Haiti, il documentario che sostiene gli orfani della ‘Maison des Anges’
Estrema povertà, violenza criminale delle gang, calamità naturali: Haiti è questo, ma non solo, perché, sebbene non sia nelle pagine delle maggiori testate internazionali, può contare su una storia gloriosa di emancipazione dallo schiavismo già dai primi anni dell’800. Una storia che può rivivere ancora oggi a partire dal riscatto dei più piccoli, costretti spesso ad affiliarsi alle gang come unica possibilità per sopravvivere. Sono i ‘Figli di Haiti’, documentate dal regista Alessandro Galassi, che il quotidiano ‘Avvenire’ ha deciso di raccontare con un progetto multimediale.
Sono passati 200 anni dal 17 aprile 1825, quando la Francia costrinse gli ex schiavi, che avevano decimato le armate napoleoniche, ad indennizzarla con 150.000.000 franchi; sennò l’isola sarebbe stata invasa di nuovo. Si tratta di un debito che Haiti ha impiegato anni a ripagare e che ne ha minato già dal principio lo sviluppo con conseguenze che ancora scontano i suoi abitanti.
Il docufilm è stato ideato per un sostegno concreto all’orfanatrofio ‘Maison des Anges’ che, dopo aver subito violenza da parte delle gang locali, è stato costretto a fuggire nel dipartimento lungo il fiume Artibonite per continuare a garantire un impegno di ospitalità e istruzione ai bambini orfani, come racconta il regista Alessandro Galassi: “Haiti è il simbolo della periferia del mondo, che lo scorso anno ha celebrato 200 anni dal debito che il Paese ha pagato alla Francia per avere la libertà. Oggi il Paese è completamente in mano alle gang, create dalle élite per proteggersi; è anche un hub strategico per il traffico di droga e organi dalla Colombia agli Stati Uniti”
Il regista ha percorso le strade delle periferie più pericolose nel mondo, dal Messico all’Afghanistan, prima di arrivare nell’isola caraibica: “Haiti è tra le realtà più pericolose che abbia incontrato fino ad ora perché mancano regole e anche l’ingresso per i reporter è complicato perché non ci sono limiti, le gang lasciano il paese in un totale stato di ingovernabilità. Di notte non è possibile uscire, ci sono proiettili vaganti e tutt’intorno c’è una situazione di povertà estrema, gli sfollati occupano ogni spazio possibile per sfuggire alla violenza e vivono senza nessun tipo di aiuto umanitario”.
Perchè un docufilm sui giovani di Haiti?
“Il docufilm non è esattamente un lavoro ‘sui giovani di Haiti’. E’ piuttosto un film sulla speranza. Ed i giovani, oggi, sono il territorio privilegiato in cui la speranza prova a sopravvivere. Per questo, insieme ad Avvenire, abbiamo scelto loro come chiave di racconto di un Paese complesso, ferito, ma ancora vivo. I giovani non rappresentano soltanto il futuro: sono il presente che, faticosamente, cerca uno spazio di respiro e di vita alternativo all’unico che sembra possibile, all’unica opzione che spesso viene loro proposta: entrare a far parte delle gang”.
Come è nata la sceneggiatura del docufilm?
“Non lavoro mai su una sceneggiatura rigida. Nel documentario, soprattutto in un progetto come questo, si lavora piuttosto sul contesto storico, politico e sociale. In questo caso è stato in parte più semplice, perché Avvenire, attraverso la campagna ‘Figli di Haiti’, segue e racconta da tempo la situazione del Paese. Il film nasce anche grazie alla preziosa collaborazione di Lucia Capuzzi, inviata del quotidiano, che ad Haiti è stata molte volte e che ha portato una conoscenza profonda del territorio e delle sue contraddizioni”.
Quale situazione ha trovato ad Haiti?
“Quello che ho trovato, è stato peggiore di quanto immaginassi. Una situazione segnata da un collasso quasi totale: della sicurezza interna, delle prospettive politiche, della presenza della comunità internazionale. Tutto questo ha permesso ad Haiti di diventare, consapevolmente o meno, una terra di nessuno, dove le gang comandano con la forza. Di fatto il Paese si è trasformato in un hub del contrabbando di armi, droga e organi. Ho vissuto Haiti come uno spazio di futuro distopico che ci aspetta se non saremo capaci di tornare indietro, di fare comunità: la sicurezza delegata ad agenzie private, i cittadini costretti a unirsi per difendersi da soli, a costruire cancelli, a chiudere strade, a privatizzare la paura. E’ una dinamica che racconto nella parte finale del film”.
In quale modo Haiti può essere un grande Paese?
“Eppure Haiti può essere un grande Paese. E’ il luogo in cui l’uomo ha conquistato la libertà: il primo Stato al mondo nato da una rivolta di schiavi che hanno scelto la vita. Da una terra con una storia così potente, in un contesto umano e naturale così straordinario, capace di tanta sofferenza, ci si può attendere solo una grande lezione”.
Cosa chiedono i giovani haitiani?
“I giovani che ho incontrato chiedono pochissimo. Come raccontano i ragazzi della scuola occupata, chiedono semplicemente di poter vivere la propria vita. Opportunità, dignità, speranza. Chiedono di non essere obbligati a scegliere la morte per vivere, di non dover entrare in una gang per sfamare i propri figli”.
Quale è l’opera della Chiesa a favore della gioventù haitiana?
“Non conosco nel dettaglio tutta l’opera della Chiesa nel Paese, ma so che oggi molte delle poche realtà rimaste attive sono quelle delle congregazioni religiose e della Caritas. Io ho incontrato, in uno dei quartieri più difficili di Port-au-Prince, suor Paesie, missionaria francese che attraverso un orfanotrofio e scuole prova a restituire futuro ai bambini. Conosco invece molto bene il lavoro di Avvenire: la campagna ‘Figli di Haiti’, che per tutto il 2025 ha raccontato una guerra dimenticata attraverso reportage, podcast e questo docufilm. Nella convinzione che il primo, indispensabile passo sia la conoscenza. Perché dare visibilità a ciò che viene rimosso è, oggi, un dovere giornalistico e umano necessario”.
(Tratto da Aci Stampa)





























