Santa Sede e lefebvriani: il dialogo possibile, le condizioni
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.02.2026 – Andrea Gagliarducci] – Sì al dialogo, no alle ordinazioni senza mandato della Santa Sede, con l’idea di trovare condizioni minime per una piena comunione. Dopo l’incontro tra il Cardinale Victor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e il Reverendo Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, si è concluso con l’idea di un percorso di dialogo “specificamente teologico, con una metodologia ben precisa, riguardo a temi che non hanno avuto ancora sufficiente precisazione”. Ma si è anche ribadito che, se la Fraternità ordinerà nuovi vescovi il prossimo 1° luglio, come annunciato, ciò “implicherebbe una decisiva rottura della comunione ecclesiale (scisma) con gravi conseguenze per la Fraternità nel suo insieme”, e tra l’altro causerebbe la rottura immediata del dialogo. La Fraternità, da parte sua, ha preso tempo.
L’incontro tra Dottrina per la Fede e lefebvriani era atteso, se non altro perché il Reverendo Pagliarani aveva annunciato la necessità di ordinare nuovi vescovi anche parlando di uno stato di crisi nella Chiesa, e lamentando di non avere avuto le risposte necessarie e richieste dal Dicastero, che coprono in particolare gli anni 2017-2019. E ci sono aspetti precisi della dottrina e della disciplina successiva al Concilio Vaticano II, che poi si trovano tutti nel Comunicato diffuso dal Dicastero per la Dottrina della Fede.
Quali sono i punti del dialogo teologico? La questione della volontà divina riguardo la pluralità delle religioni, la differenza tra atto di fede “religioso ossequio della mente e della volontà”, oppure i differenti gradi di adesione richiedono i diversi testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la sua interpretazione. In pratica, si sta definendo se i lefebvriani devono accettare il Concilio come fatto dottrinale o possono solo pensare che sia questione pastorale, e dunque opinabile.
Ma si è parlato anche di quali siano le questioni minime da accettare “per la piena comunione con la Chiesa Cattolica e, di conseguenza, per delineare uno statuto canonico della Fraternità, insieme ad altri aspetti da approfondire ulteriormente”.
Il Comunicato sottolinea con chiarezza che “la possibilità di svolgere questo dialogo presuppone che la Fraternità sospenda la decisione delle ordinazioni episcopali annunciate”. Pagliarani non ha risposto né sì, né no. Ha piuttosto fatto sapere – si legge nel Comunicato – che “presenterà la proposta al suo Consiglio di risposta al Dicastero per la Dottrina della Fede, e darà la sua. Nel caso di una risposta positiva, si stabiliranno di comune accordo i passi, le tappe e le procedure da seguire”.
Il Dicastero per la Dottrina della Fede chiede di “accompagnare il cammino con preghiere”, allo Spirito Santo. Più che altro, è da vedere se ci sarà un modo, per Leone XIV, di “ricomporre” lo scisma tradizionalista. E si vedrà se si ripeterà quanto successo nel 1988, quando il Cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto del Sant’Uffizio, fece di tutto per evitare le ordinazioni episcopali illecite di Marcel Lefevbre senza successo, o se invece Pagliarani farà un passo indietro.
Il motivo dell’incontro
Perché il tema resta quello. I lefebvriani vogliono ordinare nuovi vescovi, per preservare la tradizione. E hanno deciso di farlo il prossimo 1° luglio – non sarà Pagliarani a ordinare, che non è vescovo, ma il suo predecessore Fellay, con co-consacrante l’altro vescovo lefebvriano de Gallareta – senza mandato pontificio, perché, ha fatto sapere il Superiore della Fraternità, c’è stato uno scambio di lettere con la Santa Sede che si è dimostrato infruttuoso.
L’annuncio di Pagliarani ha avuto luogo il 2 febbraio, il Cardinal Fernández ha chiesto un incontro subito dopo, e Matteo Bruni, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, aveva confermato l’incontro, sottolineando che questo “sarà l’opportunità per un dialogo informale e personale, che aiuterà a definire mezzi efficaci per una discussione che possa portare a risultati positivi”.
Non è la prima volta che la FSSPX annuncia di voler ordinare nuovi vescovi. La prima volta recente è avvenuta nel 2024, con una comunicazione in cui si ricordava come lo stesso Lefebvre avesse “fatto tutto ciò che era in suo potere per evitare questa consacrazione, incluso recarsi ripetutamente a Roma per aprire gli occhi alle autorità ecclesiastiche sulla grave crisi – forse la peggiore della sua storia – che la Chiesa stava attraversando”, ma “nulla era servito”. Da lì la drammatica decisione di Monsignor Lefebvre di ordinare ausiliari in grado di garantire la successione.
Uno “scisma” inevitabile?
Se per i lefebvriani la scelta di procedere allo scisma era inevitabile, date le condizioni, la storia vista dall’altra prospettiva racconta innumerevoli tentativi di ricomporre il possibile scisma, compiuti dall’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale Joseph Ratzinger, e da Giovanni Paolo II.
Tanto che nel 1988 la soluzione sembrava vicina e possibile. Dopo una visita a Ecône del Cardinal Gagnon l’8 aprile, Giovanni Paolo II, in una lettera al Cardinal Ratzinger, delineò una proposta che avrebbe permesso alla FSSPX di ottenere una collocazione regolare nella Chiesa: un accordo – firmato a maggio – relativo all’uso dei libri liturgici approvati nel 1962 e alla costituzione della FSSPX come “Società di vita apostolica”. In cambio, Lefebvre promise di obbedire al Papa e di accettare il Concilio Vaticano II, riconoscendo anche la validità dei nuovi riti della Messa.
Ma la frattura si creò comunque quando Lefebvre, a cui era stata negata l’autorizzazione a ordinare un vescovo che gli succedesse nella Fraternità, ritrattò e decise di ordinare comunque quattro vescovi il 29 giugno 1988, senza il consenso di Roma. Per evitare l’ordinazione illecita, Papa Giovanni Paolo II concesse finalmente l’autorizzazione. Non fu sufficiente. Lefebvre scrisse il 15 agosto che aveva bisogno non di uno, ma di tre vescovi. La rottura era inevitabile. Iniziò un lungo dibattito fino alla revoca della scomunica dei vescovi ordinati senza il consenso di Roma, voluta da Benedetto XVI, nel 2009.
Negli ultimi anni, Papa Francesco ha teso la mano ai lefebvriani, autorizzando i sacerdoti della FSSPX ad ascoltare le confessioni durante l’Anno Santo Straordinario della Misericordia.
Allo stesso tempo, Francesco aveva abrogato ogni forma di liberalizzazione dell’antico rito, nonostante alcune concessioni – ad esempio, alla Fraternità Sacerdotale di San Pietro, un gruppo di chierici tradizionalisti la cui stessa esistenza si deve al rifiuto dei suoi membri di seguire la FSSPX nello scisma – riconosciute dalla Santa Sede, che può continuare a celebrare secondo il rito antico.
Come nel 1988, la Fraternità non adduce motivazioni organizzative per la consacrazione, ma dottrinali e pastorali, ovvero la convinzione di dover garantire la continuità del sacerdozio e dei sacramenti secondo la tradizione precedente al Concilio Vaticano II, secondo quello che il Reverendo Pagliarani ha definito un “dovere grave, ma ineludibile”. L’atto è stato approvato all’unanimità dal Consiglio Generale della Fraternità ed è stato presentato come una misura eccezionale, non come una rottura formale con la Chiesa di Roma.
La scomunica per le ordinazioni illecite
La scomunica a seguito di un’ordinazione episcopale senza mandato del Papa è qualcosa di particolarmente recente. In tempi antichi, era il clero locale a nominare il vescovo, e questa tradizione resta viva in diverse diocesi tedesche, dove una “dieta” partecipa all’elezione del vescovo. A Strasburgo e Metz, dove è rimasto attivo il concordato napoleonico, il vescovo è formalmente nominato dal Presidente della Repubblica Francese. Anche l’accordo per la nomina dei vescovi con il governo cinese dimostra che ci può essere flessibilità quando si tratta di dover garantire una successione episcopale.
Fino al Codice di Diritto Canonico del 1917, l’ordinazione di un vescovo senza autorizzazione pontificia non comportava la scomunica automatica, e il Codice di Diritto Canonico prevedeva la sospensione per il consacrante e il consacrato, ma non l’esclusione della comunione della Chiesa.
Fu Pio XII a dare la svolta, introducendo la scomunica per le consacrazioni illecite in contesti specifici, e successivamente, l’enciclica Ad Apostolorum Principis del 1958 estese tale disciplina per arginare le nomine dell’Associazione Patriottica, sottomessa al regime comunista. Quella che oggi leggiamo nel Canone 1382 del Codice del 1983 è, dunque, una norma originariamente concepita per tutelare la libertà della Chiesa dalle ingerenze di uno Stato totalitario.
Paolo VI fu fermo nel rifiutare all’Arcivescovo Lefebvre un indulto per l’antico rito, ritenendo che fosse un modo per mettere in discussione tutto il Concilio Vaticano II.
Giovanni Paolo II applicò invece un metodo più pastorale. Con il documento Quattuor abhinc annos del 1984, con cui attribuì ai vescovi diocesani la facoltà di autorizzare la celebrazione secondo l’antico Messale, ma entro condizioni restrittive. La sua applicazione risultò disomogenea e spesso limitata.
La crisi esplose il 30 giugno 1988, quando Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato apostolico, incorrendo nella scomunica latae sententiae, formalmente dichiarata dal decreto Dominus Marcellus Lefebvre. In risposta, Giovanni Paolo II promulgò il Motu proprio Ecclesia Dei adflicta, istituendo l’omonima Commissione – poi soppressa da Papa Francesco – e chiedendo ai vescovi un’applicazione “ampia e generosa” dell’indulto del 1984, invito che rimase in molti casi largamente inattuato.
Il dibattito sulle scomuniche
Secondo i lefebvriani, quelle scomuniche non sarebbero mai avvenute, perché Lefebvre avrebbe agito considerando un danno grave per la Chiesa, e questo nel diritto canonico permette di non considerare la pena. Secondo altre interpretazioni canoniche, tuttavia, una scomunica diventa valida nel momento in cui è promulgata, e lì vengono assorbite molte attenuanti.
Benedetto XVI tese una mano al mondo tradizionale con il Motu proprio Summorum Pontificum del 2007, e con la revoca delle scomuniche ai vescovi consacrati dai lefevbriani nel 1988, avvenuta nel 2009. Quindi, la Santa Sede propose alla FSSPX di costituirsi come “prelatura personale”, chiedendo solo la firma di un preambolo dottrinale che riconoscesse il Concilio Vaticano II.
Papa Francesco, con il Motu proprio Traditionis custodes ha abrogato la liberalizzazione, sottolineando che i libri liturgici del Messale di Paolo VI erano l’unica espressione della lex orandi del rito romano.
Come andrà avanti il dibattito?
Con Leone XIV, si dovrà comprendere in che modo la questione sarà portata avanti. Anche perché i lefebvriani sostengono di non rifiutare il Concilio Vaticano II. Semplicemente, lo considerano un evento solo pastorale, per cui si riservano di assumere posizioni critiche su temi come la libertà religiosa, l’ecumenismo e la collegialità episcopale.
Questo articolo è stato pubblicato su ACI Stampa.
Foto di copertina: il Cardinale Victor Manuel Fernández e il Reverendo Davide Pagliarani al termine dell’incontro presso il Dicastero per la Dottrina della Fede, 12 febbraio 2026.





























