14 febbraio 1861-2026
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.02.2026 – Paolo Rivelli [*]] – Il 14 febbraio non è la fine, ma il seme di una memoria che non può essere estirpata. Mentre la Mouette fendeva le onde lasciando Gaeta, non portava via solo un Re, ma la dignità di un popolo che per secoli aveva avuto una Capitale, una bandiera e un’anima.
Onorare Francesco II oggi significa rifiutare la narrazione del “Sud arretrato” e riconoscere che quella dinastia aveva creato uno Stato dove la ricchezza era distribuita, le arti fiorivano e il popolo era sovrano nella propria terra, come ricordava Infante.
Il 14 febbraio 1861 non fu soltanto il tramonto di una dinastia, ma l’eclissi di un’epoca di dignità sovrana. Mentre le truppe sabaude, con l’arroganza dei vincitori, calpestavano il suolo della piazzaforte di Gaeta risalendo le chine di Monte Orlando, si consumava l’atto finale di una tragedia antica e solenne.
Francesco II, il sovrano che la storiografia liberale ha tentato invano di sminuire con l’appellativo di “Franceschiello”, si congedò dalla sua terra non come un fuggiasco, ma con la statura dei grandi tragici. Dopo aver resistito per mesi sotto un fuoco di fila spietato, che non risparmiò neppure gli ospedali, il Re e la Regina Maria Sofia – l’eroica “Aquila di Gaeta” – lasciarono la fortezza tra il rombo delle salve d’onore e il pianto dei sudditi fedeli.
I Borbone delle Due Sicilie, troppo spesso calunniati dai vincitori, incarnavano una concezione del potere intesa come servizio e radice identitaria. Quel mattino di febbraio, Francesco II scelse la via dell’esilio sulla corvetta francese Mouette non per viltà, ma per risparmiare ulteriore sangue al suo popolo, dimostrando una nobiltà d’animo che i nuovi padroni, intenti a smantellare le eccellenze del Sud, raramente avrebbero mostrato.
Mentre il tricolore sabaudo veniva issato sulle macerie del regno, Gaeta restava silenziosa testimone di una fedeltà che ancora oggi vibra tra i bastioni. Quel 14 febbraio non fu una liberazione, bensì l’inizio di una diaspora e di una cancellazione culturale. Onorare oggi Francesco II significa riconoscere il valore della resistenza e la grandezza di una corona che seppe cadere senza mai chinare il capo davanti all’ingiustizia della storia.
Il rigore storico si fonda su documenti inoppugnabili che smentiscono la retorica del vincitore:
Il Giornale della Difesa: Le memorie di Pietro Quandel, ufficiale della Nunziatella; il Diario di Charles Garnier: Il Journal du siège de Gaëte, scritto dal legittimista francese testimone oculare; la Proclamazione d’Addio: Il testo autografo di Francesco II, diffuso quel mattino, in cui il Re esalta i suoi “generali, uffiziali e soldati” chiamandoli compagni d’armi e difensori dell’indipendenza della patria.
L’Ora dell’Addio
Ore 07.00 – Il Saluto alle Truppe
Mentre le artiglierie piemontesi tacciono finalmente dopo mesi di bombardamenti indiscriminati, Francesco II e Maria Sofia passano in rassegna per l’ultima volta i reparti schierati. I volti dei soldati, provati dal tifo e dalla fame, sono rigati dalle lacrime. Il Re non nasconde la sua commozione, stringendo mani che hanno impugnato le armi fino all’ultimo istante.
Ore 08.00 – L’Esercito Piemontese su Monte Orlando
Come stabilito dai termini della capitolazione siglati il giorno precedente presso Villa Caposele, le truppe di Cialdini iniziano l’occupazione dei punti strategici della piazzaforte. L’ingresso avviene in un silenzio spettrale, rotto solo dal calpestio degli stivali nemici sulle macerie di una Gaeta semidistrutta.
L’Imbarco sulla Mouette
I sovrani, seguiti dai principi e dai ministri fedeli, si dirigono verso il molo. Alle ore 14:00 circa, Francesco II e la sua indomita consorte salgono a bordo della corvetta francese Mouette. Al momento del distacco, la batteria di Santa Maria spara ventun salve d’onore: è l’ultimo tributo del Regno delle Due Sicilie al suo Re.
L’Esilio e l’Immortalità
Mentre la nave prende il largo verso Terracina e lo Stato Pontificio, la bandiera gigliata viene ammainata per far posto al vessillo sabaudo. Finiva lo Stato, ma iniziava il mito di un sovrano che scelse di perdere il trono pur di non vedere annientato il suo popolo.
Elogiare i Borbone significa rendere giustizia alla verità storica contro il “vulnus” della storiografia ufficiale. Sotto l’egida dei Borbone, il Sud non era la periferia dolente descritta dai vincitori, ma il cuore pulsante del Mediterraneo.
Il Sovrano Cristiano e Galantuomo: Francesco II fu l’antitesi del cinismo piemontese. La sua colpa, agli occhi della storia cinica, fu l’estrema onestà: il rifiuto di bombardare Napoli per risparmiare la popolazione e la scelta di chiudersi tra i bastioni di Gaeta per difendere l’onore, non la poltrona. Egli fu l’ultimo Re a parlare la lingua dei suoi sudditi, a condividere il pane con i soldati, a incarnare il principio del Sacrificio Sovrano.
Celebriamo la stirpe che donò al mondo le Officine di Pietrarsa, il primo ponte sospeso in ferro (Real Ferdinando), e le leggi che tutelavano le comuni e i demani, prima che la piemontesizzazione trasformasse i contadini in briganti o emigranti.
La Dinastia non si arrese per viltà, ma per esaurimento delle forze dinanzi a un tradimento internazionale orchestrato nelle logge e nelle diplomazie d’oltremanica. Maria Sofia, l’eroina delle mura, e Francesco II rimasero fino all’ultimo respiro della piazzaforte, elevando la caduta a momento di assoluta nobiltà morale.
L’indagine storica rivela come la caduta di Gaeta non fu l’esito di una sollevazione popolare, bensì il capolavoro di una trama geopolitica ordita nelle cancellerie straniere. Il 14 febbraio 1861 non fu solo la resa di una fortezza, ma l’epilogo di un tradimento internazionale orchestrato per abbattere l’ultimo baluardo di sovranità Cattolica e mediterranea.
Il ruolo della Gran Bretagna fu determinante e spietato. Per la City di Londra, il Regno delle Due Sicilie rappresentava un ostacolo intollerabile:
L’autonomia economica dei Borbone e i loro accordi commerciali erano una sfida all’egemonia britannica.
Un Regno forte, con la terza flotta d’Europa, non era compatibile con il progetto inglese di trasformare il “Mare Nostrum” in un lago britannico.
Le fonti archivistiche e le analisi di Infante confermano come l’oro inglese abbia alimentato la corruzione dei vertici della Marina borbonica, rendendo possibile l’impresa dei Mille, che altrimenti si sarebbe infranta sulle coste siciliane.
Se l’Inghilterra fu il nemico dichiarato, la Francia fu l’alleato ambiguo che inferse il colpo di grazia.
Per mesi, la presenza della flotta francese nelle acque di Gaeta impedì a Cialdini di completare l’accerchiamento dal mare. Tuttavia, nel momento cruciale, Napoleone III ritirò le sue navi in seguito agli accordi di Chambery, lasciando Francesco II scoperto di fronte ai cannoni rigati dei piemontesi.
Il ritiro della bandiera francese rimosse lo scudo diplomatico che proteggeva la piazzaforte, permettendo l’inizio del bombardamento finale che distrusse i magazzini e gli ospedali della città.
Fu anche esperimento di politica internazionale. il Regno delle Due Sicilie è stato vittima di un esperimento di ingegneria politica. Francesco II, con la sua rettitudine morale, non riuscì a concepire la spregiudicatezza di un mondo che stava abbandonando il diritto internazionale in favore dell’imperialismo economico: “La caduta di Gaeta fu il primo grande esempio di ‘esportazione della democrazia’ ante litteram, dove il pretesto dell’unificazione serviva a coprire l’annessione finanziaria di un intero mercato”.
Le potenze straniere non volevano l’unità d’Italia per amore del popolo italiano, ma per creare uno Stato satellite, indebitato e funzionale ai propri interessi. Il 14 febbraio, mentre Francesco II s’imbarcava sulla Mouette, l’Europa assisteva al tramonto di un’era in cui la parola di un Re valeva più di un trattato bancario.
[*] Presidente del Real Circolo Francesco II di Borbone.





























