30 anni del Progetto Policoro: don Marco Ulto racconta il lavoro che cambia
Nel terzo week end di febbraio a Roma si è celebrato il trentennale del Progetto Policoro, ‘Tra memoria e futuro’, riportando al cuore l’intuizione originaria del progetto: stare accanto ai giovani perché possano riconoscere nel lavoro non solo un’occupazione, ma una vocazione ed una possibilità di vita piena.
Le testimonianze hanno restituito una consapevolezza comune: il lavoro rimane luogo di dignità e di speranza, spazio in cui ogni giovane può scoprire il proprio posto nel mondo, lasciando germogliare i semi che Dio ha posto in lui, come ha ribadito papa Leone XIV nell’udienza: ‘Nessun giovane deve essere lasciato in panchina e le comunità siano incubatori di futuro’.
Nei laboratori del sabato pomeriggio, dedicati ai temi dell’inclusione, della disabilità, della scuola, della cooperazione e delle politiche attive del lavoro, è emersa la necessità di abitare i territori con uno sguardo capace di ascolto e cura. Evangelizzare il lavoro significa allora riconoscerlo come luogo di relazione e crescita, spazio in cui accompagnare i giovani a desiderare l’età adulta, dando valore a quel tempo meraviglioso e complesso che è quello della gioventù.
E nell’udienza di sabato mattina papa Leone XIV ha evidenziato il contributo dei giovani: ‘Voi giovani siete il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza. In trent’anni avete seminato un’immensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa’.
Iniziando proprio da queste parole di papa Leone XIV a don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro, abbiamo chiesto di raccontare quale sprone è arrivato: “Sono veramente tanti gli sproni che Papa Leone XIV ci ha consegnato nell’Udienza. Tra questi l’invito a continuare a camminare verso un futuro che ci aspetta a braccia aperte, un futuro che ci chiede di rinnovarci ogni volta, senza accontentarci e senza restare fermi a guardare, per continuare a contagiare con l’entusiasmo dei giovani e la loro sensibilità anche i luoghi più refrattari e le persone più rassegnate senza perdere di vista i riferimenti che hanno guidato questo cammino trentennale: il Vangelo, la Dottrina sociale della Chiesa, la comunità e le testimonianze.
Quando il Santo Padre ci ha detto che i giovani sono ‘il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza’, ci ha affidato una responsabilità grande: continuare a essere quella parte viva del Paese che costruisce, che vuole ridonare speranza tenendo ben chiaro che nessun giovane può essere lasciato ‘in panchina’, ma va sostenuto nel realizzare i suoi sogni e nel migliorare il mondo che abita. Non bisogna perdere il passo, non si può cedere alla stanchezza o al disincanto. Bisogna essere protagonisti e non spettatori; mettere le mani nella storia invece di commentarla da fuori; lasciarsi guidare dal Vangelo, perché è lì che nasce la forza per rialzarsi e per rialzare gli altri perché i giovani, quando decidono di mettersi in gioco, diventano la forza capace di trasformare i territori”.
Per quale motivo il papa ha invitato a conoscere le biografie dei santi?
“Papa Leone XIV ci ha consegnato una serie di testimoni che, con la loro vita e il loro impegno, hanno lasciato un segno profondo nella storia e nella vita sociale del nostro Paese. Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Giovanni Bosco, Bartolo Longo, Francesca Cabrini, Armida Barelli, Luigi Sturzo, Piergiorgio Frassati, Alberto Marvelli, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Maria di Campello, Aldo Moro, Tina Anselmi, Pino Puglisi, Tonino Bello, Annalena Tonelli: sono volti e storie che hanno reso fertili le nostre comunità, mostrando che la santità può davvero trasformare la società.
Con la loro testimonianza ci ricordano che l’affidamento a Dio non è qualcosa di astratto, ma una presenza concreta capace di generare cambiamento, giustizia, cura e responsabilità. Le loro vite ci dicono che il Vangelo, quando diventa carne, può incidere nella storia e aprire strade nuove anche nei contesti più difficili”.
30 anni del Progetto Policoro: come è cambiato il lavoro in questi anni?
“Oggi il lavoro non è più inteso come un semplice impiego. E’ diventato un tema che tocca la dignità della persona, la stabilità emotiva, la possibilità di restare nei propri territori e di costruire un futuro personale e comunitario. Sono cambiate anche le competenze richieste: trenta anni fa poteva bastare una formazione tecnica o un diploma; oggi servono competenze digitali, relazionali, capacità di adattamento continuo. Il lavoro chiede flessibilità, creatività e aggiornamento costante.
Parallelamente è cambiato anche il rapporto tra lavoro e vita.
Le nuove generazioni non cercano soltanto uno stipendio, ma un lavoro che abbia senso, che permetta di crescere, che non consumi la persona e che lasci spazio per coltivare i propri interessi. C’è una ricerca di equilibrio, di benessere, di possibilità di restare umani. Sono cambiati anche i territori: molti si sono spopolati, altri hanno saputo reinventarsi. Oggi il lavoro è strettamente legato allo sviluppo locale, all’innovazione sociale, alla capacità di creare comunità che sostengano i giovani e le loro idee. Non è più solo un ‘posto’, ma un percorso e richiede strumenti nuovi, alleanze nuove, una visione più ampia”.
Per quale motivo mons. Mario Operti ideò tale Progetto?
“Mons. Mario Operti pensò il Progetto Policoro perché riconosceva che la crisi occupazionale del Sud negli anni ’90 non era soltanto un’emergenza economica, ma una ferita profonda che intaccava la vita spirituale, sociale e culturale dei giovani del Mezzogiorno, compromettendone dignità e futuro. Per questo era convinto che la Chiesa non potesse limitarsi a denunciare il problema, ma dovesse trovare strade nuove per stare accanto ai giovani, accompagnarli e sostenerli concretamente.
In questa visione, le nuove strade erano segnate da un impegno chiaro e coraggioso: ridare speranza ai giovani senza lavoro; contrastare la cultura della rassegnazione; unire evangelizzazione e promozione umana; creare un metodo pastorale nuovo, sinodale e generativo, capace di mettere insieme persone, competenze e territori”.
Come coniugare i segni di speranza in impegno sociale?
“Coniugare i segni di speranza in impegno sociale significa trasformare ciò che riconosciamo come possibile in scelte e azioni che costruiscono davvero il bene comune. Significa passare dalla speranza, intesa come sentimento, a impegno concreto fatto di responsabilità, partecipazione e costruzione del bene comune mettendo in campo competenze, tempo, creatività per generare processi che migliorano davvero la vita delle persone e della comunità”.
‘Ascolta, Accogli, Agisci’: come accendere la speranza nei giovani?
“Rivestirsi del Signore significa recuperare la nostra umanità abbandonando l’arte della guerra, cercando di entrare in sé stessi; significa avere la possibilità di dilatare l’orizzonte, allargare la nostra prospettiva a quella di Dio e guardare come Lui guarda. Significa accogliere la paternità di Dio che aiuta a recuperare la nostra dignità di figli, pensati, amati e accompagnati nel suo amore. L’amore inteso come una regola che ci ha dato, per crescere nelle relazioni etiche, sane, di cura, nella convivialità delle differenze. Siamo profeti di speranza non replichiamo il ‘si è sempre fatto così’ ma impegniamoci insieme a realizzare quello che ancora c’è da fare, facendolo insieme!”
(Tratto da Aci Stampa)


























