I lefebvriani dicono no alla proposta della Santa Sede: ordineranno nuovi vescovi, ma chiedono carità

Cupola di San Pietro
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 19.02.2026 – Andrea Gagliarducci] – No, la Fraternità Sacerdotale San Pio X non annullerà le ordinazioni episcopali previste per il prossimo 1° luglio, come richiesto dal Dicastero per la Dottrina della Fede come precondizione per un dialogo dottrinale che porti ai “minimi” per la comunione. Perché – dice la Fraternità – questo dialogo sarebbe una forzatura. Anzi, aggiunge, è già fallito in molteplici occasioni e non può funzionare ora, quando un comunicato della Santa Sede parla di minaccia di scisma, ponendo ulteriore pressione. E poi, in fondo, il punto alla base è uno: non solo non ci si accorda sulla dottrina, ma non si può trovare un accordo se la coscienza (quella della Fraternità) lo dice diversamente. Ma, alla fine, si chiede anche al Dicastero di guardare con carità alla FSSPX, che ha bisogno di vescovi per continuare la sua opera.

La ragioni del dialogo impossibile tra la Fraternità Sacerdotale San Pio X e il Dicastero per la Dottrina della Fede sono in una lettera che Don Davide Pagliarani, il Superiore generale, ha inviato al Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e presentata da un comunicato della Fraternità in cui si nota che “la questione è ormai di dominio pubblico”, con una lamentela implicita riguardo la comunicazione della Santa Sede del 12 febbraio, dopo l’incontro, cui la Fraternità aveva risposto con un comunicato solo nella serata di quella stessa giornata, in cui tra l’altro metteva in luce l’approccio del Cardinal Fernández, che invece di ragionare sul piano della carità per le anime, chiedeva un dialogo teologico senza però voler modificare l’insegnamento del Concilio Vaticano II.

Il nodo è proprio quello: la recezione del Concilio Vaticano II, secondo cui la Fraternità è un fatto storico, ma pastorale, e dunque non vincolante per la dottrina. E il secondo nodo è quello delle ordinazioni episcopali, che sarebbero illecite ma non illegittime, perché compiute da vescovi comunque ordinati nella successione apostolica ma senza il mandato del Papa. Una sottigliezza, forse, ma sostanziale per la FSSPX, che pure ha sempre considerato non valida la scomunica dei quattro vescovi ordinati dal fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre, nel 1988, che causò la scomunica latae sententiae dei vescovi poi revocata da Benedetto XVI nel 2009. Questo perché si appellano al canone 1323, comma 4, in cui si sottolinea che non è passabile di alcuna pena chi “agì costretto da timore grave, anche se solo relativamente tale, o per necessità o per grave incomodo, a meno che l’atto non fosse intrinsecamente cattivo o tornasse a danno delle anime”. Il tema, per la FSSPX, è proprio questo. Un caso di coscienza, insomma.

Seguiamo, allora, la lettera che Don Pagliarani invia al Cardinal Fernández. Prima di tutto, ricorda – allegando il documento originale al comunicato – che già nel 2019 la FSSPX aveva chiesto all’Arcivescovo Pozzo, allora Presidente di Ecclesia Dei, una discussione dottrinale, che resta “auspicabile e utile”, anche in assenza di accordo, per “favorire la conoscenza reciproca” e “affinare e approfondire la proprie argomentazioni”.

Per Don Pagliarani, resta ferma l’intenzione di mantenere il dialogo, ma afferma di non poter accettare, “per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e alle anime, la prospettiva e le finalità in nome delle quali il Dicastero propone una ripresa del dialogo nel presente frangente; né, contestualmente, la procrastinazione della data del 1º luglio”.

Prima di tutto, perché viene dato per scontato che non possa esserci un accordo sul piano dottrinale, e in particolare riguardo agli orientamenti fondamentali adottati dopo il Concilio Vaticano II, e questo disaccordo – sottolinea il Superiore generale dei lefebvriani – “non deriva da una semplice divergenza di vedute, ma da un vero caso di coscienza, provocato da ciò che si rivela essere una rottura con la Tradizione della Chiesa”. Questo nodo complesso è purtroppo divenuto ancora più inestricabile con gli sviluppi dottrinali e pastorali avvenuti nel corso dei recenti pontificati”.

Ma la FSSPX contesta anche l’idea di cercare dei “minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa cattolica”, perché – come chiarito anche nel comunicato della Santa Sede del 12 febbraio – “i testi del Concilio non possono essere corretti, né la legittimità della Riforma liturgica messa in discussione”, mentre il Concilio è stato “recepito, sviluppato e applicato da sessant’anni, dai Papi che si sono succeduti, secondo orientamenti dottrinali e pastorali precisi”, con documenti come Redemptor hominis, Ut unum sint, Evangelii gaudium o Amoris lætitia – i primi due di Papa Giovanni Paolo II, i secondi di Papa Francesco – e poi con la Traditionis custodes, con cui Papa Francesco aveva abrogato la liberalizzazione del rito antico.

Pagliarani va oltre. Sottolinea che le circostanze in cui si propone il dialogo sono fondamentali, e questo accade non solo a sette anni dalla lettera in cui veniva chiesto un dialogo dottrinale, ma anche dopo che il Superiore della FSSPX ha scritto due volte a Papa Leone XIV per chiedere udienza, cui non hanno mai avuto risposta, mentre – sottolinea ancora Pagliarani – “dopo un lungo silenzio, è solo nel momento in cui si evocano consacrazioni episcopali che si propone la ripresa di un dialogo, il quale appare dunque dilatorio e condizionato”.

Pagliarani afferma che “la mano tesa dell’apertura al dialogo si accompagna purtroppo a un’altra mano già pronta a comminare sanzioni”, tanto che si parla di “scisma” e di “gravi conseguenze”, creando “una pressione difficilmente compatibile con un autentico desiderio di scambi fraterni e di dialogo costruttivo”.

Inoltre, secondo il superiore della FSSPX non ci può essere dialogo sui minimi necessari alla comunione ecclesiale perché “questo non ci appartiene”, in quanto “nel corso dei secoli, i criteri di appartenenza alla Chiesa sono stati stabiliti e definiti dal Magistero. Ciò che doveva essere creduto obbligatoriamente per essere cattolici è sempre stato insegnato con autorità, nella fedeltà costante alla Tradizione”.

Insomma, “non si vede come questi criteri potrebbero essere oggetto di un discernimento comune mediante un dialogo, né come potrebbero essere rivalutati oggi al punto da non corrispondere più a ciò che la Tradizione della Chiesa ha sempre insegnato, e che noi desideriamo osservare fedelmente, al nostro posto”.

Pagliarani lamenta anche che ci sono precedenti anche riguardo al dialogo su una dichiarazione dottrinale accettabile, con un percorso iniziato nel 2009, e proseguito prima intensamente e poi sporadicamente fino al 6 giugno 2017, quando l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, “ha solennemente stabilito, a suo modo, «i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», includendo esplicitamente tutto il Concilio e il post-Concilio”. Ciò mostra – chiosa Pagliarani – “che, se ci si ostina in un dialogo dottrinale troppo forzato e senza sufficiente serenità, a lungo termine, invece di ottenere un risultato soddisfacente, non si fa che aggravare la situazione”.

Per la FSSPX, l’unico punto di incontro è “la carità verso le anime e verso la Chiesa”, e dato che la Fraternità esiste e che “chiede unicamente di poter continuare a compiere lo stesso bene per le anime alle quali amministra i santi sacramenti”, Pagliarani si rivolge a Fernández in quanto pastore, sottolineando che “la Fraternità non può abbandonare le anime. Il bisogno delle consacrazioni è un bisogno concreto a breve termine per la sopravvivenza della Tradizione, al servizio della santa Chiesa Cattolica”.

Argomenta Pagliarani: “Possiamo essere d’accordo su un punto: nessuno di noi desidera riaprire ferite. Non ripeterò qui tutto ciò che abbiamo già espresso nella lettera indirizzata a Papa Leone XIV, e di cui Lei ha diretta conoscenza. Sottolineo soltanto che, nella situazione presente, l’unica via realmente praticabile è quella della carità”.

E ricorda c6ome, durante il pontificato di Papa Francesco, si è parlato molto di ascolto per situazioni “particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari”, e anche di usare un diritto canonico “che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti”.

“Il tempo che ci separa dal 1º luglio – conclude Pagliarani – è quello della preghiera. È un momento in cui imploriamo dal Cielo una grazia speciale e, da parte della Santa Sede, comprensione. Prego in particolare per Lei lo Spirito Santo e – non lo prenda come una provocazione – la Sua Santissima Sposa, la Mediatrice di tutte le Grazie”.

Un accenno interessante, dato che tocca il documento sui titoli di Maria del Dicastero per la Dottrina della Fede, molto contestato in ambito tradizionalista proprio per la sua contestazione non solo dell’attribuzione di corredentrice, ma anche di quella di Maria Mediatrice.

Da parte della Santa Sede non dovrebbero esserci risposte immediate. Da qui al 1° luglio, data in cui dovrebbero avvenire le ordinazioni episcopali, potrebbero esserci sorprese.

Fonte: ACI Stampa.

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