Processo Becciu: tutto da rifare. Alcune riflessioni a seguito dell’Ordinanza della Corte d’appello vaticana del 17 marzo 2026

Prima pagina dell'Ordinanza del 17 marzo 2026
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.03.2026 – Ivo Pincara] – Riportiamo alcuni contributi a seguito quanto scritto da alcuni commentatori, a seguito dell’Ordinanza del 17 marzo 2026 con i giudici della Corte d’appello vaticana hanno decretato la nullità relativa del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, conosciuto come il “processo Becciu”.

«Significa che il processo, così come le sentenze di primo grado, non viene annullato. Ci sono, tuttavia, limiti nel procedimento, dovuti soprattutto agli effetti di un rescritto di Papa Francesco, che rendono nulle le indagini. In pratica, la Corte d’appello vaticana ha accettato gran parte delle “eccezioni di nullità” presentate dalle difese. I giudici hanno per questo chiesto la “rinnovazione del dibattimento”, che tuttavia non comporta “la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado: del dibattimento come della sentenza”, i quali – si legge nel documento – “infatti mantengono i propri effetti”» (Andrea Gagliarducci – ACI Stampa, 18 marzo 2026).

  • Una verità attesa: giustizia, dignità e speranza – Diocesi di Ozieri, 18 marzo 2026
  • La verità maratoneta del caso Becciu – Mimmo Muolo, 18 marzo 2026
  • Caso Becciu: adesso ritroverete il coraggio? di Paolo Maninchedda – Sardegna e libertà, 18 marzo 2026
  • È finita la stagione giustizialista di Bergoglio. Ma ora che succede ai suoi atti? Il processo a Becciu è tutto da rifare. È tornato un giudice Oltretevere. Ma domanda finale su Papa Francesco è inevitabile di Luigi Bisignani – Nicolaporro.it, 18 marzo 2026
  • La tragica farsa del processo Becciu. La Corte d’Appello vaticana dice che sul caso più importante è tutto da rifare. Il vero problema è il potere assoluto del Papa di Giorgio Meletti – Appunti, 17 marzo 2026

«Gli avvocati della difesa hanno affermato che tale sentenza è di enorme importanza, se non storica, poiché equivale a una dichiarazione di un tribunale vaticano che un atto del Papa non ha avuto effetto. La sentenza rappresenta una vittoria per la difesa e un’enorme battuta d’arresto per i procuratori vaticani, che si sono affannati per salvare il caso. Il processo e le condanne del 2023 contro Becciu e altri erano stati presentati dal Vaticano e dal defunto Papa come prova della sua volontà di reprimere le irregolarità finanziarie nella Santa Sede. Gli avvocati di Becciu hanno affermato che la sentenza ha confermato la loro tesi, secondo cui la difesa era stata ingiustamente svantaggiata fin dall’inizio» (Nicole Winfield – Associated Press, 17 marzo 2026).

Confermiamo e sottoscriviamo quanto detto già nel 2024. Aggiungiamo che alla luce di ciò che ė avvenuto ieri si decreta che le difese devono avere tutta la documentazione che ha portato alle costituzioni delle prove per stabilire i capi di accusa contro il Cardinale Giovanni Angelo Becciu. Atti documentali che alle difese dovranno essere consegnati senza alcun omissis. Morale della favola, nessuno ė al di sopra della legge. Nemmeno il Papa.

Una verità attesa: giustizia, dignità e speranza
Diocesi di Ozieri, 18 marzo 2026

Nel cuore di un tempo segnato da prove difficili e da un’attesa carica di significato, nasce una parola di speranza, capace di guardare oltre le ombre e sostenuta dalla certezza che verità e giustizia, anche quando sembrano oscurate, sono destinate prima o poi a manifestarsi pienamente.

Il nuovo corso del processo che coinvolge il Cardinale Angelo Becciu, che ha sempre professato con fermezza la propria innocenza, rappresenta un passaggio di grande rilievo umano, ecclesiale e spirituale. Non è soltanto una vicenda giudiziaria, ma una storia attraversata da una sofferenza profonda, vissuta nel silenzio, nella dignità e nell’affidamento a Dio.

In questi anni, il Cardinale ha portato il peso di accuse gravi, dell’esposizione mediatica e di giudizi spesso affrettati. Una prova che ha segnato non solo la sua persona, ma anche la comunità che lo ha visto crescere e servire. E tuttavia, in mezzo a tutto questo, non è mai venuta meno la fiducia nella verità e nella giustizia.

La decisione della Corte di Appello della Santa Sede, che ha rilevato errori procedurali fino a dichiarare la «nullità relativa» del procedimento e a disporre la rinnovazione del dibattimento, si presenta come un segno forte. È un richiamo ai principi fondamentali del diritto, alla dignità della persona e al rispetto pieno delle garanzie difensive.

Da qui emerge con forza un’esigenza non più rinviabile: fare piena luce sui fatti. Una chiarezza completa, libera da ombre e ambiguità, capace di restituire dignità e ristabilire equilibrio. Non si tratta di affrettare i tempi in modo superficiale, ma di evitare ulteriori ritardi che peserebbero su una vicenda già segnata da lunga sofferenza. Solo così potrà realizzarsi una giustizia autentica, capace di restituire ciò che è stato messo alla prova e di ricomporre ciò che è stato ferito.

Questa attesa non è impazienza, ma espressione di un bisogno profondo di giustizia, maturato nel tempo e alimentato dalla fiducia che la luce non possa essere definitivamente oscurata. È la voce composta di chi ha sopportato e ha continuato a credere.

Il fatto che il processo debba essere sostanzialmente rinnovato, con pieno accesso agli atti e possibilità effettiva di difesa, restituisce al giudizio il suo necessario equilibrio. Si apre così una fase nuova, che può permettere finalmente una valutazione completa e serena.

Come Diocesi, questa decisione viene accolta con profonda partecipazione e con una composta, ma sincera soddisfazione. Si avverte che il tempo della verità si avvicina, che ciò che è stato oscurato potrà essere finalmente chiarito e che quanto è stato motivo di sofferenza potrà trovare luce e giusta valutazione.

La verità maratoneta del caso Becciu
Mimmo Muolo, 18 marzo 2026

Le bugie hanno la falcata dei centometristi. La verità il passo del maratoneta. Mi è venuta in mente questa similitudine leggendo ieri l’ordinanza della Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano che ha dichiarato la nullità relativa del processo di primo grado a carico del Cardinale Angelo Becciu e altri nove imputati (tutti condannati tranne uno) per i fatti legati alla compravendita di un immobile a Londra e altri due filoni di inchiesta.

La Corte d’Appello ha disposto che in secondo grado non ci si limiti all’esame degli atti, ma che si debba rinnovare il dibattimento (ad esempio, l’ascolto di alcuni testimoni o la valutazione di determinate prove). E questo perché in primo grado le difese non hanno potuto avere a disposizione la versione integrale di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio. Il Promotore di giustizia, Alessandro Diddi, aveva infatti omissato gran parte di quel materiale, limitando non poco il diritto di difesa.

Nel frattempo, grazie alle rivelazioni di un quotidiano, le parti omissate sono state rese di pubblico dominio e hanno portato alla luce un panorama davvero imbarazzante, dal quale emerge molto più che un’ombra di macchinazione ai danni del Cardinale Becciu. Macchinazione che avrebbe fatto leva sulla figura di Monsignor Alberto Perlasca, all’epoca dei fatti responsabile della sezione amministrativa della Segreteria di Stato (che gestiva gli investimenti, tra i quali anche quello sul palazzo di Londra), prima imputato e poi “retrocesso” a testimone dell’accusa. In una delle chat intercorse tra due donne, che sembrano aver dettato a Perlasca le cose da dire, si afferma tra l’altro: «Se si accorgono che siamo tutti d’accordo, è la fine». Inquietante.

Le difese, anche in primo grado, si sono sempre opposte a questo modo di fare di Diddi, chiedendo a più riprese la nullità dell’intero processo. Nullità sempre respinta dal tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone. Ora la Corte d’Appello dà almeno parzialmente loro ragione. E in effetti, in presenza di quelle chat, che cambiano radicalmente gli scenari processuali, sarebbe stato difficile perseverare nella discutibile linea di condotta fin qui tenuta dai magistrati vaticani. Non siamo ancora alla riforma della sentenza, che l’ordinanza di ieri per il momento conferma, ma a un significativo cambio di rotta sì.

In sostanza, mentre le bugie sono da tempo ferme sul filo di lana dei cento metri, la verità maratoneta continua ad avanzare verso il traguardo.

Intanto, però, questo nuovo colpo di scena rafforza le domande che già tempo addietro proponevo. Come è stato possibile per il promotore di giustizia ignorare e addirittura omissare il contenuto di quelle chat? Perché in presenza di quegli scambi ha più volte inveito in special modo contro il cardinale Becciu, accusandolo tra l’altro di condotta processuale riprovevole solo perché si è sempre dichiarato innocente e si è difeso con tutte le armi del diritto a sua disposizione? E come è stato possibile per Pignatone e i due giudici a latere (anche a loro erano state omissate le chat?) arrivare a una sentenza di condanna degli imputati pressoché generalizzata, sia pure con pene minori rispetto a quanto richiesto da Diddi? Soprattutto, questa svolta ci ripresenta più urgente e inquietante che mai la domanda di fondo. Il cosiddetto processo del secolo era un processo ideologico, il cui esito era stato già predeterminato?

La verità maratoneta ci darà molte di queste risposte. Speriamo tutte. Oltre naturalmente a fare finalmente luce sulle reali responsabilità degli imputati o sulla loro innocenza. Innocenza sulla quale, nel caso del cardinale Becciu, non ho mai dubitato. E i fatti continuano ad avvalorare la mia convinzione.

Caso Becciu: adesso ritroverete il coraggio?
di Paolo Maninchedda
Sardegna e libertà, 18 marzo 2026

Questa è l’ordinanza della Corte d’Appello vaticana che annulla tutta l’istruttoria e il dibattimento di primo grado del processo Becciu.

È scritta in italiano corrente, non specialistico, secondo consuetudini espositive diverse da quelle italiane, le quali prediligono i tecnicismi giuridici e rendono inintelliggibili gli atti a chi non sia del mestiere.

Le ragioni dell’annullamento relativo (cioè non di tutto il processo, ma dell’istruttoria e del dibattimento, al punto che entrambi si svolgeranno di nuovo in Corte d’Appello e non dinanzi al tribunale di primo grado) sono tre:

1) sono state violate le norme del Codice di Procedura Penale vigenti all’epoca dei fatti;

2) gli interventi legislativi, a riforma del processo, messi in atto da Papa Francesco durante il processo sono sospettabili di essere in contrasto con l’ordinamento vigente e comunque non erano stati notificati anche alle difese;

3) il Promotore di Giustizia non ha reso disponibili alla difesa tutti gli atti, ma anzi li ha mutilati con omissis e secretazioni.

Con tutta evidenza si tratta dei rilievi mossi al processo Becciu, sin dai suoi esordi, da uomini e donne del mondo del diritto e da diversi organi di stampa, rispetto ai quali la giustizia vaticana aveva fatto spallucce in ragione del potere assoluto del Papa che aveva voluto e protetto con suoi atti quel processo, quella procedura manipolata e quella vittima designata, Becciu.

Becciu è la più grave colpa morale di papa Francesco.

Il processo che lui ha voluto e pesantemente condizionato è stato un episodio pessimo di come la stizza personale possa tramutarsi in pena laddove il sovrano sta sopra la legge.

L’esclusione di Becciu dal collegio cardinalizio che ha eletto il nuovo papa è stato l’ultimo atto di una cospirazione che ha nella celebre F. posta, con mano tremante, in clinica dal Papa sofferente, in calce all’ordine di tenerlo fuori dal conclave, il suo degno sigillo, degno di un romanzo di Eugene Sue.

Tutto ciò (che non è poco) è stato anche la dimostrazione lampante di come l’organizzazione ecclesiastica della Chiesa Cattolica sia così subordinata al potere papale, incondizionato e incondizionabile, da sacrificare ad esso ogni verità. Quando il cattolicesimo si fa papismo è insopportabile.

Il male si affronta, come facciamo tutti, con la fatica di vivere, guardandolo in faccia, chiedendo la Grazia di un aiuto, non mettendo le mutande pulite sulle sporche.

Il pronunciamento della Corte d’Appello vaticana significa prima di tutto che Papa Leone XIV ha deciso di far fare alla giustizia il suo corso senza interferenze.

Questo, però, comporterà una cosa: l’inevitabile coinvolgimento nella “colpa” dell’acquisto e della vendita del palazzo londinese del Cardinale Parolin e di altri soggetti dell’entourage del precedente Papa. La verità comporterà una profonda ristrutturazione della Curia (e già il ritorno in Polonia dell’elemosiniere del vecchio Papa ne è un indizio).

Forse comporterà anche altro, magari la fine di processi farlocchi fatti da preti compressi dal potere dei vescovi. Se ne è avuta una prova anche in Sardegna, con un processo di cui non si possono vedere le carte, deciso sulla base della testimonianza di un vescovo emerito non più lucidissimo, portato in giudizio “a spalla” da altri due vescovi in carica, a testimoniare su ciò che avrebbe visto aprendo improvvisamente la porta di una stanza di un convento nel quale vivevano al tempo, (papa Francesco parlava di “frociaggine”, termine che a me non piace, ma che rende l’idea di un contesto), sia il vescovo emerito che il vescovo in carica, più la vittima e il carnefice. Ratzinger avrebbe mandato tutta la pattuglia di fratacchioni, lontano dalla sede “frociante” (uso il termine per irritare, per smuovere); invece, i riti ipocriti, li hanno lasciati tutti qui, ma con una vittima processuale oltre la vittima reale.

La cosa che più mi avvilisce, per la fiducia che ho riposto, in passato, nei sacerdoti e nei vescovi, è aver assistito al loro vigliacchissimo silenzio sulla vicenda Becciu.

Non un cardinale si è dimesso in dissenso col Papa.

Non un vescovo si è fatto sentire.

I vescovi sardi, molto timidamente e con mille distinguo, hanno dichiarato solo la loro vicinanza al vescovo di Ozieri per essere a processo a Sassari per peculato.

Il minimo sindacale.

Tutti sappiamo che se la stessa indagine sui conti della curia di Ozieri fosse stata fatta retrospettivamente su Cagliari o su Sassari, se ne sarebbero viste delle belle.

Io non sono certo un donatista, ma è indubbio che vedere i vescovi così vigliaccamente subordinati, così indifferenti alla giustizia e così ingaglioffiti sul denaro della Regione, come ha rivelato la vicenda dei soldi alle Caritas, così superficiali nelle politiche culturali (la Facoltà teologica della Sardegna è in declino per colpa loro, però ognuno di loro ha un istituto per le attività culturali, un giornale, uno show estivo, un centro di attività sociale fighissimo e all’avanguardia, tanti social, tanti campi estivi ec. ecc.), tutto questo mi impedisce di considerarli autorevoli, religiosamente autorevoli, e mi porta a iscriverli semplicemente nel baronaggio sardo: loro da una parte, io dall’altra.

È finita la stagione giustizialista di Bergoglio. Ma ora che succede ai suoi atti?
Il processo a Becciu è tutto da rifare. È tornato un giudice Oltretevere. Ma domanda finale su Papa Francesco è inevitabile
di Luigi Bisignani
Nicolaporro.it, 18 marzo 2026

È tornato un giudice Oltretevere, finalmente. Non a Berlino ma proprio lì, dove per anni la giustizia ha somigliato più a un laboratorio creativo che a un tribunale. La Corte d’Appello vaticana ha fatto ciò che il primo grado non ha saputo fare: spegnere la macchina della propaganda e riaccendere quella del diritto. Dopo la ricusazione di Alessandro Diddi — cui è seguita, all’ultimo momento, la sua astensione — e l’inammissibilità del suo appello, arriva una decisione che pesa: condanne annullate, tutto da rifare. E non per qualche cavillio, ma per vizi strutturali. Fascicoli incompleti, documenti mutilati dagli omissis, atti spuntati a metà percorso, leggi inventate in modo estemporaneo ed esibite, al pari dei peggiori bari, come carte truccate per la bisogna.

Il comunicato dei legali di Becciu aggiunge un punto che suona devastante per la “giustizia vaticana”: non solo il materiale istruttorio era incompleto, ma è stato “corretto in corsa”, integrato dopo le contestazioni — e solo parzialmente, a piacimento dell’Accusa, con l’avallo del Tribunale. Come se le regole fossero un dettaglio negoziabile. E quando le regole diventano opzionali, la sentenza è già compromessa.

Il Tribunale presieduto da Pignatone, chiamato a incarnare il rigore, esce da questa vicenda con le ossa rotte. Il metodo e l’impianto accusatorio che ha avallato si rivelano fragili proprio dove dovevano essere inattaccabili: nel rispetto delle garanzie. E senza garanzie, il rigore è solo una posa.

Poi ci sono i Rescripta. Atti pontifici mai pubblicati tempestivamente, ma utilizzati per cambiare le regole, finendo per orientare indagini e processo. Norme “a sorpresa”, rivelate agli imputati quando ormai i giochi erano fatti. La Corte è stata chiara: così non funziona. Con questo metodo si mina la legittimità degli atti.

La stagione giustizialista di Bergoglio, tutta accelerazioni e strappi, lascia spazio — forse — a una fase più attenta alle regole, cioè alla procedura. Perché senza forma, il diritto è solo forza. Il processo si rifarà, certo. Ma una cosa è già scritta: il “processo del secolo” rischia di restare nella storia come il processo delle scorciatoie.

E allora la domanda finale è inevitabile: se un Rescriptum mai pubblicato incide sulla validità degli atti fino a far crollare un intero processo, che ne è degli altri atti analoghi? Anche di quelli firmati in extremis, magari per incidere su diritti fondamentali, come la partecipazione del cardinale Angelo Becciu a un conclave?

La tragica farsa del processo Becciu
La Corte d’Appello vaticana dice che sul caso più importante è tutto da rifare. Il vero problema è il potere assoluto del Papa
di Giorgio Meletti
Appunti, 17 marzo 2026

Bergoglio ha voluto un tribunale per i regolamenti di conti interni, al punto da fare un Rescriptum per il quale il pubblico ministero nelle indagini poteva procedere con il “rito sommario” anziché con “istruzione formale”. Solo che questa legge, notate bene, è rimasta segreta: cioè, gli imputati sono stati indagati e processati sulla base di una legge che conoscevano solo il Papa e l’ufficio del pubblico ministero.

L’ordinanza con cui questa mattina (martedì 17 marzo 2026) la Corte d’Appello vaticana ha disposto la rinnovazione del dibattimento alla cui conclusione il 16 dicembre 2023 il Cardinale Angelo Becciu è stato condannato a cinque anni e sei mesi di carcere per peculato non cambia almeno per ora la sentenza di primo grado e le altre statuizioni del primo giudizio, ma impone due valutazioni a caldo.

La prima è che la giustizia della Città del Vaticano è ormai ufficialmente una commedia all’italiana e che il merito dell’inarrestabile deriva farsesca è in gran parte del compianto Papa Francesco: la sua grande simpatia e popolarità non basteranno ad attenuare il giudizio degli storici.

La seconda è che il rischio di riforma della decisione umilia il presidente del tribunale che ha emesso quella sentenza scombiccherata, l’ex procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, che corona la sua lunga carriera incassando uno dei più terrificanti schiaffoni mai dati a un magistrato.

Partiamo dalla prima questione. Separiamo il fatto religioso, che fa riferimento a un’istituzione chiamata Santa sede, dall’esistenza di uno Stato vero e proprio che si chiama Città del Vaticano e non è la stessa cosa, è un’altra istituzione.

L’articolo 1 della sua Legge fondamentale recita: «Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario».

Insomma, il potere assoluto del Re Luigi XVI contro il quale fu fatta oltre due secoli fa la Rivoluzione francese era meno assoluto di quello del Papa.

Non solo, la stessa ordinanza, che pure mette un punto interrogativo sulla posizione processuale di Becciu e di tutti gli altri condannati, respinge le istanze con cui gli avvocati della difesa si erano appellati alla «Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali», firmata a Roma il 4 novembre 1950, perché quella nobile convenzione non vige in Vaticano.

Tutti i sette Papi regnanti (per più di un mese) dal 1950 a oggi (Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV) si sono rifiutati di firmarla, per ragioni sicuramente valide da un punto di vista teologico.

Rimane il fatto che il Vaticano somiglia ogni giorno di più al minuscolo ducato di Grand Fenwick, reso celebre da Peter Sellers nel 1959 con il film Il ruggito del topo.

Solo che era appunto un film, e Sellers era un attore comico, mentre la vicenda processuale che qui ci occupa, come direbbe un avvocato rotale, è tragicamente vera e, come adesso vedremo, fa ridere molto di più, se si pensa che si sarebbe dovuta concludere con la ricerca (o la costruzione nei giardini vaticani?) di un carcere dove rinchiudere per qualche anno l’ex numero tre della gerarchia vaticana.

Ricorda nell’ordinanza il presidente della Corte d’Appello Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Alejandro Arellano Cedillo che nel tribunale vaticano vige il codice di procedura penale Finocchiaro-Aprile, introdotto dal parlamento italiano nel 1913, mentre i rapporti tra Stato e Chiesa erano regolati ancora dal Non Expedit, con cui Pio IX, mortalmente offeso con Vittorio Emanuele II che gli aveva portato via la natia Senigallia, vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica dell’Italia unita.

Buffo, no? Il Vaticano adotta il codice di procedura penale fatto dal Parlamento dello Stato usurpatore in cui i cattolici per ordine del Papa nemmeno entrano.

Non solo. In Italia il codice Finocchiaro-Aprile viene sostituito nel 1930 dal codice Rocco, il codice fascista, ma la Chiesa fa finta di niente.

Nel 1989 il codice Rocco viene sostituito dal nuovo codice di procedura penale legato al nome di Giuliano Vassalli. Anche stavolta la Chiesa fa finta di niente, e tiene in vigore il codice del 1913.

In nome di Sua Santità

Il dottore Giuseppe Pignatone, pubblico ministero per una vita per la Repubblica italiana, passa senza incertezze dalla giustizia “in nome del popolo italiano” a quella “in nome di Sua Santità”, solo che, quando (dopo la pensione) diventa presidente del tribunale del Vaticano sembra non essersi accorto pienamente di quale fosse il codice di procedura penale che era chiamato ad applicare.

Questo è quanto sostiene l’ordinanza che in 16 pagine ha rimesso in discussione la regolarità del procedimento e di conseguenza una sentenza di 819 pagine.

L’effetto comico è irresistibile. Gli imputati avevano eccepito all’inizio del processo, alcuni anni fa, che il pubblico ministero, nel chiedere il giudizio, non aveva depositato tutti i documenti in suo possesso, a tutela della segretezza di altre indagini. E che questo violava il principio del giusto processo.

Pignatone ha risposto, in una delle pagine più spassose, evocando il maxiprocesso di Palermo alla mafia. Ha scritto così: «Replicando poi ad alcune affermazioni delle Difese, il Tribunale rilevava che anche in Italia, sia nella vigenza del c.d. Codice Rocco che dell’attuale, è sempre stato possibile depositare in dibattimento atti recanti omissis: basti pensare a tutti i grandi processi di criminalità organizzata, a cominciare dal maxiprocesso di Palermo, in cui le dichiarazioni dei “collaboratori di giustizia” sono state e sono tuttora omissate per tutelare le esigenze investigative sui fatti che non costituivano oggetto delle imputazioni».

Ha proprio scritto così. Solo che la Corte di Appello gli fa notare che il processo, da lui presieduto per anni e sigillato con 819 pagine di sentenza, si doveva svolgere secondo le regole del codice precedente, il Finocchiaro-Aprile del 1913, scritto settant’anni prima del maxiprocesso, e in cui non vi è traccia della facoltà per il pubblico ministero di omissare alcunché, come autorevolmente rimarcato anche dal grande giurista Ludovico Mortara. Il quale ha fatto in tempo a battezzare la figuraccia di Pignatone pur essendo morto novant’anni prima.

Insomma, il processo traballa perché Pignatone non ha accolto le legittime eccezioni delle difese facendo riferimento a un codice di procedura penale sbagliato. Se avesse letto quello giusto avrebbe visto che i documenti omissati sono indicati esplicitamente come anomalie del processo.

Piccola notazione finale. Nei Patti Lateranensi (1929) c’è scritto che, siccome uno Stato così piccolo come il Vaticano non ha senso che tenga in piedi una magistratura e un carcere, per i reati commessi al suo interno lo Stato italiano sarà così gentile da mettere a disposizione la sua magistratura, la sua polizia giudiziaria e le sue carceri.

Infatti il 13 maggio del 1981 Mehmet Ali Ağca sparò a Karol Wojtyła all’interno del colonnato del Bernini, cioè in territorio vaticano, ma le indagini e il processo furono fatti dalla magistratura italiana e l’ambiguo attentatore turco fu tenuto per anni nelle carceri italiane.

Il tribunale per regolare i conti

Nessuno si era mai posto il problema, fino a quando Jorge Bergoglio nominò un magistrato di chiara fama e lungo curriculum come Pignatone a capo di un tribunale che nessuno sapeva fino ad allora a che cosa servisse. Poi l’abbiamo capito.

Bergoglio ha voluto un tribunale per i regolamenti di conti interni, al punto da fare un Rescriptum (una legge, in base al potere assoluto di cui sopra) per il quale il pubblico ministero nelle indagini poteva procedere con il “rito sommario” anziché con “istruzione formale”.

Solo che questa legge, notate bene, è rimasta segreta: cioè, gli imputati sono stati indagati e processati sulla base di una legge che conoscevano solo il Papa e l’ufficio del pubblico ministero (anche qui, non sparate sul pianista: l’ha scritto Sua Eccellenza Reverendissima).

L’ordinanza con cui il processo a Becciu ed altri verrà ridiscusso partendo dal giudizio di primo grado è destinata a passare alla storia come il momento in cui tutti quelli che non vogliono tapparsi gli occhi possono capire che ormai l’attività principale delle alte ed altissime gerarchie ecclesiastiche è farsi la guerra tra loro, senza pietà e con ogni mezzo. Todo modo, avrebbe detto Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti di Bergoglio.

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