La Peregrinatio Sacrae Ampullae di Ortona al Volto Santo di Manoppello

Sacra Ampolla di Ortona
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 08.02.2026 – Jan van Elzen] – Il Rettore del Santuario di Manoppello, Fra Antonio Gentili, OFM Cap, è lieto di annunciare, che la basilica del Volto Santo accoglierà una tappa del Pellegrinaggio della Sacra Ampolla di Ortona nei giorni sabato 7 e domenica 8 marzo 2026.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Comune di Ortona, con la basilica di San Tommaso Apostolo e con l’Associazione “Anno Domini 1566” di Ortona, che si dedica alla valorizzazione e alla tutela della Sacra Ampolla, in cui sono custodite gocce di sangue sgorgate il 13 giugno 1566 dal costato di un affresco del Crocifisso nell’oratorio della Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria nella cittadina frentana. Il prodigio avvenne durante l’invasione turca e servì a salvare la città. La reliquia, trafugata nel 1570, è stata custodita per lungo tempo a Venezia ed ha fatto ritorno ad Ortona nel 1934.

La presenza della sacra reliquia nel Santuario di Manoppello sarà per tutta la comunità dei fedeli e dei pellegrini un’occasione speciale di grazia, preghiera e rinnovamento spirituale.

Affidiamo questa preziosa opportunità alla benevolenza del Signore e alla protezione del Volto Santo perché, durante l’Anno Giubilare Francescano in corso, porti frutti di fede e di speranza.

La storia del Crocifisso Miracoloso
e delle Sacre Ampolle

Il Miracolo del Crocifisso è legato all’assalto dei Turchi del 1566, quando gran parte dei luoghi di culto abruzzesi furono incendiati e depredati. L’evento prodigioso interessa un dipinto a fresco del 1400, che ritrae la figura di Gesù Crocifisso con la testa molto inclinata e con la ferita al costato ben visibile, da cui fuoriesce un copioso effluvio di sangue. Ai lati del Crocifisso è possibile intravedere le figure della Vergine Maria e dell’Apostolo Giovanni. Detta immagine già venerata in epoca antecedente, si trova tuttora all’interno della nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria.

Nel secolo XVI, durante i 46 anni di regno di Solimano I il Magnifico, i Turchi saccheggiavano e depredavano le cittadine del litorale abruzzese. L’incursione più spaventosa si ebbe nel corso dell’anno 1566, per vendicare la sconfitta avuta a Malta: i Turchi armarono una flotta di 140 vele, tra cui 120 galee, sotto il comando di Pialì Pascià, con il compito di seminare morte e distruzione nell’Adriatico.

Le orde Saracene, dopo aver assalito e distrutto Francavilla al Mare e Ripa Teatina, il 30 luglio 1566 si riversarono su Ortona e la misero a ferro e fuoco, come racconta lo storico ortonese Giovan Battista De Lectis.

Secondo la tradizione, prima che la torma degli invasori insediasse la città, le monache benedettine pregavano per richiedere la protezione su tutto il popolo. Il Signore ascoltò le preghiere delle pie suore, le quali il 13 giugno, videro sgorgare dall’affresco del sangue vivo che venne raccolto in due ampolline. I Turchi entrarono ad Ortona e la trovarono deserta, misero a fuoco la cattedrale ed in parte la distrussero, ma inspiegabilmente non toccarono né la chiesa di Santa Caterina di Alessandria né il convento delle monache. L’evento miracoloso è raccontato da diversi scrittori di epoche diverse. Tutti questi storici concordano nell’affermare che il miracolo avvenne il 13 giugno 1566 ed aggiungono che ogni anno il “Divin Costato mostra freschi segni a guisa di splendore, nell’anniversario solenne”.

Le monache Cistercensi poterono venerare la preziosa reliquia per poco tempo, in quanto nel 1570 le due ampolle vennero trafugate dal frate confessore del monastero, un Agostiniano di Venezia. Questi venne richiamato dai suoi superiori e fece ritorno nella sua città natale, portando con sé le preziose ampolle, che rimasero a Venezia per molti secoli, custodite presso la chiesa di San Simeone Profeta.

La verità è confermata, in primis, dalla tradizione del popolo ortonese, dagli scritti di quell’epoca conservati nel monastero e da uno scritto più recente, appartenente alla Congregazione dei Fasti Eucaristici del 20 maggio 1891 in cui si legge: “Questo Sangue si conserva a Venezia, e tutto ciò (il racconto del miracolo) si narra in un’antica cronaca custodita gelosamente da quelle pie suore”. Lo stesso racconto del miracolo è descritto in un opuscolo di Don Teodoro dei Baroni Bonanni.

Il Vescovo Giandomenico Rebiba ed il Capitolo della cattedrale di San Tommaso nel 1570 scrissero al Doge di Venezia, Pietro Loredan, per riavere le Sacre Reliquie, ma senza successo.

Furono esperite altre richieste sotto il Pontificato di Pio X, che non sortirono effetto alcuno. In occasione dell’Anno Santo dell’Umana Redenzione del 1933, l’Arcivescovo Piccirilli ed il Canonico ortonese Prof. Eugenio Vallega implorarono il Patriarca di Venezia, Cardinale Pietro La Fontaine, il quale acconsentì alla restituzione alla Città di Ortona di una delle due ampolle.

Ciò avvenne il 29 giugno 1934, mentre tutto il popolo in processione solenne attendeva dopo 364 anni il ritorno del Sacro Tesoro, trasportato dal cacciatorpediniere Grado.

Finalmente l’ampolla contenente il sangue sgorgato dal costato del Crocifisso del 1400, tornava nel luogo del miracolo a difesa e salvezza del popolo ortonese ed a tutt’oggi trovasi custodita in una nicchia di marmo. Per l’avvenimento venne innalzata sul campanile della chiesa di Santa Caterina de Alessandria una croce luminosa, inaugurata lo stesso giorno del ritorno dell’ampolla.

La seconda ampolla si conserva ancor’oggi presso il Tesoro di San Marco a Venezia, nel Santuario delle Reliquie della Serenissima.

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