Servire, non servirsene

San Francesco cura i lebbrosi
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.03.2026 – Vik van Brantegem] – Osserviamo quotidianamente delle figure, anche ai massimi livelli di istituzioni, che sembrano agire senza il rispetto delle prerogative e dei doveri che il loro ruolo dovrebbe suggerirle, trattando con arroganza le istituzioni come fossero proprietà privata, servendosi delle stesse anziché servirle. La differenza fondamentale tra servire e servirsene risiede nel significato, nella costruzione grammaticale e nell’intenzione del soggetto.

Servire (verbo transitivo/intransitivo) indica offrire un servizio, essere utile a qualcuno, lavorare per qualcuno o qualcosa. Servirsi (verbo riflessivo pronominale) significa usare, adoperare, avvalersi di qualcosa o qualcuno per i propri scopi.

Servire esprime dedizione o utilità a favore di terzi. Servirsi esprime utilità a favore proprio (usare un mezzo) e richiede quasi sempre la preposizione di (servirsi di qualcosa), che diventa ne quando il complemento è già stato citato. In contesti politici, associativi o lavorativi, servire è visto come un atto nobile o dedito, mentre servirsene implica uno sfruttamento utilitaristico, a volte negativo (approfittarsi).

«Fare politica è servire il popolo, non servirsi del popolo». Questa frase che gira sui social da alcuni anni, firmata con lo pseudonimo Rex Akragas, è la formulazione moderna e popolare di un principio molto antico: chi governa deve servire la comunità, non sfruttarla.

Avrebbe trovato d’accordo Luigi Sturzo, come si comprende dal libro con i suoi testi, dal titolo Servire non servirsi. La prima regola del buon politico (Rubettino 2015, 79 pagine – AMAZON), con la Prefazione di Giovanni Palladino e la Postfazione di Marco Vitale.

«Questo libro è stato scritto da Luigi Sturzo, tranne il titolo, ma sono sicuro che lo avrebbe approvato. Contiene il testo di un suo intervento al Senato, di tre lettere e di 12 articoli scritti tra il 1946 e il 1959. Tutti riguardano la “questione morale”. Ben 4 articoli hanno praticamente lo stesso titolo, che invita alla moralizzazione della vita pubblica, condizione che il sacerdote di Caltagirone riteneva indispensabile per la soluzione dei problemi politici, economici e sociali di qualsiasi Paese. Il libro ha l’obiettivo di ricordare una verità storica dimenticata e di ricordare una opportunità storica perduta. Entrambe possono essere utili ai lettori di oggi e soprattutto ai giovani, per fornire loro quei fondamenti di buona cultura necessari per alimentare la speranza di risanamento morale, politico ed economico dell’Italia. La verità storica dimenticata è che il gravissimo problema della “questione morale” non fu sollevato per primo da Enrico Berlinguer all’inizio degli anni ’80, bensì da Luigi Sturzo sul finire del 1946, poche settimane dopo il suo ritorno dall’esilio di 22 anni impostogli dal fascismo. E per tutti gli anni ’50, sino al suo ultimo giorno di vita, egli combatté con grande forza, purtroppo invano, contro le tre “malebestie” (lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico)» (dalla prefazione di Giovanni Palladino).

«Non si corregge l’immoralità solo con le prediche e gli articoli dei giornali. Bisogna che la prima a essere corretta sai la vita pubblica: ministri, deputati, sindaci, consiglieri comunali, cooperatori, sindacalisti diano l’esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità. Mi rideranno dietro gli scettici di professione, coloro che non credono che l’uomo sappia e possa resistere alle tentazioni. Il mio articolo non è diretto a loro. É principalmente diretto ai democratici cristiani» (Luigi Sturzo, Moralizziamo la vita pubblica, 3 novembre 1946).

«Da queste pagine emerge la grande importanza che Sturzo poneva nella funzione pedagogica della buona politica. Egli credeva in una specie di causa-effetto: la politica è utile se buona ed è tale se sostenuta dalla buona cultura. Questa si acquisisce con lo studio del vero e del bene, studio a cui il cristianesimo ha dato un fondamentale contributo. É tempo che inizi a “fare scuola”, direbbe oggi Sturzo» (dalla prefazione di Giovanni Palladino).

«Sturzo, che subì tante sconfitte nella vita politica, è oggi un vincente: perché oggi ha ancora tanto da dire a noi e domani ai giovani che verranno. I suoi avversari, invece, nulla ci hanno lasciato, se non i loro errori, le loro distruzioni e talora, i loro orrori» (dalla postfazione di Marco Vitale).

Postscriptum

Nell’ultima parte del Capitolo IV della Regola non bollata, San Francesco scrive: «E si ricordino i ministri e servi che il Signore dice: «Non sono venuto per essere servito, ma per servire», e che a loro è stata affidata la cura delle anime dei frati, e se qualcuno di essi si perdesse per loro colpa e cattivo esempio, nel giorno del giudizio dovranno rendere ragione davanti al Signore Gesù Cristo».

Foto di copertina: Agustín Querol Subirats, San Francesco guarisce i lebbrosi, 1890-1891, marmo, 218×345 cm, Museo Nacional del Prado, Madrid.
Spettacolare rilievo di San Francesco che guarisce i lebbrosi, del peso di 5.000 kg e scolpito in marmo. Fu trasferito al Museo del Prado il 29 agosto 1895. Il rilievo in gesso fu esposto a Monaco di Baviera all’Esposizione Internazionale di Belle Arti del 1895 e di nuovo a Vienna nel 1898. Il rilievo in marmo fu presentato a Madrid all’Esposizione Generale di Belle Arti del 1895.
Querol dimostrò magistralmente la gradazione di profondità nell’intaglio, dal bassorilievo alla scultura quasi a tutto tondo della figura principale. Strutturò la composizione essenzialmente in tre gruppi, con uno studio del corpo umano e delle sue pieghe di straordinaria qualità.

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