Papa Leone XIV chiede una tregua olimpica

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“La pratica sportiva, lo sappiamo, può avere una natura professionale, di altissima specializzazione: in questa forma essa corrisponde a una vocazione di pochi, pur suscitando ammirazione ed entusiasmo nel cuore di tanti, che vibrano al ritmo delle vittorie o delle sconfitte degli atleti. Ma l’esercizio sportivo è un’attività comune, aperta a tutti e salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un’universale espressione dell’umano”: con questa lettera scritta in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paralimpici invernali di Cortina, papa Lepne XIV ha messo in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame

Nella lettera il papa ha sottolineato che le Olimpiadi sono state sempre occasioni di pace: “Nel 1984, ad esempio, san Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani atleti provenienti da tutto il mondo, citò la Carta olimpica, che considera lo sport come fattore di ‘una migliore comprensione reciproca e di amicizia, al fine di costruire un mondo migliore e più pacifico’…

In questa linea si colloca la Tregua olimpica, che nell’antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, affinché atleti e spettatori potessero viaggiare liberamente e le competizioni svolgersi senza interruzioni. L’istituzione della Tregua scaturisce dalla convinzione che la partecipazione a competizioni regolamentate (agones) costituisce un cammino individuale e collettivo verso la virtù e l’eccellenza (aretē). Quando lo sport è praticato in questo spirito e con queste condizioni, esso promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune”.

La guerra è contraria allo spirito olimpico: “La guerra, al contrario, nasce da una radicalizzazione del disaccordo e dal rifiuto di cooperare gli uni con gli altri. L’avversario è allora considerato un nemico mortale, da isolare e possibilmente da eliminare. Le tragiche evidenze di questa cultura di morte sono sotto i nostri occhi (vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco)”.

Per questo il papa ha ribadito il bisogno di riscoprire questa tregua olimpica: “Opportunamente, la Tregua olimpica è stata riproposta in tempi recenti dal Comitato Olimpico Internazionale e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano ‘fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto’. Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato”.

Quindi secondo la visione cristiana la persona è sempre il ‘centro’ dello sport: “La persona, dunque, secondo la visione cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale. A ben vedere, un solido fondamento di questa consapevolezza si trova negli scritti di san Paolo, noto come l’Apostolo delle genti. Al tempo in cui egli scriveva, i Greci possedevano già da molto tempo tradizioni atletiche. Ad esempio, la città di Corinto patrocinava i giochi istmici ogni due anni fin dagli inizi del VI secolo a.C.; per questo, scrivendo ai Corinzi, Paolo fece ricorso ad immagini sportive per introdurli alla vita cristiana”.

Infatti la tradizione cristiana ha sempre usato immagini sportive: “Seguendo la tradizione paolina, molti autori cristiani utilizzarono immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano”.

Ed il cristianesimo non ha mai rifiutato la cura del corpo: “Sebbene non manchino, nelle epoche passate, scritti cristiani (influenzati da filosofie dualistiche) che hanno del corpo una visione piuttosto negativa, il filone principale della teologia cristiana ha sottolineato la bontà del mondo materiale affermando che la persona è unità di corpo, anima e spirito.

In effetti, i teologi dell’antichità e del Medioevo confutarono con forza le dottrine gnostiche e manichee, proprio perché esse consideravano il mondo materiale e il corpo umano come intrinsecamente malvagi. Secondo queste concezioni, lo scopo della vita spirituale consisterebbe nel liberarsi dal mondo e dal corpo. Al contrario, i teologi cristiani fecero appello alle convinzioni fondamentali della fede: la bontà del mondo creato da Dio, il fatto che il Verbo si è fatto carne e la risurrezione della persona nella sua armonia di corpo e anima”.

Ed ha fatto una ‘carrellata’ lungo i secoli: “Con l’affermarsi del cristianesimo nell’Impero Romano gli spettacoli sportivi tipici della cultura romana (in particolare i combattimenti tra gladiatori) iniziarono progressivamente a perdere rilevanza sociale. Tuttavia, l’età medievale fu segnata dall’emergere di nuove forme di pratica sportiva, come i tornei cavallereschi, sui quali la Chiesa concentrò la propria attenzione etica, contribuendo anche a una loro reinterpretazione in chiave cristiana, come testimoniato dalla predicazione dell’abate San Bernardo di Chiaravalle.

Nello stesso periodo, la Chiesa riconobbe il valore formativo dello sport, grazie anche al contributo di figure quali Ugo di San Vittore e san Tommaso d’Aquino. Ugo, nella sua opera Didascalicon, sottolineò l’importanza delle attività ginniche nel curriculum degli studi, contribuendo a plasmare il sistema educativo medievale”.

Anche nell’età contemporanea la Chiesa ha valorizzato lo sport: “Questi principi furono applicati nelle scuole dei Gesuiti, avvalorati dagli scritti di Sant’Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum. Su tale sfondo si inserisce anche l’opera di grandi educatori, da san Filippo Neri a san Giovanni Bosco. Quest’ultimo, attraverso la promozione degli oratori, stabilì un ponte privilegiato tra la Chiesa e le nuove generazioni, facendo anche dello sport un ambito di evangelizzazione”.

Per questo anche i papi si interessarono dello sport: “In questa scia, si può ricordare anche l’Enciclica ‘Rerum novarum’(1891) di Leone XIII: essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna (si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale) e alle nuove abitudini emergenti”.

Una visione sportiva basata sulla dignità umana: “Laici e pastori dedicarono uno sguardo più attento e sistematico a tale realtà. A partire dal pontificato di san Pio X (1903-1914), si registra un crescente interesse per lo sport, testimoniato da numerosi pronunciamenti pontifici. In essi, la Chiesa cattolica, per voce dei papi, propose una visione dello sport centrata sulla dignità della persona umana, sul suo sviluppo integrale, sull’educazione e sulla relazione con gli altri, evidenziandone il valore universale quale strumento di promozione di valori come la fraternità, la solidarietà e la pace”.

Quindi lo sport è essenziale per la vita sociale: “Ben oltre i luoghi di più antica tradizione cristiana, sembra evidente che lo sport sia ampiamente presente nelle culture di cui abbiamo testimonianza…

Ancora oggi, lo sport continua a svolgere un ruolo significativo nella maggior parte delle culture. Esso offre uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.

Ed ha richiesto che lo sport diventi accessibile a tutti: “Allargando ulteriormente lo sguardo, è importante ricordare che, proprio perché lo sport è fonte di gioia e favorisce lo sviluppo personale e le relazioni sociali, esso dovrebbe essere accessibile a tutte le persone che desiderano praticarlo. In alcune società che si considerano avanzate, dove lo sport è organizzato secondo il principio del ‘pagare per giocare’, i bambini provenienti da famiglie e comunità più povere non possono permettersi le quote di partecipazione e restano esclusi. In altre società, alle ragazze e alle donne non è consentito praticare sport”.

Quindi la competizione sportiva è un cultura dell’incontro: “Proprio per questo la competizione sportiva, quando è autentica, presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto. Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione, ad esempio, è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte”.

Per questo lo sport è educativo: “Lo sport vero, invece, educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la ‘grammatica’ condivisa che rende possibile il gioco stesso. Senza regole non vi è competizione, né incontro, ma solo caos o violenza. Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà”.

Tale concezione sportiva ha riflesso sugli sportivi: “La giusta competizione e la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli spettatori e i tifosi. Il senso di appartenenza alla propria squadra può essere un elemento molto significativo dell’identità di molti tifosi: essi condividono le gioie e le delusioni dei loro eroi e trovano un senso di comunità con gli altri sostenitori. Questo è generalmente un fattore positivo nella società, fonte di rivalità amichevole e di battute scherzose, ma può diventare problematico quando si trasforma in una forma di polarizzazione che porta alla violenza verbale e fisica”.

Il messaggio è stata un’esortazione per le diocesi a sviluppare una pastorale ‘sportiva’: “Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale.

In tale prospettiva appare opportuno che, all’interno delle Conferenze episcopali, siano presenti uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui elaborare e coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti nei diversi territori. Lo sport, infatti, attraversa parrocchie, scuole, università, oratori, associazioni e quartieri: stimolare una visione condivisa consente di evitare frammentazioni e di valorizzare le esperienze già esistenti”.

La pastorale sportiva permette una riflessione riguardante l’etica di vivere: “Una buona pastorale dello sport può contribuire in modo significativo alla riflessione sull’etica sportiva. Non si tratta di imporre norme dall’esterno, ma di illuminare dall’interno il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi. In particolare, l’armonia tra sviluppo fisico e sviluppo spirituale va considerata come dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”.

In questo è un aiuto per lo sport nello sviluppo della cura: “Lo sport diventa così luogo in cui imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità. Pensare e attuare la pratica sportiva come strumento comunitario aperto e inclusivo è un altro compito decisivo.

Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica. La gioia di essere insieme, che nasce dal gioco condiviso, dall’allenamento comune e dal sostegno reciproco, è una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”.

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