Papa Leone XIV: la Chiesa è arca di salvezza
“Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova. In arabo ‘El Raii’ significa ‘il pastore’. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano. Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro”.
Al termine dell’udienza generale, papa Leone XIV ha chiesto preghiere per i Paesi del Medio Oriente dilaniati da conflitti, per quanti hanno perso la vita e per chi si trova in difficoltà, soprattutto cristiani nel ricordo di p. Pierre El-Rahi, ucciso lunedì scorso in Libano, mentre prestava soccorso ai parrocchiani colpiti dai razzi.
Mentre nell’udienza generale il papa ha continuato le catechesi sul documento del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, riflettendo sul tema della Chiesa popolo di Dio: “Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare”.
Una ‘chiamata’ per liberare dalla schiavitù e stringere un’alleanza: “Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità”.
Insomma un ‘popolo di Dio’, che è ‘messianico’: “Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio.
Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità”.
Da qui la Chiesa, che come ricorda il Concilio Vaticano II, è il ‘nuovo’ popolo a cui chiunque può appartenere: “Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti… Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti, perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo”.
Quindi nella Chiesa c’è ‘posto’ perché essa è universale: “Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. E’ così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle”.
In conclusione ha descritto l’essenza di Chiesa con una frase del teologo Henry De Lubac, che l’ha descritta come arca accogliente e salvifica: “In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo… E’ un grande segno di speranza (soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre) sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli”.
Foto (Santa Sede)





























