Commissione Teologica: la relazione è il futuro dell’umanità

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“La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle grandi potenzialità dell’umanità e la percezione della sua grandezza. Eppure, non diminuisce lo sconcerto di fronte alla sua fragilità, soggetta alla morte e alla malattia, come ha dimostrato la pandemia del Covid-19, ma anche tentata dalla rassegnazione al male, che sembra inevitabile, delle guerre e dei conflitti, delle diseguaglianze e dell’indifferenza. Permane, dunque, l’ambivalenza di grandezza e fragilità, che non può essere negata”: così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Quo vadis, humanitas?’, che riflette sulla ‘sfida epocale’ dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale, approvato da papa Leone XIV..

Il documento è un invito a leggere la complessità della contemporaneità senza ridurre alla semplificazione la realtà: “Occorre evitare ogni tentativo di semplificare questa ambivalenza, scegliendo una delle due parti: non si può censurare la fragilità e il limite naturali, esaltando solo la grandezza e la forza, magari affidandosi ciecamente ai risultati della ricerca tecnologica e delle scoperte scientifiche; ma non ci si deve neppure rassegnare a tutti i limiti e fragilità della vita, dimenticando le potenzialità inscritte nella nostra natura intelligente e spirituale. Proprio il compito, affidato a ciascuno, di plasmare con responsabilità la propria identità esige di non semplificare l’umano”.

Quindi l’essere umano è un dono, che si rinnova: “Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede. E non è un dono che semplicemente si è ricevuto in passato, ma qualcosa che sussiste come dono in ogni circostanza della nostra esistenza, per sempre, diventando un compito intrasferibile.poveri,Appropriarsi di questo dono, dando forma alla propria identità, è l’avventura della vita, un compito da assumere in libertà e all’interno delle relazioni nelle quali conosciamo noi stessi, gli altri e la realtà e così possiamo dare il nostro contributo originale ed unnico alla storia umana, corrispondendo alla nostra vocazione. Il dono viene accolto all’interno di un ‘noi’, di una comunità a cui ciascuna persona appartiene e in cui si cresce”.

Questa dignità trova il culmine nella Pasqua: “L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio… Questo paradosso riceve luce definitiva dal mistero pasquale di Gesù Cristo, ove il limite, la finitezza e la caducità, ma anche il disordine introdotto dal peccato, sono superati dall’opera della grazia col dono della figliolanza divina, che ci rende partecipi della vita del Risorto, secondo il disegno del Padre e grazie al rinnovamento di tutte le cose nello Spirito”.

Il primo dei quattro capitoli del testo è dedicato allo sviluppo, caratterizzato da due poli: il transumanesimo e il postumanesimo. Il primo racchiude la volontà di migliorare concretamente, attraverso la scienza e la tecnologia, le condizioni di vita dei popoli, superando i loro limiti fisici e biologici. Il secondo vive il ‘sogno’ di sostituire addirittura l’umano, enfatizzando il cyborg, ovvero l’ibrido che rende fluido il confine tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli, si pone la fede cristiana che ‘spinge a cercare una sintesi’ delle tensioni umane in Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, morto e risorto.

Dopo un rapido excursus sul rapporto tra sviluppo e tecnologia nel magistero più recente (da papa san Giovanni XXIII a papa Francesco), il documento si sofferma in particolare sulla tecnologia digitale, alla luce delle riflessioni di papa Leone XIV: “Il discernimento magisteriale riguardo allo sviluppo e alle sue ambivalenze riconosce anzitutto il valore positivo delle innovazioni tecnologiche che, ben usate, costituiscono una grande risorsa per l’umanità in tanti aspetti della civiltà e della cultura. Sembra perciò a molti che basterebbe distinguere tra applicazioni buone e positive e applicazioni nocive e pericolose, sul presupposto che la tecnologia non sia altro che uno strumento nelle nostre mani”.

Quindi la tecnologia coinvolge la vita: “Poiché si tratta di strumenti più connessi alla nostra autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni… L’era digitale inaugura un nuovo orizzonte di senso in cui ci pensiamo e comunichiamo. Cambia pure la nozione di ciò che è universale, che rimanda meno all’idea di una natura comune quanto piuttosto a ciò che è condiviso nella connessione globale”.

Tale ‘rivoluzione’ informatica cambia anche la conoscenza: “La rivoluzione dell’informazione (‘infosfera’) cambia il modo di esercitare la conoscenza: non si tratta più di elaborare teorie per interpretare i dati e trovare soluzioni ai problemi, quanto piuttosto di stabilire correlazioni tra i dati e calcolare la percentuale di successo. Il rischio è che, in questo modo, si tenda a superare il sapere critico, mentre la delega di alcune operazioni come il calcolo, il ragionamento, la traduzione, potrebbe diminuire l’agilità mentale e la creatività del singolo”.

Per questo il documento mette in guardia dal possibile ‘potere’ dell’Intelligenza Artificiale: “Ma il pericolo maggiore è quello di ridurre l’orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l’IA può elaborare, con una forte ricaduta sull’ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l’IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all’ambito soggettivo o a questioni di gusto”.

Ma è anche un’opportunità per la fede: “Le tecnologie digitali offrono molte opportunità alle religioni che mobilitano le risorse della comunicazione digitale a servizio della loro missione. La rete è oggi un ‘luogo’ dove si possono trovare molte proposte positive di vita religiosa e di vita cristiana, che facilitano conoscenza e informazione in modalità inimmaginabili fino a poco fa”.

Però c’è anche il rischio che la fede diventi slegata dalla realtà e molto emotiva: “Si può anche dubitare del carattere autenticamente ecclesiale di certa comunicazione cristiana nei social network, specie quando impiegata per alimentare polemiche, creare divisioni e persino distruggere la buona fama di altre persone. Inoltre, alcune di queste nuove pratiche spirituali online finiscono col produrre una metamorfosi nel modo di credere, poiché la tecnologia digitale ha una presa molto forte sull’immaginario religioso.

Non di rado, il risultato è un nuovo paradigma che ridefinisce le identità religiose: la tecnologia funge essa stessa anche da guida spirituale e mediatrice del sacro. In effetti, i devoti di varie religioni e i ricercatori spirituali spesso ripongono una fiducia indiscriminata nei motori di ricerca online, rendendo superflue le mediazioni umane del sacro, sostituite dal digitale. I casi estremi arrivano alle richieste di benedizioni e di esorcismi virtuali, allo spiritismo digitale e alle ‘false religioni’ tridimensionali”.

Ed ecco, in conclusione l’affidamento alla Madre di Dio: “Infatti, in Maria la Chiesa contempla ciò che tutti speriamo di essere: l’immagine di un essere umano nella sua pienezza. Nelle circostanze della sua vita, Maria realizza una sintesi che unisce la chiamata d’amore e la risposta libera; la vocazione personale e la missione sociale; l’identità filiale e la comunione fraterna; l’annuncio di Dio e il servizio agli altri esseri umani; l’obbedienza responsabile e il servizio generoso; l’accoglienza del dono e il donarsi gratuitamente; la gioia del canto e la serena meditazione sulla vita, l’appartenenza al proprio popolo e l’apertura a tutte le generazioni; l’accettazione dei propri limiti e la felicità della fede; il ‘sì’ affinché si compia la volontà di Dio e la sollecitudine affinché tutti facciano ciò che Gesù dirà loro. Maria ha accolto la sua vita come vocazione e così ha realizzato la propria identità personale nell’adempimento della missione affidatale, affinché si compisse il disegno d’amore di Dio Trinità per l’intera umanità”.

L’altra conclusione riguarda i poveri: “L’inarrestabile sviluppo tecnologico che prendiamo in considerazione in questo testo e che favorisce soprattutto quelli che hanno già molto potere, sfida a dirigere lo sguardo ai più poveri. Se questo sviluppo, come abbiamo visto, insieme alle ideologie che lo accompagnano, implica seri rischi, questi saranno ancora maggiori per i più deboli e indifesi, cioè per quelli che non contano nulla perché non servono agli ingranaggi dei più potenti.

Essi corrono il rischio di diventare materia di scarto, ‘danni collaterali’, spazzati via senza pietà… Da ciò scaturisce il dovere di stare particolarmente attenti (come umili sentinelle) alle conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi. Nondimeno, a reagire con una parola profetica e un generoso coinvolgimento. Si gioca così l’autenticità della nostra fede e il valore umano della nostra vita”.

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