Il Servo di Dio Don Luigi Giussani verso la beatificazione. Papa Leone XIV al 47° Meeting per l’amicizia fra i popoli di Comunione e Liberazione
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 20.02.2026 – Vik van Brantegem] – Nella cattedrale metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria di Milano, al termine della Santa Messa nella memoria del Servo di Dio Don Luigi Giussani – fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, nato a Desio il 15 ottobre 1922 e morto a Milano il 22 febbraio 2005 in fama di santità – l’Arcivescovo metropolita di Milano, S.E.R. Mons. Mario Delpini, ha comunicato che alle ore 17.00 di giovedì 14 maggio 2026, solennità dell’Ascensione del Signore, presiederà nella basilica di Sant’Ambrogio la Santa Messa che segnerà la conclusione della fase diocesana dell’Inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione di Don Luigi Giussani, aperta giovedì 9 maggio 2024 nella basilica di Sant’Ambrogio da Mons. Delpini con la Prima Sessione pubblica della Fase testimoniale per la causa.
Nel dare l’annuncio, Mons. Delpini ha ricordato Don Giussani come «un sacerdote ambrosiano, innamorato della nostra Chiesa, che volle servire per tutta la sua vita con l’ardore del suo animo e del suo zelo. Nella sua vita e nel suo ministero ha indicato quali frutti possa avere l’intenso amore per Dio: la fecondità che può dare (come ha dato) origine a qualcosa che lo Spirito di Dio rende prezioso per la Chiesa tutta. Penso qui al dono che è per la Chiesa universale il Movimento e la Fraternità di Comunione e Liberazione, il cui fecondo carisma è diffuso ormai in tutto il mondo».
Nella la sua omelia, Mons. Delpini ha definito Don Giusani più volte “semplicemente uomo di Dio”, un testimone dell’amore di Dio che porta pace e unità dentro un mondo segnato dalla divisione e dalla violenza.
Nella stessa giornata di ieri, la Sala Stampa della Santa Sede ha annunciato che la Prefettura della Casa Pontificia ha reso noto, che nel pomeriggio di sabato 22 agosto 2026, il Santo Padre Leone XIV incontrerà a Rimini i partecipanti al 47° Meeting per l’amicizia fra i popoli di Comunione e Liberazione. A seguito di questo annuncio, riportiamo di seguito la riflessione di Renato Farina Si ripete la scelta di Wojtyła, un riconoscimento che continua, pubblicato su Il Sussidiario.
«Il Papa ha annunciato di aver accettato l’invito e parteciperà al Meeting di Rimini il prossimo agosto. Viene in casa dei ciellini. Quel raduno non è semplicemente l’evento culturale più importante ispirato a Comunione e Liberazione. È l’unica opera nata da CL che faccia tutt’uno con essa: non è la stessa cosa, ma quasi, e scusate la rozzezza. Di certo Don Giussani ha riconosciuto il Meeting come congiunto al movimento in modo inequivoco.
Accadde nei primi mesi del 1982. Erano i giorni in cui San Giovanni Paolo II aveva maturato la decisione di riconoscere la Fraternità come via sicura per l’educazione della Fede. Ricevette Don Luigi Giussani e Don Massimo Camisasca. Fu lui a introdurre l’argomento, e non virgoleggio per rispetto, ma le parole furono queste: il vostro Meeting in due anni ha ottenuto una partecipazione straordinaria, vedo in esso realizzato il compito di dare espressione pubblica della Fede, di mostrare come la Fede generi cultura, non come un dato accessorio ma come una necessità; devo sostenere questo vostro tentativo in cui mi riconosco, verrò al Meeting.
Sono passati 44 anni da allora. E la scelta si ripete. Allora la meraviglia era mitigata dalla consonanza già ampiamente manifestata dal Papa polacco sin dai primi mesi dalla sua elezione. Il settimanale Il Sabato, della cui ciurma ero partecipe, in quel periodo apriva le vele per prendere il vento che scuoteva il mondo da San Pietro. Quando Wojtyła giunse a Rimini ci benedisse mentre ci affacciavamo dal nostro stand.
Ma adesso è tutta un’altra epoca. Inverni freddi sono stati quelli degli ultimi anni per noi. Giorni difficili si stavano vivendo proprio in questi ultimi tempi dentro CL. Ed ecco, improvvisamente, un vento sereno che sgombra nubi e nebbie. Scusate se romanzerò un po’, ma è stata per me – e sono certo per tanti ciellini – l’aprirsi del respiro, lo sciogliersi di un groppo, un’emozione molto forte.
Improvvisamente, il gesto: Leone XIV alza lo sguardo in cima al sicomoro dove, un po’ scosso, il popolo di Comunione e Liberazione si era arrampicato, inseguito dallo scempio del suo nome. Pietro alza lo sguardo e dice: “Scendete, vengo a casa vostra”.
Avrei voluto dirgli: ma non hai paura che ti crolli in testa, Santo Padre? Allora non credi a quello che dicono di noi, non difesi da nessuno che abbia peso d’autorità, e cioè che questa nostra casa sia lesionata nella sua struttura intima, e il carisma di Don Giussani se ne sia fuggito, consumato da odi fraterni e lotte di potere?
Scusino i puristi il punto esclamativo, ma così ho vissuto personalmente – e so che tanti ciellini hanno sperimentato la commozione di Zaccheo a Gerico – quella notizia. Proprio mentre sui blog di cose pretesche si faceva filtrare, gonfiando la malizia con il lievito dei farisei, la voce di una dura reprimenda inflitta dal pontefice regnante ai responsabili apicali di CL che avevano chiesto e ottenuto udienza.
Sarebbe ridicolo negare che tensioni e crisi attraversino oggi la vita della Fraternità: essa “è spettacolo di limite e di tradimento, e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza irriducibile nella grazia che ci viene data e rinnovata ogni mattino”, ci è stato insegnato. Ma quelle che sono descritte come eruzioni di una lebbra mortale sono letture falsate di una storia drammatica, come tutte le cose vere.
Viene Leone XIV in casa nostra. C’è qualcosa di biblico in questa decisione. Come quando Elia, sfinito, pensa di non potercela più fare, e Dio non lo rimprovera, ma gli dà il pane per continuare il cammino. Così oggi, attraverso Pietro, la Chiesa non nega la fatica, ma la accompagna. Non cancella le difficoltà, ma dice che il cammino merita di essere sostenuto.
Si rifletta. Leone ha voluto questo motto traendolo da Sant’Agostino: “In Illo uno unum”. In Cristo, che è Uno, siamo uno. Portarlo nelle nostre singole dimore è un bel compito, una grazia da riconoscere perdonando. Vale per il mondo intero.
Il 29 agosto 1982 San Giovanni Paolo II concludeva a Rimini il III Meeting per l’amicizia fra i popoli. Oggi, nel 2026, un altro Papa sceglie lo stesso luogo. Tra questi due eventi non c’è una semplice somiglianza, ma un arco di continuità. E come ogni arco, anche questo si regge su una colonna precisa.
Quella colonna è il gesto del 30 maggio 1998 in piazza San Pietro. Don Luigi Giussani si muove dopo un breve discorso verso il trono di Pietro. Si inginocchia davanti al Papa, e Giovanni Paolo II si alza e si china a baciargli la fronte. Un gesto strappato da entrambi a uno, anzi a due Parkinson devastanti. Nulla di cerimonioso, ma un istante eterno di rivelazione.
Fu un momento assoluto: la Chiesa riconobbe pubblicamente, in modo carnale, attraverso un atto di potenza e di tenerezza divine, il carisma donato a Don Giussani, e ne riconobbe l’utilità per la propria missione. Quel seme non riusciremo, con la grazia di Dio e l’aiuto del Papa, a distruggerlo. Questo dice il perché di Leone XIV pellegrino in CL.
Giovanni Paolo II non venne a Rimini per un gesto di simpatia, ma riconoscendo nel Meeting qualcosa che coincideva profondamente con il compito che sentiva affidato alla Chiesa in quel tempo: annunciare Cristo come risposta al cuore dell’uomo, generando forme di vita e di cultura.
Nel discorso del 29 agosto 1982 lo disse con parole destinate a restare: la civiltà della verità e dell’amore. Una civiltà in cui la verità non è motivo di scontro, ma sorgente di pace, e l’amore è la forma concreta della vicinanza di Dio all’uomo. E indicò senza esitazioni il centro di tutto: “La più grande risorsa dell’uomo è Cristo”.
Lo ricordava bene, sedici anni dopo, nel 1998, Don Giussani, offrendo una sintesi impressionante del magistero di Wojtyła, che oggi risuona con forza intatta: «Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità. È lo stupore di Dionigi l’Areopagita: “Chi ci potrà mai parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?” Mi ripeto queste parole da più di cinquant’anni. Per questo la Redemptor hominis è entrata nel nostro orizzonte come un bagliore in piene tenebre, avvolgenti la terra oscura dell’uomo di oggi, con tutte le sue confuse domande».
Quelle parole spiegano il gesto del 1998. E insieme spiegano perché oggi, nel 2026, Papa Leone XIV sceglie di venire al Meeting. Non per nostalgia, non per appartenenza, ma per continuità di riconoscimento. Un riconoscimento che non è mai venuto meno nella fedeltà alla Chiesa e nel tentativo – sempre fragile, sempre umano – di comunicare Cristo al mondo.
La presenza di Papa Leone XIV dice questo, semplicemente: che l’espressione pubblica della Fede non è un residuo del passato, ma una risorsa per l’uomo di oggi. E che, anche nei tempi difficili, la Chiesa non toglie il pane, ma lo offre.
Grazie, Santità».
Renato Farina
Foto di copertina: Don Luigi Giussani con alcuni studenti nel settembre del 1956 durante una gita del liceo Berchet al faro di Portofino.


























