Appello del Cardinale Robert Sarah per l’unità in risposta alla recente decisione della FSSPX
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 25.02.2026 – Vik van Brantegem] – Il Cardinale Robert Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha espresso la sua “grave preoccupazione” in seguito all’annuncio della Fraternità Sacerdotale San Pio X di voler procedere il prossimo 1° luglio con le ordinazioni episcopali senza mandato papale. In un appello pubblicato sull’importante settimanale francese Le Journal du Dimanche del 22 febbraio 2026, il Cardinal Sarah ha esortato la FSSPX a riconsiderare la decisione e ha invocato l’unità nella Chiesa attraverso l’obbedienza al Vicario di Cristo. Precedentemente pubblicata solo in francese in forma abbreviata, il testo integrale in inglese dell’appello del Cardinal Sarah in risposta alla recente decisione della FSSPX, è stata presentata il 23 febbraio 2026 da Diane Montagna su Subtrack, con la gentile autorizzazione di Sua Eminenza. Ne riportiamo di seguito la traduzione italiana.
Prima che sia troppo tardi!
Un appello all’unità del Cardinale Robert Sarah
«”Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Con queste parole Pietro, interrogato insieme agli altri discepoli dal Maestro sulla fede che professa in Lui, esprime in sintesi il patrimonio che la Chiesa, attraverso la successione apostolica, ha custodito, approfondito e tramandato per duemila anni. “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore”».
Queste parole, così chiare e così potenti, pronunciate da Papa Leone XIV sulla fede di Pietro il giorno dopo la sua elezione, risuonano ancora nella mia anima.
Il Santo Padre riassume così il mistero della fede che i vescovi, come successori degli Apostoli, non devono mai cessare di proclamare e ricordare. Cristo non è solo il nostro unico Salvatore; è la nostra unica salvezza. Il suo Nome è l’unico mediante il quale possiamo essere salvati.
Ma dove possiamo trovare Gesù Cristo, l’unico Redentore?
Sant’Agostino ci risponde con chiarezza: «Dove c’è la Chiesa, lì c’è Cristo».
Sappiamo che non c’è salvezza al di fuori della Chiesa. Per questo la nostra preoccupazione per la salvezza delle anime si esprime nella nostra costante sollecitudine nel condurle all’unica fonte: Cristo, che si dona nella Chiesa e attraverso la Chiesa.
La Chiesa è dunque il luogo della fede, il luogo in cui la fede viene trasmessa e il luogo in cui, mediante il Battesimo, si viene immersi nel mistero pasquale della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Questo mistero ci libera dalla prigione del peccato e da tutte le nostre divisioni e ci introduce nella comunione del Dio Uno e Trino.
Nell’unica Chiesa esiste un centro, un punto di riferimento necessario: la Chiesa di Roma, governata dal Successore di Pietro, «il primo dei Dodici».
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, dichiara: «Gli apostoli, quindi, predicando dovunque il Vangelo (cfr. Mc 16,20), accolto dagli uditori grazie all’azione dello Spirito Santo, radunano la Chiesa universale che il Signore ha fondato su di essi e edificato sul beato Pietro, loro capo, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare (cfr. Ap 21,14; Mt 16,18; Ef 2,20)» (LG 19).
Questa formulazione rende direttamente il pensiero di Gesù, come inciso nei nomi stessi di “Kephas” e dei Dodici, data la profondità delle loro risonanze bibliche.
Simon Pietro, che già nel Vangelo occupa una posizione preminente tra i Dodici, porta al Risorto i pesci della sua rete. Gesù gli affida poi solennemente l’incarico di pascere il suo gregge.
La Chiesa è una.
È la Chiesa che Cristo ha affidato a Pietro e ai Dodici. Infatti, la Chiesa è, fondamentalmente, secondo l’espressione di Marco e Luca, «Pietro e quelli che sono con lui» (Mc 1,36; Lc 9,32).
Il primato è quindi dato a Pietro, e così si può vedere un’unica Chiesa e un’unica Cattedra… Chi abbandona la Cattedra di Pietro può ancora affermare di far parte della Chiesa di Cristo?
Per questo motivo, desidero esprimere la mia profonda preoccupazione e il mio profondo dolore nell’apprendere l’annuncio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da Mons. Lefebvre, della sua intenzione di procedere alle ordinazioni episcopali senza mandato papale.
Ci viene detto che questa decisione di disobbedire alla legge della Chiesa è motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum. Ma la salvezza è Cristo, ed Egli si dona solo all’interno della Chiesa.
Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza attraverso vie diverse da quelle che Lui stesso ci ha indicato?
È davvero volere la salvezza delle anime lacerare il Corpo Mistico di Cristo in modo forse irreversibile?
Quante anime rischiano di perdersi a causa di questo nuovo strappo nella veste incontaminata della Chiesa?
Ci viene detto che questo atto intende essere una difesa della Tradizione e dell’integrità del Deposito della Fede. So fin troppo bene come il Deposito della Fede sia talvolta disprezzato anche da coloro che hanno la missione di difenderlo. Certamente, oggi dovremmo avere una consapevolezza più viva che esiste una continuità ininterrotta nella vita della Chiesa – nell’annuncio di Dio, nella celebrazione dei sacramenti – che giunge fino a noi e che chiamiamo Tradizione. Essa ci dà la garanzia che ciò in cui crediamo è il messaggio originario di Cristo predicato dagli Apostoli.
Il nucleo dell’annuncio originario è l’evento della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù, da cui scaturisce tutto il patrimonio della fede.
In questo modo, mentre la Sacra Scrittura contiene la Parola di Dio, la Tradizione della Chiesa la conserva e la trasmette fedelmente e integralmente, affinché gli uomini di ogni tempo possano accedere alle sue immense ricchezze e arricchirsi dei suoi tesori.
Pertanto, la Chiesa «perpetua e trasmette a ogni generazione, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, tutto ciò che essa stessa è, tutto ciò che crede».
Ma so anche, e credo fermamente, che al centro della fede cattolica c’è la nostra missione: seguire Cristo, che si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce.
Si può davvero fare a meno di seguire Cristo nella sua umiltà, fino alla Croce? Non è forse un tradimento della Tradizione rifugiarsi in mezzi meramente umani per preservare le nostre opere, anche se buone?
La nostra fede soprannaturale nell’indefettibilità della Chiesa può portarci a dire con Cristo: «L’anima mia è triste fino alla morte» (Mt 26,38), quando vediamo i tradimenti e la codardia di un numero sempre crescente di prelati di alto rango che insegnano non il Deposito della Fede, ma le proprie opinioni e la propria visione personale in materia di dottrina e morale.
Ma non potrà mai portarci a rinunciare all’obbedienza alla Chiesa.
Santa Caterina da Siena, che non esitava a rimproverare i cardinali e persino il Papa, dichiara: «Obbedite sempre al pastore della Chiesa, perché egli è la guida che Cristo ha stabilito per condurre le anime a Sé». Il bene delle anime non può mai essere servito dalla disobbedienza deliberata, perché il bene delle anime è una realtà soprannaturale. Non riduciamo la salvezza a un gioco mondano di pressione mediatica.
Chi ci darà la certezza di essere veramente in contatto con la fonte della salvezza? Chi ci garantirà che non abbiamo preso per verità la nostra opinione? Chi ci proteggerà dal soggettivismo? Chi ci assicurerà che siamo ancora nutriti dall’unica Tradizione che ci viene da Cristo? Chi ci garantirà che non stiamo correndo avanti alla Provvidenza, ma la stiamo seguendo, lasciandoci guidare dai suoi suggerimenti?
A queste domande angoscianti, c’è una sola risposta: la risposta data da Cristo agli Apostoli: «Chi ascolta voi ascolta me. A chi perdonerete i peccati saranno perdonati e a chi non li rimetterete, saranno non rimessi» (Lc 10,16; Gv 20,23).
Come ci si può assumere la responsabilità di prendere le distanze da questa unica certezza? Ci viene detto che ciò avviene in fedeltà al Magistero precedente, ma chi può garantircelo se non il Successore di Pietro stesso?
Qui si pone una questione di fede. Essa si pone per tutti coloro che contestano il dogma e la morale in nome di ideologie di moda. Si pone anche per coloro che pretendono di difendere la Tradizione.
«Chi obbedisce al Papa, rappresentante di Cristo sulla terra, non sarà separato dal Sangue del Figlio di Dio», diceva Santa Caterina da Siena. Non si tratta di fedeltà mondana o ideologica a un uomo e alle sue idee personali.
Non si tratta di essere partigiani di un uomo. Non si tratta di papolatria o di culto della personalità che circonda il Papa. Non si tratta di obbedire al Papa nella misura in cui esprime le sue idee personali, opinioni o posizioni ideologiche su gravi questioni dottrinali e morali. Si tratta di obbedire al Papa che dice, come Gesù: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7,16).
Si tratta di una comprensione soprannaturale dell’obbedienza canonica, che garantisce il nostro legame con Cristo stesso. Questa è l’unica garanzia che la nostra lotta per la fede, la morale cattolica e la tradizione liturgica non sconfini nell’ideologia. Cristo non ci ha dato nessun altro segno certo.
Abbandonare la Barca di Pietro e organizzarsi autonomamente, in un cerchio chiuso come una setta, significa abbandonarsi alle onde della tempesta.
So bene che spesso, anche all’interno della Chiesa stessa, ci sono lupi travestiti da agnelli.
Non ci ha forse avvertito Cristo stesso di questo?
Ma la protezione più sicura contro l’errore e l’eresia rimane il nostro attaccamento soprannaturale e canonico al Successore di Pietro. «Se alcuni pastori o guide sono malvagi, non rigettate la Chiesa: essa è quella fondata da Cristo, e non permetterà mai che perisca. È Cristo stesso che vuole che rimaniamo nell’unità, e che anche quando siamo feriti dagli scandali dei cattivi pastori, non abbandoniamo la Chiesa», dice Sant’Agostino.
Vorrei concludere ricordando la sofferenza di Cristo nell’Orto degli Ulivi e il suo grido di sete sulla Croce. Come si può rimanere insensibili alla preghiera angosciata di Gesù: «Padre, che siano una sola cosa, come noi siamo una sola cosa» (Gv 17,22)?
Come non lasciarsi commuovere da questo grido di Gesù, che desidera la nostra unità e tuttavia continua a fare a pezzi il Suo Corpo con il pretesto di salvare le anime?
Non è forse Lui, Gesù, che salva?
Siamo noi e le nostre strutture a salvare le anime?
Non è forse attraverso la nostra unità che il mondo crederà e sarà salvato?
Questa unità è innanzitutto quella della fede cattolica; è anche quella della carità; e infine è quella dell’obbedienza.
Vorrei ricordare che San Pio da Pietrelcina fu ingiustamente condannato in vita dagli uomini di Chiesa. Per dodici anni gli fu proibito di confessare. Sebbene Dio gli avesse concesso una grazia speciale per aiutare le anime dei peccatori, gli fu proibito di confessare!
Cosa ha fatto?
Ha disobbedito in nome della salvezza delle anime?
Si ribellò in nome della fedeltà a Dio?
No, rimase in silenzio.
Abbracciò l’obbedienza crocifissa, certo che la sua umiltà sarebbe stata più fruttuosa della ribellione.
Scrisse: «Il buon Dio mi ha fatto capire che l’obbedienza è l’unica cosa che Gli piace, e per me l’unico mezzo per sperare nella salvezza e cantare la vittoria».
Anche noi possiamo affermare che il modo migliore per difendere la fede, la tradizione e la liturgia autentica saranno sempre quelle di seguire Cristo obbediente.
Cristo non ci comanderà mai di rompere l’unità della Chiesa.
Come dice San Giovanni Crisostomo: «L’unità della Chiesa, custodita dallo Spirito Santo, è più preziosa di tutte le ricchezze di questo mondo».


























