Il Cantico delle Creature nel nostro tempo: a colloquio con Martina Sardo
“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati”: continuano presso la parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, in occasione dell’ottocentesimo anniversario del Cantico delle Creature ed a 10 anni dall’enciclica ‘Laudato sì’, gli incontri con i responsabili dell’associazionismo sulla declinazione al presente del cantico francescano, ospitando Alessandra Cetro, incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’ dell’Agesci, che racconterà il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo’.
Il Cantico delle Creature è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore, come ha raccontato nell’incontro precedente Martina Sardo, consigliera nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore giovani, che ha raccontato il suo ‘servizio’ a Lampedusa nello scorso decennio: “Occorrerebbe (e in fretta!) passare dai numeri alla vita! Per immedesimarsi nella sofferenza di chi non ce l’ha fatta e non correre il rischio di non indignarsi più, di smettere di piangere per chi, per la sola colpa di sognare un futuro lontano da guerra e persecuzioni, ha visto e sta vedendo calpestati i propri diritti e la propria dignità”.
Cosa si prova ad accogliere i migranti?
“Si prova, innanzitutto, tanta gratitudine nel mettersi a servizio di chi ha attraversato il mar Mediterraneo con un viaggio intenso, perché ha dato la possibilità di conoscere le loro storie. Soprattutto si prova ad esercitare l’empatia, la solidarietà e l’incontro nei confronti di queste storie. Una gratitudine che si misura con la vita di chi ha molte cose da raccontare e di chi ha tanto da dirci attraverso le sofferenze vissute, mettendoci in discussione come cristiani”.
Dall’esperienza vissuta a Lampedusa per quale motivo si emigra?
“Si emigra per un insieme di fattori, che sono sempre correlati, tantochè molti studiosi hanno parlato di ‘multicausalità’, quando ci si approccia al fenomeno migratorio. Non si parte solamente per una ragione, ma per una serie di correlazioni. Papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’ sottolinea le migrazioni a causa del fattore climatico come spinta alla migrazione. E’ difficile isolare una motivazione rispetto ad altri motivi sociali, politici, demografici ed economici, che portano alla decisione di partire, che difficilmente è una decisione volontaria, ma è nella maggioranza dei casi una decisione forzata”.
La migrazione è un diritto od un dovere?
“Il diritto di asilo è monco, in quanto si ha il diritto di richiedere l’accoglienza in uno Stato. Il diritto a migrare è un diritto che dovrebbe essere riconosciuto a tutti, come parte di vivere nel luogo dove si vuole; però ci sono ostacoli legali che impediscono alle persone di stabilirsi dove si desidera. Il diritto d’asilo prova a fornire strumenti a chi sfugge da situazioni di difficoltà per costruirsi una vita migliore. E’ nostro compito la garanzia del diritto di asilo a chi vive nelle situazioni in cui è a rischio la vita”.
In quale modo l’Azione Cattolica educa al rispetto dell’altro?
“L’Azione Cattolica Italiana, che è palestra di sinodalità, cioè di cammino condiviso, può svolgere (e svolge già) un ruolo cruciale nell’educare all’accoglienza ed al rispetto dell’altro, anzitutto attraverso i cammini di gruppo dell’Azione Cattolica dei Ragazzi, dei Giovani e degli adulti, in cui la proposta formativa dell’Azione Cattolica si estrinseca.
Crescendo insieme e vivendo la ‘cultura dell’incontro’: quella dell’apertura all’altro diventa la ‘postura’ con cui siamo chiamati a stare all’interno dei nostri luoghi quotidiani, delle comunità, dei territori, delle alleanze con le quali camminiamo. In questo modo l’accoglienza dell’altro non risulta un gesto straordinario, ma un’espressione naturale e concreta della nostra fede”.
In questo periodo lavori in Svizzera: cosa si prova ad essere migrante?
“E’ una sensazione veramente difficile da spiegare; è veramente strana, perché risuonano dentro te tutti i racconti dei migranti che nella mia vita ho avuto modo di conoscere. Soprattutto, mi trovo a dover sbrigare alcune pratiche, come quella del permesso di soggiorno, che ho aiutato a compilare per chi arrivava in Italia. Sottolineo che in questa esperienza da migrante è l’importanza della comunità che ti accoglie, perché se sa accoglierti bene ti rende quest’esperienza di lontananza dai tuoi affetti un po’ più semplice. Diversamente il distacco e la lontananza risultano più complesse”.


























