Paolo Naldini: l’arte contribuisce alla pace
Nei mesi scorsi a Kharkiv, l’Università Beketov (bombardata più volte dall’inizio della guerra) aveva ospitato il ‘Terzo Paradiso’ dell’artista Michelangelo Pistoletto: un’opera ‘open source’ che chiunque, previa autorizzazione della ‘Fondazione Pistoletto’, poteva reinterpretare e riprodurre gratuitamente. Il simbolo del ‘Terzo Paradiso’ ed il marchio del Mean (Movimento Europeo Azione Nonviolenta) sono stati riprodotti su un muro interno dell’università, come un murales di pregiatissima fattura. Studenti, professori e volontari hanno potuto aggiungere la propria firma od un disegno. Il corridoio nel quale era stato riprodotto il murales, bianchissimo, riverniciato di fresco, non era stato scelto a caso: collegava la parte dell’edificio colpita dai missili con la parte illesa.
Gli studenti d’arte hanno offerto la propria visione dell’opera, riproducendola su carta o su tela e modificandola secondo la propria intenzione espressiva: dalla matita, all’acrilico, al collage, sono state impiegate tecniche pittoriche molto diverse tra loro. Nel frattempo, su un grande schermo, è stato proiettato il videomessaggio che Michelangelo Pistoletto aveva inviato all’Università ed al Mean, come ringraziamento per l’iniziativa e come spiegazione dei significati dell’opera, la quale incarna nel modo più sintetico e simbolico possibile un’idea di composizione dei conflitti, di ritrovata armonia, di produzione del nuovo e del bello da elementi che sono in rapporto di contrasto e opposizione tra loro.
Nel videomessaggio l’artista esortava a sprigionare una forza creativa capace di costruire una ‘pace preventiva’: “Dobbiamo creare un sistema dove l’uomo non è più capace di mangiare l’altro uomo, non lo vuole più fare! Per fare questo bisogna costruire un sistema di pace che non viene dopo la guerra, ma viene prima. La pace deve essere preparata prima di fare la guerra”.
Riferendosi a quell’evento, a 5 anni dall’invasione russa dell’ Ucraina, il direttore della Fondazione Pistoletto, Paolo Naldini, ha affermato: “E’ molto più facile fare la guerra che la pace; per questo la prima è amata dagli uomini di poco valore. La seconda si costruisce con enorme fatica, spesso senza riconoscimento e poche risorse, perchè la guerra fa fare affari che accrescono il denaro, mentre la pace previene immenso dolore e spese maledette: purtroppo, per molti, è difficile scegliere la strada della prevenzione, ci vuole immaginazione e visione, due cose che l’arte coltiva e produce. Anche per questo ogni società ha radicalmente bisogno degli artisti, dei curatori, delle guide e dei direttori dei musei, degli insegnanti e degli amante dell’arte”.
Per quale motivo a Kharkiv era stata esposta l’opera ‘Terzo Paradiso’?
“Nelle mie conversazioni con Angelo Moretti e Doriano Zurlo del MEAN, la funzione sociale dell’arte è sempre stata al centro della nostra attenzione. Sottolineo che la mia partecipazione come attivista non è disgiunta dalla mia attività come artista e portatore delle istanze, delle pratiche dell’arte nel sistema contemporaneo. Con Doriano avevamo valutato le condizioni che i nostri ospiti italiani ci rappresentavano e, in particolare, le possibilità di cooperare con l’Accademia e l’Università.
Per me era importante che la nostra presenza fosse non solo di testimonianza, ma anche di ascolto, o meglio di abilitazione, di invito e incoraggiamento alla produzione del pensiero e della pratica artistica. Dunque non si trattava per me di portare un nostro artefatto o manufatto che rappresentasse la nostra individuale personalità calata in quel contesto, ma al contrario che ci si ritrovasse in uno spazio comune di cura e di co-creazione in cui gli artisti e le istituzioni di Kharkiv potessero raccontare la loro storia in un contesto come quello che stanno vivendo”.
Cos’è il ‘Terzo Paradiso’?
“Il ‘Terzo Paradiso’ è una formula, un simbolo che esprime l’universale dinamica di tensione e connessione, di incontro tra gli opposti nella natura e in ogni altra situazione di fenomeno, compresi i fenomeni sociali. Una formula che rappresenta come da due elementi opposti possa prodursi e generarsi un fenomeno e una terza entità che prima non esisteva.
Questa è la formula della creazione. Il ‘Terzo Paradiso’ ha questa denominazione perché la prima applicazione era dedicata alla paradigmatica opposizione dualista natura-artificio. Ed era dunque da questa applicazione che derivava l’individuazione di un primo paradiso ordinato dalla natura, con un secondo, che vi si opponeva attraverso l’artificio operato dagli umani. Pur provenendo pienamente dalla natura, vi si contrapponeva con una dimensione di artificio, dalle prime abitazioni, ai vestiti, alle colture, alla sporta per raccogliere le bacche, fino alle città e alle più avanzate tecnologie digitali”.
In quale modo l’arte può ‘battere’ l’indifferenza?
“L’arte nasce da un sentire, da un sentimento che coglie la realtà individuandone qualcosa che non accontenta l’artista, ma, se c’è, da una forma di critica rispetto al reale; nel reale manca qualcosa, o quel che c’è non va bene. L’arte, dunque, nasce da una prima posizione di critica sul reale, ma la critica non basta. Quindi dall’immagine alla forma, all’iperforma, alla performance, c’è il percorso che collega l’estetica all’etica, nella loro pratica artistica. Portando con sé la radice di un senso e di un’emozione che ha scatenato la ricerca artistica, la pratica dell’arte estende il movimento dell’emozione al fruitore dell’arte stessa e al contesto che ospita l’arte nella sua traiettoria di distribuzione come sensibile nel mondo dell’umanità.
Questo movimento di emozione porta con sé, come un’onda di energia o elettromagnetica, un’informazione che la materia che ne viene raggiunta assume ed inizia a vibrare della stessa onda. Inoltre, si estende e si espande questa emozione alle realtà circostanti pur senza trasferimento di materia, come vediamo avvenire con la luce o le onde elettromagnetiche. L’arte e gli artisti sono dunque centrali di produzione e trasmissione di onde di emozioni e movimento che attraversano la società e che attivano la società; sono quindi quelle onde che arrivano a toccare i nervi, il cuore e lo spirito delle persone avvolte o sommerse dalla apatia che, in qualche modo, la legge di conservazione dell’energia tende a far assumere loro”.
Allora l’arte può costruire la pace?
“L’arte può contribuire a costruire la pace generando quelle onde di connessione emozionale e concettuale come un pensiero che viene trasmesso di corpo in corpo, di luogo in luogo, di Stato in Stato, di popolo in popolo, formando una piattaforma in cui la circolazione dell’emozione e del sentimento di identificazione con l’altro sia la base di un antidoto alle dinamiche distruttive della guerra.
L’arte permette di vedere il mondo con l’occhio dell’altro e di sentire le emozioni che l’altro sente attraverso le nostre stesse corde e nervi emozionali. Esistono dei circuiti neuronali che afferiscono al concetto di neuroni specchio: le emozioni che vediamo e leggiamo nelle espressioni, nelle vicende altrui, sono da vissute ed esperite come se le vivessimo noi stessi.
Questa capacità di empatia strutturale cablata nei nostri sistemi nervosi è la base per vedere l’altro, leggere le sue emozioni, ascoltando le sue canzoni, conoscendo le sue storie, entrando nei suoi territori, nella sua casa, gustando i sapori della sua cucina, della sua tradizione, i profumi e gli odori del suo mondo. Vederli attraverso l’operare dell’arte intensifica la condivisione empatica e l’interpretazione del mondo attraverso l’occhio altrui.
Ciò pone le basi di una resistenza agli attacchi delle forze della distruzione, dell’odio, della paura e dell’insicurezza che pure abitano sulla nostra interiorità emozionale e nel nostro spirito. L’arte quindi è forse il più profondo antidoto alle dinamiche distruttive e di odio, perché agisce attivando gli stessi sistemi di percezione e di sensazione che attiviamo nel nostro sentire quotidiano”.
(Foto: Fondazione Pistoletto)





























