Per la 34^ Giornata del Malato Marina Melone racconta l’ospitalità di ‘Casa il Gelsomino’

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La XXXIV Giornata Mondiale del Malato, intitolata ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’ sarà celebrata a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio: “Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati… Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”. 

Presentando il messaggio papale alla stampa il card. Card Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e rappresentante del papa a Chiclayo, ha sottolineato che esso “parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.

Nella presentazione del messaggio ha raccontato la propria esperienza Marina Melone, componente del Consiglio pastorale della parrocchia San Gregorio VII di Roma e di ‘Casa Il Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce.

Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta ed abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore”.

Nel messaggio il papa parla di compassione: in cosa consiste la compassione del Samaritano?

“Per la mia esperienza la compassione del Samaritano nasce dall’attenzione a chi e a cosa mi è accanto. Il Samaritano si ferma perché ha guardato con l’intento di comprendere ciò che ha di fronte. La compassione nasce dal non nascondersi dietro le nostre priorità ma dal cercare comunque spazio all’incontro, anche improvviso, dell’altro”.

In quale modo l’incontro con il sofferente può essere un dono?

“Stare vicino a chi è nel bisogno o nella sofferenza mi sta insegnando prima di tutto a rendermi conto della situazione. Impariamo a cogliere le necessità osservando sguardi e gesti. Questo ci porta ad essere più attenti, più accorti ai dettagli alle sfumature. Spesso l’aiuto non è richiesto a gran voce ma da uno sguardo sfuggente. E bisogna essere pronti a coglierlo e a farsi trovare. Accostarsi con delicatezza a chi soffre comporta avere occhio attento per capire al volo quale è in quel momento il nostro posto, orecchio per intercettare pianto o riso ed entrare in sintonia, mani pronte per abbracciare nei momenti di abbandono. Essere vicino a chi è nel dolore mi restituisce, tra i tanti, il dono di uscire dal mio piccolo mondo personale”.

Quindi la cura del malato è un’autentica azione ecclesiale?

La carità, la prossimità, aiutare l’altro è una peculiarità umana che può svolgersi anche autonomamente arrivando fin dove le forze personali lo permettono. Tuttavia, la comunione di intenti ha il valore aggiunto di ‘curare’ meglio e da più aspetti la persona nel bisogno. Lo vediamo negli ospedali: diverse forze sono messe in campo per la cura di un malato e, ognuno secondo la propria competenza (carisma) si prende cura e concorre al servizio della cura.

Ora se questa naturale attitudine umana la caliamo nella dimensione ecclesiale, cioè la viviamo come fratelli che si riconoscono nell’essere parte di un tutto, allora la cura di colui che riconosco come mio fratello diventa per tutti lo strumento per vivere un’autentica dimensione ecclesiale”.

Come nasce il progetto ‘Casa il Gelsomino’?

“Il progetto nasce nel momento in cui, avendo avuto a disposizione degli spazi sovrastanti l’area degli uffici parrocchiali, ci si è interrogati su quale potesse essere l’utilizzo dei locali più rispondente alle necessità della parrocchia e del territorio. L’osservazione del territorio ha messo in luce la necessità per le tante famiglie che, da posti anche lontanissimi portano i loro bambini alle cure dell’ospedale Bambino Gesù, di trattenersi a Roma per periodi anche molto lunghi con conseguente, spesso insostenibile, impegno economico.

Da qui la nostra decisione di andare incontro a questa urgenza creando un ambiente in cui accoglienza e riservatezza potessero permettere a queste famiglie, già nella difficoltà e nel dolore, di vivere un momento di tranquillità e di conforto sentendosi a ‘casa quando casa è lontana’, come ci piace pensare che sia per loro il Gelsomino”.

Perché è un progetto comunitario?

“Perché non avrebbe avuto senso mettere su un progetto del parroco che nel tempo cambia, di una persona che può stancarsi o di un piccolo gruppo che può sciogliersi. Nasceva in una parrocchia che per sua natura è la casa di una comunità che invece resta. Il progetto rappresentava quindi un’occasione di crescita per tutti. Una comunità che decide, si attiva e partecipa ognuno secondo il suo carisma”.

In quale modo state vicino ai genitori?

“La nostra presenza è prima di tutto uno ‘stare’, porsi accanto ai genitori (soprattutto mamme che spesso restano sole per motivi di esigenze familiari). Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno. E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa.

La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore.

E ci sono momenti che diventa difficile anche per noi sostenere tutto questo. Ecco il senso di essere con la comunità. La fraternità dei frati della parrocchia, il consiglio pastorale e la comunità ne è parte integrante. Noi sappiamo che il sostegno ci viene da tutti. Da chi sostiene generosamente la sua economia a chi prega costantemente per i bambini della casa. E’ proprio nei momenti forti, di gioia per la guarigione e, soprattutto, di immenso dolore per la perdita di un bambino, che sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande.

Insieme ci ritroviamo in chiesa, insieme le affidiamo al Nostro Signore, invochiamo lo Spirito di Consolazione per chi non trova pace per aver perso un figlio o innalziamo il nostro grazie per la gioia donata. Quei momenti sono momenti di vera consolazione per i volontari certi di non essere mai soli e certi di crescere sempre un po’ di più come comunità verso una carità condivisa”.

(Tratto da Aci Stampa)

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