Maestro Aurelio Porfiri: lacrime e liberazione, la musica come conoscenza suprema
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.02.2026 – Vik van Brantegem] – Musicista, compositore, direttore di coro e instancabile promotore della tradizione liturgica, il Maestro Aurelio Porfiri è una delle voci più autorevoli nel panorama della musica sacra contemporanea. Con una produzione vastissima e un impegno costante nella riflessione teologica ed estetica, Porfiri coniuga la prassi compositiva con una visione critica e appassionata del presente ecclesiale e culturale.
In questa intervista, in occasione della prima esecuzione del nuovo Oratorio Una con Lui, dedicato a Santa Francesca Romana, il Maestro racconta la genesi di un’opera nata nel cuore di Trastevere, nella chiesa medievale di Santa Maria in Cappella, luogo intimamente legato alla santa. Attraverso parole intense e talvolta provocatorie, Porfiri riflette sulla crisi della musica sacra, sulla perdita di un’etica del canto e sulla necessità di recuperare la scuola romana non come sterile archeologia, ma come “memoria del futuro”.
Ne emerge il ritratto di un artista realista e combattivo, convinto che l’arte – soprattutto quella rivolta a Dio – sia un cammino di liberazione interiore e un atto di resistenza contro la mediocrità. Per Porfiri, la musica non è solo suono, ma forma suprema di conoscenza, capace di toccare le profondità del tempo, dello spazio e dell’anima.
Maestro Porfiri, il prossimo 8 marzo si esegue un suo nuovo Oratorio sulla figura di Santa Francesca Romana dal titolo Una con Lui. Ci parlerebbe di questa composizione?
Ho composto questo Oratorio dedicato a Santa Francesca Romana in quanto da qualche mese sono maestro di cappella nella bellissima chiesa medievale di Santa Maria in Cappella in Trastevere, chiesa che fu molto cara a Santa Francesca Romana. Il testo, tratto dalla Vita della santa del Mattiotti è stato adattato dalla Professoressa Alessandra Bartolomei Romagnoli, la più grande conoscitrice di questa figura mirabile della Chiesa Cattolica e della Città di Roma, anche se oggi sembra questa santa quasi dimenticata. Chi volesse partecipare può acquistare i biglietti su eventbrite o classictic.
Lei, con la sua Associazione Culturale Romaeterna Cantores, è dedito alla preservazione della scuola romana. Come vanno le cose?
Direi che vanno, anche se con tanta fatica. Purtroppo la grave crisi della musica sacra degli ultimi decenni ha fatto sì che anche il livello di chi canta nelle chiese si abbassasse, a volte drammaticamente. Non parliamo poi di tanti sacerdoti che oramai hanno una nozione molto vaga (se la possiedono) della musica adatta per la liturgia e per dare gloria a Dio. Purtroppo, per tornare a chi canta, non si sono perse soltanto le voci, ma soprattutto si è persa l’etica del canto e la cultura della tradizione, che non è vuota ripetizione del passato ma memoria del futuro.
Ma vista la situazione che Lei descrive, vale la pena combattere?
E quale scelta abbiamo se non quella di buttare il nostro cuore oltre l’ostacolo? Dovremmo forse abitare la mediocrità che ci circonda? Meglio una intensa solitudine che un’affollata banalità. Alcuni pensano che l’arte sia una salvezza, quando invece essa non è che una condanna che però da un nome alla tua disperazione.
Sembra molto pessimista…
Al contrario, penso di essere realista. E credo fermamente che nella vita ci sono molte cose belle per cui vale la pena vivere. Ma il nostro attuale mondo perverso ci fa sentire in colpa per tutte queste cose belle: con il cibo devi stare attento, con il bere devi stare attento, se fai un complimento a una donna magari ti denunciano per molestie, se parli devi stare attento a quello che dici perché tutto può essere usato contro di te… devo andare avanti? Perché potrei andare avanti a lungo.
In tutto questo l’arte come può aiutare?
Come ho detto prima, l’arte può dare un senso alla nostra sofferenza. Tutta l’arte, anche quella più nobile e più alta, cioè quella diretta a Dio, non può che essere un messaggio di liberazione, liberazione dalle ipocrisie che la società, una certa educazione e anche un certo modo di intendere il fatto religioso ci impongono. E soprattutto, come diceva Carmelo Bene, ci spinge a fare l’unica rivoluzione che conta, che è quella contro noi stessi. E qui l’arte si incontra con la mistica Cristiana in modo supremo. Non si può vivere se non essendo religiosi, ma non vivendo la religione come fosse una maschera per nascondere problemi di personalità, ma mettendosi all’ascolto della tradizione, nostra maestra. Ruminando le Sacre Scritture come facevano (e dovrebbero ancora fare) i monaci per liberare da esse un senso superiore per divenire finalmente morali e smettere di essere moralisti.
Oggi cosa è la musica per lei?
Dopo tanti decenni da musicista, capisco sempre più che essa è una forma suprema di conoscenza e che chi vuole comprendere un po’ di musica deve spaziare in tutto lo scibile umano perché la musica non ci parla di musica ma ci parla di qualcosa che tocca le profondità del tempo e dello spazio. Forse l’unica reazione comprensibile alla musica è quella di Sant’Agostino che versava lacrime ascoltando i meravigliosi inni di Sant’Ambrogio. Dovremmo gioire di queste lacrime, che ci permettono di toccare la nostra umanità più profonda e sono per noi come una molla, più ci sprofondiamo e più saltiamo in alto.
«Quante lacrime versate ascoltando gli accenti di [quegli] inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene» (Sant’Agostino, Confessioni, IX, 6.14).


























