I dossier della Guardia di Finanza e il ruolo del Papa nella Giustizia vaticana entrano con prepotenza nel processo d’appello sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato

San Pietro e Palazzo apostolico
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.02.2026 – Andrea Gagliarducci] – Forse prima o poi l’Arcivescovo Alejandro Arellano Cedillo, Presidente del Tribunale d’Appello vaticano, si sentirà in dovere di intervenire e spiegare che no, il sistema giudiziario dello Stato di Città del Vaticano non è un sistema totalmente piegato ad ogni capriccio del Papa. Perché, alla fine, la descrizione che hanno fatto gli avvocati di parte civile vaticana e gli stessi Promotori di giustizia delle procedure che hanno portato ad alcune scelte – inclusi quattro Rescritti di Papa Francesco che hanno cambiato in corsa le normative del processo – danno questa impressione.

Le Udienze numero 5, 6 e 7 del processo d’appello sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato si sono tenute a partire dallo scorso 4 febbraio fino al 6. Il processo riprende dopo che è stato ritenuto inammissibile il ricorso del Promotore di giustizia vaticano, dopo che lo stesso Promotore di giustizia Alessandro Diddi ha deciso di farsi da parte mentre sul suo capo pendeva una richiesta di ricusazione perché erano state scoperte alcune chat a lui indirizzate che riguardavano la gestione di uno dei testimoni, Monsignor Alberto Perlasca.

Niente di quello di cui si parla a processo è nuovo. Delle pressioni psicologiche su Monsignor Alberto Perlasca, inizialmente trattato come un “supertestimone”, si era già saputo, ad esempio. La differenza è che oggi queste situazioni anomale sono al limite stigmatizzate. Intervenendo per ultimo, il Promotore di giustizia Zannotti non ha escluso “qualche irregolarità” nella consultazione dei documenti. Con queste ultime Udienze, si è conclusa la fase preliminare. Si deve attendere che la Corte deliberi.

I tre tronconi del processo

Il clima è comunque evidentemente diverso da quello del processo di primo grado. Il processo riguarda tre tronconi diversi. Uno riguarda il Cardinale Angelo Becciu, accusato (e condannato in primo grado) per peculato, poiché la Segreteria di Stato, agendo nelle sue prerogative, aveva concesso un finanziamento alla Caritas di Ozieri.

Ma il Cardinal Becciu compare anche nella fase embrionale dell’altro troncone di indagini, quello principale, che riguarda l’investimento della Segreteria di Stato su un immobile di lusso in centro a Londra. La Santa Sede, con un’operazione non nuova al suo ramo finanziaria (ce n’è, ad esempio, una analoga a Parigi operata dall’APSA e presente in uno dei bilanci dell’Amministrazione diffusi negli scorsi anni) aveva deciso di acquistare e ristrutturare per poi rivendere il palazzo. Si è affidata prima a Raffaele Mincione, che viene genericamente definito broker ma che preferisce essere definito un imprenditore, o al limite uomo di affari, e poi ha spostato la gestione delle quote al broker Gianluigi Torzi. La Santa Sede aveva poi ripreso il controllo dell’immobile, lamentando al processo che sia Mincione che Torzi fossero stati in combutta per estorcere denaro alla Santa Sede.

Il terzo troncone del processo riguarda il ruolo di Cecilia Marogna, e la sua presunta attività di intelligence per aiutare la Santa Sede a liberare ostaggi religiosi catturati in territori ostili, da cui avrebbe tratto impropri vantaggi personali.

Una questione preliminare

Le indagini erano cominciate il 2 luglio 2019 su segnalazione del Revisore generale Cassinis Righini, che parlava anche di attività di intelligence svolte. Ma quali attività di intelligence? La difesa di Fabrizio Tirabassi, l’ufficiale vaticano dell’amministrazione della Segreteria di Stato, ha messo in luce in una memoria come ci siano stata una serie di accessi non autorizzati da parte di Pasquale Striano, il finanziere in servizio presso la Direzione Nazionale Antimafia finito nell’occhio del ciclone per avere raccolto varie informazioni fuori dalle indagini. E tra queste informazioni, ben prima che cominciasse anche l’investigazione ufficiale vaticana, c’erano quelle raccolte riguardo gli imputati, in maniera diretta e indiretta.

Il lavoro della difesa di Tirabassi (gli avvocati Bassi e Intrieri) è certosino: va a ripescare punto per punto quali accessi siano avvenuti nel sistema e quando, lamentando quella che qualcuno potrebbe definire una attività di dossieraggio.

Ha detto l’avvocato Intrieri che gli accessi hanno riguardato “non solo Tirabassi, ma anche Mauriello, Capaldo, Preziosi, e il fondo Centurion (tutti coinvolti a vario titolo nei fatti del processo, ndr). Striano non ha risposto all’interrogatorio, non ha detto chi glielo chiese, negli atti si parla di contatti tra lui e membri della Gendarmeria vaticana, ma non siamo in grado di dire chi; ma la logica ci dice che a chiedere questi accessi non poteva che essere una persona delle istituzioni a conoscenza di questa storia; gli accessi sono stati a maggio e poi per tutto giugno (del 2019); c’è un pezzo di storia di questo procedimento che noi non conosciamo e non conosceremo; io trovo che questa sia un’ennesima prova di radicale nullità di questo processo”. L’avvocato ha chiesto che la corte d’appello chieda alla procura di Roma l’acquisizione degli atti di quel procedimento;

È una questione preliminare, non di poco conto, perché mette a rischio anche i crismi del giusto processo, senza contare che le prove raccolte illecitamente sono inammissibili.

Le critiche dei difensori

Mario Zanchetti, difensore di Gianluigi Torzi, ha sottolineato nelle questioni preliminari che “l’arresto del mio assistito e il sequestro dei suoi dispositivi sono stati illegali perché fatti sulla base di un provvedimento ignoto alla difesa, ossia il Rescritto del 2 luglio 2019”. Vale la pena ricordare che Torzi è stato convocato in Vaticano per rendere delle dichiarazioni e arrestato a seguito della deposizione.

Zanchetti ha detto di non accusare “Papa Francesco, non è stata colpa sua, ma è stato un problema informativo del Romano Pontefice”. Il Presidente della Corte d’Appello ha chiesto di “non nominare Papa Francesco” e di “evitare il riferimento al Santo Padre, che comunque si comprendeva”.

L’avvocato Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, ha anche puntato il dito contro i Rescripta papali “sottratti alla conoscenza di Crasso e degli altri imputati fino al giugno 2021”, e ha lamentato gli omissis, in particolare dell’interrogatorio di Alberto Perlasca, del quale non è stata depositata una intera ora del video.

L’avvocato Fabio Viglione, difensore di Becciu, ha insistito su diverse criticità del processo del primo grado, ricordando che “la difesa ha conferito un incarico a un consulente informatico che ha verificato una serie di criticità: dei 239 dispositivi sequestrati non era stata depositata alcuna copia, dei 16 depositati nessuno poteva ritenersi copia forense e l’estrazione è stata fatta in modo selettivo”; secondo l’avvocato, nonostante Diddi avesse “confessato” di non aver depositato tutti i materiali richiesti, il tribunale alla fine si è arreso.

La parola a Promotore di giustizia e parti civili

La replica di Promotore di giustizia e parti civili, invece, ha ribadito la validità dei provvedimenti di Papa Francesco ai fini del processo. L’avvocato Roberto Lipari, difensore della parte civile dell’Istituto per le Opere di Religione, la cosiddetta “banca vaticana”, ha descritto come “palesemente infondate” le eccezioni delle difese sui principi del giusto processo, e che i Rescripta papali vanno considerati perché il Papa “è fonte insindacabile di potestà legislativa”, ed è “fonte originaria del diritto”, e ha notato che in altri casi il Rescriptum è stato usato per “introdurre disposizioni normative”, citando l’esempio di Benedetto XVI nel 2011 per il Regolamento Generale della Curia Romana e anche Giovanni Paolo II.

Il paragone, però, non funziona fino in fondo. Nei casi citati, i Rescripta furono pubblicati, e comunque riguardavano normative di regolamento, e non un processo in corso che ha una regola di indagine che viene infranta nel momento in cui viene cambiata. L’avvocato sottolinea che l’unico caso di invalidità dei Rescritti è quello per cui siano stati ottenuti “fraudolentemente medianta falsa esposizione di fatti o reticenza dolosa del richiedente” e non è questo il caso.

Inoltre, ha detto Lipari, “è stato il Santo Padre a disporre la non pubblicazione dei Rescritti, non per omissione né per dimenticanza ma per esigenze di segretezza. In assenza di una disposizione del Papa che richiedesse la pubblicazione, nessuno di coloro che agiscono per il Santo Padre avrebbe dovuto procedere alla pubblicazione perché avrebbe disatteso un’indicazione del Papa e compiuto un’ingerenza inammissibile sull’esercizio della suprema potestas”.

Per Lipari, però, tutto è riconducibile allo stesso principio. I Rescripta, ha detto l’avvocato dello IOR, erano relativi a “tutte le vicende riconducibili alla gestione illecita o irregolare delle risorse della Santa Sede”, fornendo al Promotore di giustizia “gli strumenti necessari per intervenire su un complesso unitario di fatti e condotte”, e per questo sono “applicabili non solo alla vicenda del Palazzo di Londra ma anche a ulteriori condotte, altri reati contestati a Becciu, a Crasso e altri fatti”.

L’avvocato ha replicato alla difesa Torzi che affermava che i poteri conferiti al promotore escludevano l’adozione di misure cautelari, in riferimento all’arresto del suo assistito il 5 luglio 2020. Lipari ha ricordato che il Rescritto del 2 luglio 2019 prevedeva la possibilità per il pubblico ministero di adottare “qualunque tipo di provvedimento, anche di natura cautelare”. Quindi ha aggiunto: “La difesa Torzi vuole svuotare di significato un Rescritto molto chiaro”.

L’avvocato dello IOR ha anche difeso la scelta del Promotore di giustizia di non depositare tutto il materiale acquisito, perché il Tribunale ha chiarito che il Promotore di giustizia “ha il potere di separare gli atti che non sono pertinenti alle imputazioni per esigenze di segretezza investigativa”, e in questo caso il motivo era il procedimento penale avviato nei confronti di Francesca Immacolata per Chaouqui per “reato di traffico di influenze”.

Insomma, non solo le chat non dimostrerebbero un coinvolgimento di Diddi, ma sono anche “strumentali” perché “la sentenza di primo grado del Tribunale vaticano ha indicato che le dichiarazioni di Perlasca, Chaouqui e Ciferri sono inattendibili e contradditorie e non sono state usate ai fini della decisione”.

Le parti civili

Anche Paola Severino, avvocato della Segreteria di Stato, ha ribadito la legittimità dei Rescripta sulla base dell’assunzione che “il Papa è il sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri di governo che comprende i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario”. Questo potere che trova radice e fondamento nei principi fondatori dello Stato vaticano”, e ha ribadito che i rescritti non possono essere considerati un “atto ad personam”, mentre la mancata pubblicazione è avvenuta riguardo alla ragion di Stato e alla giustizia sostanziale”, e ha ricordato che i giudici svizzeri nell’eseguire consistenti sequestri a carico degli imputati hanno esplicitamente confermato che “le garanzie del giusto processo sono state ampiamente rispettate dalla giustizia vaticana”.

Giovanni Maria Flick, difensore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) ha anche affermato che i Rescritti “hanno tutelato gli interessi primari della Santa Sede” senza conferire alcun “potere straordinario” al Promotore di giustizia dal momento che i suddetti poteri erano “già previsti per legge” ma li ha solo applicati alla fase di una istruttoria sommaria. I Rescritti hanno aggiornato il Codice vaticano (1913) sulle esigenze di intercettazione, allargandole la portata alla corrispondenza telematica.

Anche Flick ha notato che le chat tra l’amica di Monsignor Alberto Perlasca, Genevieve Ciferri, e Francesca Immacolata Chaouqui, e poi quelle tra Chaouqui e Diddi erano emerse già nel novembre 2022, in fase di dibattimento, e sono state considerate “irrilevanti”.

Il Promotore di giustizia

Roberto Zannotti, Promotore di giustizia aggiunto, ha affrontato anche il caso Striano. Secondo questi, i documenti del Tribunale di Roma sono “irricevibili” perché “non solo provengono da un procedimento straniero, ma nulla hanno a che vedere con le questioni che stiamo discutendo oggi”.

Il Promotore di giustizia applicato Carmignani ha detto che “il processo è andato avanti per cinque anni mentre era vivo Francesco. Se si fosse accorto che gli avevamo detto una cosa per un’altra sarebbe intervenuto”. Un’affermazione, in fondo, un po’ empirica, che potrebbe non trovare riscontro nella realtà.

Giuseppe Deodato, Promotore di giustizia applicato, ha anche difeso il Promotore di giustizia Diddi, il quale aveva comunque reso nota la presenza delle chat per le quali era stata chiesta la sua ricusazione, considerando che “se avesse avuto un interesse contrario, avrebbe potuto non dire assolutamente nulla di queste chat, invece le avete avute tutte”. Circa gli omissis, Deodato ha fatto un esempio specifico che è quello di un messaggio della Ciferri in cui Diddi ha “omissato solo la parte in cui si diceva che la Chaouqui aveva chiesto somme di denaro per condizionare Perlasca. Potete constatare la correttezza del Promotore: ha omissato per proteggere quel briciolo di segreto istruttorio rimasto”.

Le controrepliche

Le difese hanno comunque tenuto il punto. L’avvocato Intrieri ha parlato di “una scelta molto dolorosa e sofferta” nel revocare il Promotore di giustizia, e ha ribadito che l’acquisizione dei documenti di Striano “è prodromica a eventuali richieste istruttorie che potremo fare nel prosieguo del procedimento”. Zanchetti ha ribadito che il suo assistito è stato “arrestato sulla base di una legge tenuta segreta”. Panella ha insistito sul problema dei Rescripta e degli omissis, ma soprattutto risponde alla Segreteria di Stato per cui la pubblicazione dei Rescritti avrebbe violato palesemente aspetti di riservatezza. “A nostro parere – dice Panella – è un’affermazione di gravità inaudita: hanno chiesto di trasformare uno Stato unico al mondo in uno Stato in cui si può arrestare in base a leggi segrete; questo hanno chiesto le parti civili: questo Stato che dovrebbe essere speculum iustitiae, voglio citare San Tommaso d’Aquino, una persona straordinaria, ‘la promulgazione è essenziale alla legge’? Perché la legge abbia forza di obbligare è necessaria la sua conoscibilità” (bolla Mirabilis Deus): ieri vi hanno chiesto di trasgredire a San Tommaso d’Acquino e al Cristianesimo”.

Andrea Zappalà, avvocato di Mincione, ha notato come la Corte d’Appello svizzera sia rimasta incredula che abbiamo appreso dei Rescritti solo in un secondo momento”.

E l’avvocato Viglione ha notato che “non si può marginalizzare Perlasca dicendo: ‘ma la sentenza ha detto…’. Non è solo ciò che ha detto, ma ciò che non ha detto, proprio alla luce della centralità del suo ruolo. Non è la centralità di chi lo vuole accusare, ma una centralità data dal ruolo all’interno dell’Ufficio amministrativo e di questo processo. Una centralità che non gli abbiamo riconosciuta noi bensì per primo il Promotore di giustizia laddove in primis ha individuato in lui le responsabilità, andando a sequestrare i suoi documenti, i dispositivi elettronici, indagandolo, sequestrandogli i conti”.

Bassi (avvocato di Tirabassi) ha espresso “sconcerto per quanto detto da alcune delle parti civili” ed ha citato in particolare uno degli avvocati delle parti civili che aveva detto: “Non occorre essere San Tommaso o Mosè per capire le ragioni per cui il Rescritto non è stato pubblicato”, ed ha replicato indicando gli affreschi sui soffitti dell’aula di tribunale di Aan Tommaso, San Bonaventura da Bagnoreggio e Sant’Agostino, per i quali le leggi vanno pubblicate.

Ovviamente, anche gli avvocati di parte civile e i Promotori di giustizia hanno mantenuto il punto, sottolineando che “i Rescritti hanno natura normativa, nella forma e nella sostanza, dispongono sull’ordinamento”, come spiega l’avvocato Scaroina della Segreteria di Stato, contestando anche l’idea che gli arresti siano avvenuti in base a leggi segrete perché “il rescritto dà autorità all’autorità giudiziaria, ma l’arresto viene disposto in relazione a indizi, e che questi indizi dell’arresto di Torzi esistessero all’epoca è stato provato dal fatto che poi è stato condannato per quei motivi”.

Anche l’avvocato Lipari ha tenuto il punto, così come hanno fatto i Promotori di giustizia. Mentre il Promotore di giustizia Zannotti, parlando per ultimo e difendendo l’operato della Gendarmeria vaticana, ha sottolineato: “Probabilmente ci sono state delle irregolarità nella consultazione di documenti… ma al di là di quelle che sono le modalità di consultazione, qui dovrebbe essere diversificata la situazione per quanto riguarda l’attività di informazione di intelligence, che deve essere governata da leggi precise, e le attività di investigazione: queste sono diverse. Nessuno può escludere che attraverso i servizi di informazione svolta anche in altri Stati si sia potuti venire in possesso di dati, poi usati come spunti investigativi per finalità diverse. Il procedimento (contro Striano, ndr) non ha dunque nulla a che fare con questo processo”.

“La corte si riserva di deliberare, le parti saranno riconvocate”, ha detto il Presidente Arellano al termine dell’Udienza. E si capirà in che modo ora le indagini andranno avanti.

Questo articolo è stato pubblicato su ACI Stampa.

Postscriptum

«Ah, se attorno a Papa Francesco non ci fosse stato un cerchio magico che filtrava tutte le informazioni, e in definitiva manipolava il Papa!
Ah, se anziché di adulatori e lusingatori (che in genere vanno a braccetto con i calunniatori), Papa Francesco si fosse circondato di persone oneste, capaci di parresia e disinteressatamente intenzionate ad aiutarlo!
Ah, se solo papa Francesco avesse, ad esempio, letto la mia lettera e non fosse stata fermata dalla rete di certi funzionari della Segreteria di Stato…
Beh, il Papa avrebbe potuto rimediare a un suo gravissimo errore.
Ora è troppo tardi. Ora la Chiesa è nei guai fino al collo» (Andrea Paganini).

Poi, siamo d’accordo con chi ritiene «che Papa Leone XIV vada tenuto fuori, per non rischiare un pasticcio come quello commesso nel precedente pontificato» (Andrea Paganini), come ha argomentato anche Mario Becciu – sottolineando «ciò che è accaduto nel processo di primo grado: è stato condannato un innocente nonostante le diverse udienze ne abbiano dimostrato ampiamente la non colpevolezza» – che non si «tiri in ballo, seppur in funzione di consulto autorevole, Papa Leone. I giudici stanno dimostrando ampiamente di essere autonomi e di voler voltare pagina rispetto a quelli di primo grado. Qualsiasi decisione prenderanno va accolta come autonoma scelta di rispetto del diritto. L’ipotesi dell’annullamento del processo porrà fine all’estenuante via crucis cui persone innocenti sono state sottoposte per troppo tempo. L’ipotesi di prosieguo del processo d’appello sarà accolta anch’essa favorevolmente da chi desidera che i giudici dichiarino finalmente nell’aula del tribunale l’innocenza del cardinale, perché “il fatto non sussiste”!»

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