ma a un principio elementare di civiltà giuridica: nessuno può difendersi da una norma che non conosce. Già dall’inizio del processo avvocati come Luigi Panella e Natale Callipari avevano sollevato con rigore questi nodi, spesso nel silenzio generale; successivamente i difensori Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo hanno insistito su queste violazioni, oggi riconosciute nel loro fondamento.

Chi scrive, lavorando sulle carte, seguendo le trascrizioni dei dibattimenti, entrando nel merito degli atti, ha maturato – per quel che può valere – la convinzione dell’innocenza del cardinale Angelo Becciu e di altri imputati, e insieme l’impressione, sempre più netta, del coinvolgimento di altri soggetti rimasti misteriosamente indenni. Non si tratta di una tesi ideologica, ma di un giudizio che nasce dall’esame dei fatti. Non va dimenticato, inoltre, un dato decisivo, troppo spesso taciuto: Becciu è già stato definitivamente assolto dall’accusa di truffa relativa al palazzo di Londra.

E tuttavia il punto più profondo non è questo. Nel diritto canonico vige il principio: Prima Sedes a nemine iudicatur. La Sede di Pietro non è giudicata da nessuno. Ma questo principio non significa che tutto ciò che avviene sotto l’autorità del Papa sia sottratto alla ragione e alla giustizia. Al contrario, ne accresce la responsabilità. Nessuno, sulla scena di questo mondo, è sottratto alla ragionevolezza. Tanto meno la Chiesa, bagnata dalla rugiada dello Spirito Santo.

L’autorità, se non è conforme alla giustizia, si svuota. Sant’Agostino lo dice con una radicalità che non ammette attenuazioni: remota iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia? Senza giustizia, gli Stati non sono che grandi associazioni di briganti. Vale per ogni potere, e dunque anche per quello che nella Chiesa si esercita nelle forme temporali.

In questo quadro si comprende meglio anche la posizione di Papa Leone XIV. Egli non è intervenuto, neppure di striscio, per condizionare il processo. Ha fatto qualcosa di più essenziale: ha richiamato, anche recentemente, la magistratura vaticana al rispetto della giustizia e dei criteri del giusto processo, indicando – in piena sintonia con Agostino – che senza giustizia non esiste legittimo esercizio dell’autorità. Non ha imposto esiti. Ha chiesto che si rispettino le condizioni perché la verità possa emergere. È una linea profondamente razionale, e perciò ecclesiale.

Papa Francesco, dal canto suo, ha portato sulle spalle il peso di una riforma necessaria, cercando trasparenza nella gestione economica della Santa Sede. Questo sforzo va riconosciuto con lealtà. Ma proprio per questo, la ricerca della verità non può svolgersi fuori dalle forme della giustizia: verità e giustizia stanno o cadono insieme.

La breccia

Ora si apre una fase nuova. Il processo dovrà essere rifatto. Gli atti dovranno essere integralmente accessibili. Le norme dovranno essere conoscibili. Il contraddittorio dovrà essere reale. Solo così sarà possibile arrivare a una verità che non sia semplicemente proclamata, ma riconosciuta come giusta. E forse, paradossalmente, è proprio questo passaggio, così faticoso, a mostrare qualcosa di decisivo: che la Chiesa, anche quando inciampa nelle sue forme storiche, non è prigioniera dei propri errori. Può riconoscerli. Può correggerli. Può ripartire. Qui si è aperta una breccia. E da lì può passare la verità.

Il cardinale fatto a pezzi senza diritto alla difesa
Un abominio
di Vittorio Feltri
Il Giornale, 19 marzo 2026

E adesso che si fa? Che farà papa Leone XIV? Deporrà dalla croce il cittadino vaticano, prima ancora che cardinale, Angelo Becciu? Era stato inchiodato ed esposto al mondo come un Barabba alle 18 e 30 di giovedì 20 settembre 2020, accusato di aver rubato i soldi che il Papa aveva destinato ai poveri. Testuale. Inoltre avrebbe sperperato l’obolo di San Pietro in affari da bandito. Cinque anni e sei mesi dopo, la Corte d’Appello ha annullato questo Golgota fasullo, ingiusto, annullando non solo la sentenza ma anche il rinvio a giudizio: tutto.

Sono combattuto tra due sentimenti. Ma prima del sollievo e della gioia per l’azzeramento del processo e dell’istruttoria, in me è più forte l’incazzatura, che in latino si tradurrebbe con furor, ira, excandescentia.

Chi restituirà questa esposizione ostinata, indifesa, avendo contro Stato e Chiesa, popolo e prelati, giornali e televisioni, destra e sinistra, santi e diavoli? Qualcuno c’è stato, e scusatemi, sono costretto a indicare anzitutto l’inchiesta che ho firmato, con alcuni collaboratori, per Libero, sin dal 18 novembre del 2020.

Insomma, l’ordinanza è uscita: sedici clamorose paginette gelide nella loro crudeltà chirurgica contro la magistratura di primo grado — pubblici ministeri, che qui si chiamano promotori di giustizia, e giudici del tribunale, inerti dinanzi allo scempio del diritto praticato dalla procura papale. Ho ricevuto una telefonata. Ho subito cercato riscontri su Internet. Il Corriere della Sera, versione web, è stato prontissimo. Aveva spedito il cardinale impalato da papa Francesco in prima pagina. Adesso delicatamente ripone il cadavere riabilitato di Becciu tra le pieghe della cronaca romana, come fosse un incidente di quartiere.

Ma come? La Corte d’Appello vaticana rovescia il tavolo da cui è stato confezionato il sacco in cui è stata infilata e presa a bastonate la reputazione di un piccolo prete sardo, innalzato alla porpora, e gli dai meno peso dell’invasione di un cinghiale. Ha stabilito che il processo Becciu nasce viziato. Non nel dettaglio, ma all’origine. Nelle regole. Nella legge. Che durante il procedimento è cambiata senza essere resa conoscibile agli imputati. Tradotto: si è impedito di difendersi. E questo, in qualsiasi ordinamento che voglia dirsi civile, si chiama una cosa sola: violazione del diritto.

Legge viene da leggere. Una norma esiste se è leggibile, conoscibile. Se non puoi leggerla, non è legge: è arbitrio. Non serve essere Severino o Flick per capirlo; basta essere alfabetizzati. Eppure proprio i grandi giuristi hanno taciuto, mentre un uomo veniva inchiodato al pubblico ludibrio. Torniamo a quel 24 settembre 2020, alle 18 e 5, a Santa Marta: un articolo de l’Espresso — non ancora in edicola — già sulla scrivania del Papa, un’udienza di venti minuti, e poi la caduta immediata, globale, senza contraddittorio. Una crocifissione cautelare, come è stata definita da Alberto Melloni. Da quel momento Becciu non è più un indagato, ma un colpevole. Come lo sceriffo di Nottingham, e il resto del mondo si sente Robin Hood.

E nessuno osa alitare qualcosa che somigli a un dubbio.

Nessuno tra i grandi giornali, travolti dall’unanimismo; nessuno tra quelli ecclesiastici, per timore di sembrare contro Francesco; nessuno tra gli intellettuali che pure amano erigersi a coscienza critica del Paese. La sparizione dello spirito critico è stata la vera anomalia. Quando tutti dicono la stessa cosa, non è perché hanno capito: è perché hanno smesso di guardare.

E intanto c’era un dettaglio che gridava. Gli articoli de l’Espresso pubblicati con una scansione temporale che precedeva gli eventi stessi: pagine create prima delle dimissioni obbligate, titoli pronti prima dei fatti. Come facevano a sapere? Qui il problema non è il complottismo: è l’anticomplottismo, quella posa da superiorità che impedisce di vedere anche l’evidenza. I complotti qualche volta esistono. Giulio Cesare non è morto di suggestione. E anche nella storia sacra c’è chi ha preparato nell’ombra ciò che poi si è compiuto alla luce: un apostolo aveva tramato con i capi dei sacerdoti. Qui, se non c’è stata una congiura, c’è stato qualcosa che gli somiglia terribilmente: una convergenza di interessi, una regia senza firma. Il nome trovatelo voi.

Non ho competenze vaticane, ma la faccenda non mi quadrava. Unanimismo peloso. Provai a scandagliare. Finalmente ebbi tra le mani il lavoro di chi, mettendosi al fianco del prelato disonorato, si era reso conto dal primo istante che la faccenda non quadrava neanche un po’: l’avvocato di Verona Natale Callipari. Come un Livingstone alla ricerca delle sorgenti del Nilo aveva esplorato gli accadimenti noti e meno noti delle ore immediatamente precedenti alle 18 di quel giovedì maledetto a Santa Marta. Il risultato? La scoperta di quel che il titolo di Libero, allora da me diretto, chiamò a tutta prima pagina: “Il sacro imbroglio”. Spiegava il sommario: “Le carte che assolvono il cardinale Becciu”. Proseguiva: “Qualcuno ha incastrato” il porporato.

A partire dal 19 novembre 2020 firmai un’inchiesta che per settimane e mesi smascherò la truffa, innanzitutto mediatica. Come faceva l’Espresso a scrivere delle dimissioni otto ore e passa in anticipo sui fatti? Questi scoop incontrarono il meticoloso silenzio del coro unico dei vaticanisti e dei rispettivi direttori. A sganciarsi dal plotone unanime d’esecuzione giornalistico furono Ernesto Galli della Loggia, Lucetta Scaraffia e Giovanni Minoli, ed ancora li ringrazio.

So che il paragone con il caso Tortora viene ripetuto spesso fuori luogo. Non in questo caso. A me è capitato di rivivere la stessa solitudine della mia ribellione davanti a un panorama identico: accuse mostruose, unanimità mediatica, distruzione preventiva. Con una differenza peggiorativa: qui tutto accadeva non in un tribunale napoletano, ma essendo il tutto avvolto da un’aureola. Invece di rendere più rigorosi, aveva reso tutti ciechi e soddisfatti.

A parte gli errori sesquipedali della magistratura vaticana di primo grado (procura e giudici identicamente estranei a qualsiasi idea di giusto processo), da questa ordinanza clamorosa risulta intaccata la figura di papa Francesco. Mi ostino a ritenerlo anch’egli una vittima. Abbandonato e solo. Sovrano assoluto sulla carta, ma in realtà esposto a un meccanismo tecnico-giuridico che si è mosso da sé, senza controllo. Si è tirato in ballo un principio altissimo, Prima Sedes a nemine iudicatur (nessuno può giudicare il Papa), ma lo si è usato in modo burocratico, quasi per coprire decisioni desiderate e prese altrove. Quel principio dovrebbe ricordare una cosa molto semplice: anche il Papa è legato alla ragionevolezza e alla giustizia. Non può fare qualunque cosa solo perché può. Deve restare dentro il diritto.

Ed è qui che nasce la domanda: perché nessun cardinale-canonista ha aiutato il Papa? Perché, in una vicenda che tocca il cuore dell’ordinamento vaticano, uomini di Chiesa formati nel diritto canonico, custodi di una tradizione giuridica millenaria, sono rimasti in silenzio, lasciando che a parlare fossero quasi solo i tecnici dell’accusa, mentre il Papa veniva esposto al rischio di decisioni giuridicamente fragili e simbolicamente devastanti?

I critici del processo sono stati dipinti come avversari del Papa, mentre erano, piuttosto, amici del Papa e della verità. E pesa, in questo clima, il servilismo di troppi, e gli osanna tributati al direttore de l’Espresso Marco Damilano (premiato in seguito con la nomina a primo relatore del sinodo diocesano di Roma alla presenza di papa Francesco, e gratificato di un sontuoso contratto in Rai).

E così finisce tra i rovi quello che doveva essere il processo del secolo. Torquemada ha perso. Certo, si andrà avanti. Ma finalmente ad armi pari. Senza norme segrete. Le carte canteranno. E questa volta non saranno ritagliate per il comodo dei persecutori. Intanto Leone XIV come e quando ridarà a Becciu l’onore perduto, i diritti e i doveri di cardinale?

Nel frattempo, una cosa è certa. Un uomo non è crollato. Non si è schiantato. Ha resistito. E mentre veniva inchiodato, ha trovato la forza di sostenere altri, persino chi scrive, in momenti difficili per la salute. Questo conta. Il resto verrà.

Il commento di Andrea Paganini: «Ci sono tante cose che non mi piacciono di Vittorio Feltri.
Ma bisogna riconoscere che fu quasi l’unico giornalista a difendere Enzo Tortora – uomo onesto – quando tutta l’Italia scagliava vagonate di fango. Allora.
E a difendere Angelo Becciu – uomo onesto e cristiano esemplare – quando il mondo intero, Papa compreso (certo ingannato), lo insulta(va) e lo perseguita(va) sommergendolo con montagne di menzogne e di calunnie. Oggi.
L’umanità manipolata diventa una bestia. E la mafia ne approfitta».

Il commento di Andrea Paganini: «Nulla di nuovo sotto il sole: i grandi giornali tifano Barabba e crocifiggono un innocente. E quando emerge l’innocenza dell’innocente guardano dall’altra parte.
Si sa che fa più rumore – e vende di più – un albero che cade, che un bosco intero che cresce in silenzio. Ma tant’è: nonostante la violentissima campagna di mascariamento, l’albero non è caduto, perché è sanissimo. E il grande rumore era un bluff, il polverone un venticello di calunnie.
Si sveglieranno le grandi firme? Sarà possibile rimediare a un’ingiustizia senza precedenti? Non lo so.
Eppure, eppure… sono certo che il vile muro di silenzio – che volente o nolente risulta complice dei calunniatori – cadrà senza lasciare pietra su pietra. La verità non potrà che venire alla luce. E bisognerà fare i conti con lei. Meglio prima che dopo.
PS per i giornalisti che vogliono fare il proprio mestiere con coscienza: perché non fate un’inchiesta seria, per capire chi ha organizzato questa colossale montatura? Io qualche idea ce l’avrei…
Nell’attesa tengo aggiornata la mia rassegna stampa (con lodevoli eccezioni che fanno egregiamente il loro dovere).

Il commento di Andrea Paganini: «Perfino “Repubblica” – che fa ancora parte di quel “Gruppo Gedi” che sei anni fa montò il brutale complotto contro un uomo innocente – si sta svegliando?»

Il commento di Pierina Sias: «Dopo averlo buttato nel fango adesso finalmente si sono resi conto che erano fuori seminato, ma si sono abbassati e venduti al padrone di turno. Oggi non basta scrivere che adesso si farà verità, ma oltre a chiedere scusa dovrebbero ammettere e scrivere il perché e chi ha loro ordinato di scrivere cose false senza verificare la realtà dei fatti».

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