Al Tribunale dello Stato della Città del Vaticano la settima Udienza del processo di secondo grado sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.02.2026 – Ivo Pincara] – La Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano oggi ha aggiornato il processo in attesa di pronunciarsi su diverse questioni preliminari discusse dalle parti e in particolare sulla questione dei Rescritti di Papa Francesco, e dunque anche sulla proposta che è stata avanzata di interpellare Papa Leone XIV per fare chiarezza sulla loro portata e sui loro effetti nel procedimento.
In calendario della settima Udienza vi erano le controrepliche delle difese alle repliche delle parti civili e dell’Ufficio del promotore di giustizia presentate mercoledì, seguite dalle contro-controrepliche dei medesimi. Al termine, il Presidente della Corte d’Appello, Mons. Alejandro Arellano Cedillo, ha annunciato che la Corte valuterà le eccezioni sollevate dalle difese: “La Corte si riserva di deliberare, le parti saranno riconvocate”. Di conseguenza, l’Udienza che era prevista per domani, venerdì, è stata cancellata.
Gli Avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, difensori del Cardinale Angelo Becciu, hanno espresso in aula la loro contrarietà alle modalità processuali, sottolineando che sin dall’inizio sono state rilevate chiare violazioni del diritto di difesa, nonostante non si sia ancora entrati nel merito delle accuse. La loro posizione è che il processo abbia presentato irregolarità significative, tali da richiedere l’annullamento del procedimento di primo grado. Tali eccezioni sono state dettagliatamente discusse nelle ultime tre udienze e saranno oggetto di ordinanza da parte della Corte: la nullità del processo di primo grado; l’acquisizione degli atti relativi all’inchiesta italiana sul caso Striano; la valutazione sulle chat e sugli omissis che coinvolgono alcuni testimoni e membri della Gendarmeria vaticana.
Durante le controrepliche, anche altre difese hanno manifestato dubbi sulla correttezza del processo, con l’Avvocato Giuseppe Di Sera, difensore di Cecilia Marogna, che ha definito il procedimento non conforme a un giusto processo, posizione condivisa dagli avvocati di altri imputati, quali Tommaso Di Ruzza, Renè Bruelhart e Nicola Squillace.
Processo d’appello, chiusa la fase preliminare. La Corte rimanda per deliberare
di Salvatore Cernuzio
Vatican News, 5 febbraio 2026
Il più citato (dopo il Codice di Diritto canonico) è stato San Tommaso d’Aquino nella settima udienza di questa mattina del processo d’appello per la gestione dei fondi della Santa Sede. Le riflessioni sulla natura ed efficacia della “legge” formulate dal teologo domenicano – che da uno degli affreschi nel Tribunale vaticano “osservava” tutti i presenti in aula – sono state richiamate da parti civili, accusa e difese nelle loro controrepliche lungo le circa cinque ore di dibattimento. Al centro, ancora questioni preliminari sulle quali la Corte d’Appello – come annunciato da Monsignor Alejandro Arellano Cedillo a fine udienza – “si riserva di deliberare”. Rimandata, dunque, l’ottava udienza prevista domattina. “Le parti saranno riconvocate”.
La discussione sui rescritti papali
Tra le tematiche affrontate, in primis, la vexata quaestio dei Rescritti di Papa Francesco che hanno ampliato i poteri del Promotore di giustizia nel corso delle indagini sfociate poi, due anni dopo, nel cosiddetto century trial. Le difese degli imputati continuano ad eccepire ancora l’invalidità di questi provvedimenti papali a motivo della loro mancata pubblicazione. “Non stiamo giudicando un’azione del Santo Padre, quello che doveva pubblicarli è il Promotore di giustizia: dobbiamo discutere se ha commesso un errore nel non pubblicare tali atti”, ha affermato Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso. Che ha citato, appunto, San Tommaso quando affermava nella Mirabilis Deus che “la promulgazione è essenziale alla legge… perché la legge abbia forza di obbligare è necessaria la sua conoscibilità”.
Ma San Tommaso insegna pure che “lex est quaedam rationis ordinatio”, “la legge è innanzitutto ragionevolezza”, ha ricordato l’avvocatessa Elisa Scaroina, patrocinante la parte civile per conto della Segreteria di Stato, richiamando il fondamento giuridico e morale sotteso alla scelta di non rendere pubblici i Rescripta, a partire da quello datato 2 luglio 2019. Una decisione, ha precisato, dettata da “ragioni di segretezza” connesse alla particolare delicatezza del momento storico in cui i provvedimenti furono adottati: ovvero, i giorni immediatamente successivi alla denuncia presentata dallo IOR, in seguito alla richiesta della Segreteria di Stato di un prestito per estinguere l’oneroso mutuo sull’immobile di Londra e porre fine a ogni rapporto con il broker Gianluigi Torzi, già condannato in primo grado. Si trattava della denuncia da cui prese avvio l’intera istruttoria.
“Qualora il Rescriptum pontificio fosse stato reso pubblico – ha osservato Scaroina – si sarebbero potute determinare conseguenze di non lieve entità sull’andamento stesso delle indagini in corso. Era in gioco una vicenda che toccava il cuore dell’operatività finanziaria dello Stato della Città del Vaticano. Cosa sarebbe accaduto, in quel frangente, all’equilibrio istituzionale e alla stabilità dell’ordinamento?”. In tale contesto, ha proseguito la legale, “è apparso non solo equo, ma anche doveroso che il Pontefice abbia sentito l’urgenza di interrogarsi sul principio di ragionevolezza e sulla necessaria ponderazione tra interessi contrapposti, chiedendosi quali fossero le scelte più opportune da compiere in un momento di così straordinaria delicatezza”. Si trattava, infatti, di una circostanza del tutto inedita nella storia giuridica dello Stato vaticano “La prima volta in cui si presentava una questione di tale portata”, ha sottolineato Scaroina.
Per nulla d’accordo gli avvocati della difesa che hanno parlato di affermazioni dalla “gravità inaudita”: “Fatico a credere alla giustificazione fornita sulla mancata pubblicazione dei Rescritti che sposta in capo al Pontefice la volontà di non pubblicazione, pur senza un provvedimento espresso in tal senso”, ha esordito Massimo Bassi, avvocato di Fabrizio Tirabassi. “La pubblicazione è venuta meno per l’incomprensibile negligenza di qualche funzionario che ora cerca di ascrivere ad altri la responsabilità”. Per Panella, invece, sposando questa tesi “si chiede a questa eccellentissima Corte di dichiarare che in questo Stato unico al mondo, che dovrebbe essere speculum iustitiae, le persone possono essere arrestate e i diritti umani limitati sulla base di leggi tenute segrete”. Un riferimento all’arresto di Torzi nel giugno 2020, quale conseguenza – secondo le difese – dei “poteri straordinari” conferiti al promotore di Giustizia dai rescritti papali.
Il ruolo di Perlasca e le chat
La controversia sui Rescripta continua, insomma, a rappresentare uno dei nodi più difficili da sciogliere. Oltre a questa, anche altre questioni dirimenti come il ruolo di Monsignor Alberto Perlasca, ex Direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, per nulla “marginale” ma anzi “centrale” in tutta la vicenda giudiziaria. “Non si può marginalizzare Perlasca dicendo ‘ah, ma la sentenza ha detto…’”, ha detto Fabio Viglione, difensore del Cardinale Giovanni Angelo Becciu. “Non è solo quello che ha detto, ma quello che non ha detto proprio alla luce della centralità del suo ruolo all’interno dell’Ufficio amministrativo. Una centralità che non gli abbiamo riconosciuto noi, bensì per primo il Promotore di giustizia laddove ha individuato in lui le responsabilità, andando a sequestrare i suoi documenti, i dispositivi elettronici, indagandolo, sequestrandogli i conti”.
Poi c’è la faccenda delle chat con Francesca Immacolata Chaoqui e Genoveffa Ciferri che avrebbero “manovrato” lo stesso Perlasca. Per accusa e parti civili le chat sono inutili, perché la sentenza di condanna si è basata su solide prove, e “inammissibili”, considerando anche l’inattendibilità delle persone chiamate in causa. Per le difese dimostrano invece l’esistenza di un “triangolo delle Bermuda” che, ha evidenziato Viglione, ha portato al “famigerato memoriale dell’agosto 2020 tutto incentrato contro il Cardinale Becciu”.
Gli omissis
Centotrentadue i messaggi che la Ciferri aveva inviato a fine novembre 2022 al promotore Diddi. Di questi, hanno asserito oggi gli avvocati, “solo 126” sono stati depositati e “118 sono stati completamente omissati”. Ecco, l’altra questione dominante anche nella settima udienza: il deposito parziale e gli omissis del materiale depositato da Diddi in Cancelleria. Gli avvocati hanno preso ad esempio il video-interrogatorio dello stesso Perlasca con 60 frame tagliati. “Non sappiamo cosa abbia detto!”.
Il motivo delle “parti omissate” lo spiegava una nota firmata da un rappresentante della Gendarmeria vaticana citata dai legali in aula: ragioni di interesse investigativo o di non rilevanza e non pertinenza. “Non abbiamo gli atti che il Codice impone” per l’esercizio della difesa, perché qualcuno “ci dice che non li possiamo avere?”, ha lamentato Viglione.
Richiesta di nullità
La richiesta da parte di tutti i difensori degli imputati è ancora quella della nullità: “Noi dal 27 luglio 2021 (prima udienza, ndr) abbiamo eccepito la nullità e abbiamo continuato a farlo tante volte… Doveva essere sanata nel primo grado, ma non è mai successo, ci trasciniamo una nullità non sanata”, hanno detto i legali.
Un’altra strada prospettata dagli avvocati della difesa, in particolare da Cataldo Intrieri, difensore di Tirabassi, è che i giudici consultino Papa Leone XIV. “Questo Pontefice – ha affermato il legale – è un raffinatissimo giurista che può dare un suo parere”. Dall’epoca dei Rescritti, a suo dire, molto è cambiato: “Furono fatti nella speranza di stroncare un grave fenomeno criminale, di sventare la truffa del secolo. Di quella truffa oggi non c’è nulla”, ha assicurato Intrieri. “Penso che allora si può rivedere tutto, dopo i tristi episodi emersi forse può avere luogo un esame sereno e pacato. Voi avete il potere, come delegati del Papa e interpreti della legge, di chiedere un parere e una illuminazione per un momento di stasi del processo. Se c’è una strada, quella strada va percorsa”.
La replica dei Promotori
Per il Promotore di giustizia aggiunto, Roberto Zannotti, e il Promotore di giustizia applicato, Settimio Carmignani Caridi, tutte queste eccezioni sono “infondate” e “inutili”. Soprattutto quella dei Rescritti: “Nulla depone a favore dell’illazione che Papa Francesco si sia sbagliato o sia stato indotto in errore. Lo dimostra il fatto che dopo sono seguite delle norme coerenti. Il Papa ha scelto la soluzione giusta. La situazione ce l’aveva ben presente”.
* * *
«Ma nulla depone a favore dell’illazione dell’accusa – ha aggiunto il Curatore della Rassegna stampa sul “caso Becciu”, Andrea Paganini – visto che il Papa non l’ha esplicitato in alcun luogo – che Papa Francesco non volesse che quei Rescritti venissero pubblicati (ogni uomo non sprovveduto sa che un provvedimento legislativo non pubblicato non è valido, o è un imbroglio a danno del giusto processo)».
Tra acrobazie giuridiche e teatrino di periferia
di Fari Pad
Facebook, 5 febbraio 2026
L’udienza di ieri ha cercato di salvare il salvabile, ma la realtà dei fatti è sempre più difficile da mascherare. Il castello accusatorio traballa sotto il peso di anomalie che nulla hanno a che fare con un giusto processo.
Il caso Diddi: la giravolta finale
Dopo che la Corte d’Appello aveva dichiarato ammissibile l’istanza di ricusazione nei suoi confronti, abbiamo assistito all’ennesima “acrobazia”: Diddi, con una mossa strategica davanti alla Cassazione, ha dichiarato di astenersi. Un passo indietro che sa di manovra per evitare un verdetto di esclusione ancora più pesante, ma che non cancella l’anomalia di una gestione accusatoria che ha assunto tratti oggettivamente persecutori.
Chat da “teatrino”: altro che irrilevanti!
Si tenta di liquidare come “irrilevanti” le chat emerse dallo scoop del quotidiano il Domani, come da una “sceneggiatura oggi le comiche”, ma il contenuto è imbarazzante (appurata la veridicità?).
Il mix tra il Commissario della Gendarmeria Stefano De Santis, una teste pregiudicata come la Chaouqui e la Ciferri, insieme allo stesso Diddi e in aggiunta il Sostituto delle Segreteria di Stato Peña Parra, delinea un quadro che sembra uscito da un copione di bassa lega. È accettabile che la giustizia vaticana si muova su questi binari di “combutte” e messaggi sottobanco che appaiono come accordi finalizzati ad ottenere prova probatoria inesistente?
Infatti, il Promotore di giustizia Diddi apre un fascicolo penale nel merito: le parti civili, cosa fanno (APSA)? Nel leggere il resoconto del sito vaticanista Faro di Roma, udienza di ieri, ho rilevato la doppiezza delirante delle parti civili (APSA). Da un lato, nel contrastare le difese, ritengono le “chat irrilevanti”; dall’altro, contrastano parimenti l’operato del Promotore di Giustizia Diddi che, nel merito della vicenda, ha aperto un fascicolo penale contro la Chaouqui per subornazione di testimone (Perlasca). Vedo, quindi, le parti civili agire su due fronti opposti: difesa e accusa. Roba da capogiro!
Il sistema della giustizia vaticana sull’orlo della frana?
La difesa a oltranza dei rescritti papali (leggi cambiate a processo in corso) serve a tenere in piedi una struttura che rischia di crollare da un momento all’altro. Se le tesi dell’accusa e i passi improvvidi di Diddi per incastrare il Cardinal Becciu venissero dichiarati illegittimi, l’intero processo verrebbe giù come la frana di Niscemi.
In un processo che ambisce a essere esemplare, non possono esserci ombre di accanimento selettivo. La credibilità della Santa Sede è in gioco: non si può amministrare la giustizia con i metodi di un teatrino di periferia con un copione scritto da autori improbabili e arraffazzonato alla “meno peggio”.
* * *
Le parti civili e l’accusa, che hanno continuato a parlare di “giusto processo”, difendono l’indifendibile. Si comportano come i giapponesi “soldati fantasma” che continuavano a combattere, nonostante la guerra fosse già conclusa, ha osservato Mario Becciu e chiede: «Prevarrà la ragion di stato o l’obbedienza irrinunciabile alla coscienza da parte di giudici impegnati a servire la verità?»
* * *
Non va dimenticato che la forma di governo dello Stato della Città del Vaticano è la monarchia assoluta. Sovrano dello Stato è il Sommo Pontefice, che ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
La funzione legislativa, salvi i casi che il Sommo Pontefice intenda riservare a Sé stesso, è esercitata dalla Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, composta da Cardinali, tra cui il Presidente, e da altri membri, nominati dal Sommo Pontefice per un quinquennio.
La funzione esecutiva è esercita dal Presidente della Pontificia Commissione che è il Presidente del Governatorato ed è coadiuvato dal Segretario Generale e dal Vice Segretario Generale.
La funzione giudiziaria è esercitata, in nome del Sommo Pontefice, dagli organi costituiti secondo l’ordinamento giudiziario e dagli altri organi a cui la legge conferisce la competenza per specifiche materie.
* * *
Su la Repubblica, Iacopo Scaramuzzi riferisce: «Processo vaticano, le difese criticano i provvedimenti di Francesco e tirano in ballo Leone. Gli avvocati degli imputati suggeriscono di domandare un parere al Pontefice canonista. Che però ha già detto di non voler intervenire. (…)
L’avvocato Cataldo Intrieri, difensore di Fabrizio Tirabassi, ex officiale della Segreteria di Stato, ha detto da parte sua che “questo Pontefice è un raffinatissimo giurista in grado di dare il suo parere”. Il legale ha scusato Francesco, “il Pontefice di allora non poteva sapere alcune cose”, ma ora, ha detto, “può avere luogo un esame sereno e pacato” e poi, rivolgendosi ai giudici, ha proseguito: “Voi avete il potere come delegati del Papa e interpreti della legge di chiedere un parere e una illuminazione per un momento che a me sembra di stasi del processo. Quei rescritti avevano un senso allora, ora non ce l’hanno più, però abbiamo avuto conseguenze, anche gravi, lesive dei diritti”.
Ipotesi, quella di rivolgersi al pontefice “feliciter regnante”, evocata anche dalla pubblica accusa che però, nella persona del Procuratore aggiunto Settimio Carmignani Caridi, ha difeso Francesco, sottolineando che non era possibile chiedere una cosa simile alla Corte e che ogni fedele può appellarsi al Papa, ma perché la Corte possa presentare una richiesta del genere, e cioè di esaminare atti pontifici, ci deve anzitutto essere il dubbio che Papa Francesco avesse avuto una informazione sbagliata alla base dei suoi atti, mentre Francesco aveva totalmente ben presente la situazione e ha fatto la scelta giusta».
Sulla proposta avanzata di interpellare Papa Leone XIV per fare chiarezza sulla portata dei Rescritti di Papa Francesco e sui loro effetti nel procedimento, si è espresso anche Salvatore Izzo sul Faro di Roma:
«La Corte d’Appello del Vaticano ha aggiornato il processo Becciu in attesa di pronunciarsi su diverse questioni preliminari presentate dalle parti e in particolare sulla questione dei rescritti pontifici, e dunque anche sulla proposta – avanzata in modo esplicito dalle difese – di interpellare Papa Leone XIV per fare chiarezza sulla loro portata e sui loro effetti nel procedimento. Una proposta che arriva dopo ore di scontro serrato sul significato dei rescritti, sulla loro mancata pubblicazione e sulle ricadute sui diritti degli imputati. (…)
Resta sul tavolo, come ipotesi senza precedenti, quella evocata in aula: un possibile chiarimento diretto del Pontefice regnante. Un segnale di quanto il nodo giuridico e istituzionale del processo Becciu continui a interrogare non solo i giudici, ma l’intero ordinamento vaticano.
A rendere questo passaggio particolarmente drammatico è il fatto che l’ipotesi di un coinvolgimento diretto del Pontefice emerga dopo che Papa Leone XIV aveva lasciato chiaramente intendere di non voler essere chiamato a intervenire nel merito di un procedimento giudiziario, proprio per preservare l’autonomia della magistratura vaticana e la distinzione dei ruoli all’interno dell’ordinamento. Un’impostazione che aveva segnato una discontinuità significativa rispetto al passato e che mirava a rafforzare la credibilità istituzionale del sistema giudiziario, in realtà messa in crisi dalla condotta del capo dell’ufficio del Promotore di giustizia, l’Avvocato Alessandro Diddi, che di fatto le chat con le signore Chaouqui e Ciferri hanno rivelato come un vero e proprio persecutore del Cardinale Becciu, che è un uomo per bene e un servo fedele della Chiesa, condannato pur essendo evidentemente innocente.
La proposta di interpellare il Papa, pur formulata come eventuale e rimessa alla valutazione della Corte, rischia ora di collocare il processo Becciu su un crinale delicatissimo, dove il chiarimento giuridico sui Rescritti potrebbe trasformarsi in una chiamata in causa del supremo legislatore proprio nel momento in cui si discute della legittimità delle regole applicate. Un cortocircuito che, se attivato, metterebbe sotto pressione non solo l’equilibrio processuale, ma anche il principio — fin qui rivendicato — dell’indipendenza dei giudici da ogni altra autorità, incluso il Pontefice regnante.
È in questo nodo, più ancora che nelle singole questioni procedurali, che il processo Becciu mostra tutta la sua portata istituzionale: non solo un giudizio penale, ma una prova di tenuta per l’assetto giuridico vaticano, chiamato a dimostrare se sia davvero possibile coniugare sovranità pontificia, Stato di diritto e autonomia della funzione giudiziaria senza che l’una finisca per schiacciare le altre».
Il processo d’appello al bivio
tra ragion di Stato e giusto processo
Riflessioni dopo la settima Udienza
tratte da un post Facebook di Fari Pad
La settima Udienza d’Appello non è stata solo cronaca giudiziaria, ma il momento della verità per l’intero ordinamento giudiziario d’Oltretevere. La Corte d’Appello si è riservata di decidere, ma il peso dei temi sollevati mette in discussione la tenuta stessa della sentenza di primo grado. Ecco i nodi che la Corte non può più esimersi di sciogliere:
L’equilibrio processione e la figura del Promotore di giustizia
La repentina decisione di astensione del Promotore di giustizia, giunta sulla scia di una ricusazione ritenuta ammissibile e ormai imminente, solleva un interrogativo di sistema. Tale scelta appare ancor più problematica alla luce delle ombre nate dal contenuto di alcune chat. Questo potrebbe essere un elemento che scardina la fiducia nella funzione requirente. Il venir meno della necessaria terzietà e del corretto bilanciamento tra accusa, difesa e giudice — triade fondamentale di ogni rito civile e penale — mina l’integrità del procedimento, esponendolo a una inevitabile nullità.
Il vulnus insanabile dei Rescritti
L’utilizzo di strumenti normativi d’eccezione, rimasti sottratti alla conoscenza delle parti nella fase cruciale, configura una lesione gravissima al principio del “giusto processo”. Il sacrificio dei diritti fondamentali degli imputati, giustificato dal pretesto di favorire un ipotetico interesse di indagine, costituisce un vizio insanabile. Non si può amministrare la giustizia danneggiando preventivamente il diritto alla difesa: è una contraddizione in termini che invalida l’intero iter.
L’inquinamento delle fonti
Le evidenze circa potenziali collusioni volte alla costruzione artificiosa di un impianto accusatorio contro il Cardinale Angelo Becciu impongono una verifica senza sconti. Se l’azione penale non è scaturita da una genuina notizia di reato, ma da un “baratto” di influenze tra soggetti terzi, l’architettura della condanna perde ogni legittimità morale e legale.
Il supremo legislatore e il diritto terreno
Invocare l’autorità del Romano Pontefice per “sanare” a posteriori criticità procedurali crea un pericoloso cortocircuito. Il diritto vaticano deve dimostrare di saper coniugare la propria specificità con il rispetto degli standard processuali universali, senza rifugiarsi in prerogative sovrane per coprire lacune tecniche.
Una conclusione obbligata
L’interrogativo fondamentale per la Corte è uno soltanto: l’azione dell’accusa è rimasta entro il perimetro rigoroso del Codice di Procedura Penale e del Codice Penale vaticani?
Appurato e accertato che tale perimetro è stato travalicato, la Corte ha una sola via d’uscita per preservare l’onore della Giustizia vaticana: dare corso alle assoluzioni senza se e senza ma.
Quando la legge viene violata nelle sue forme e nei suoi contenuti essenziali, l’unica sentenza conforme a diritto è l’assoluzione del Cardinale Angelo Becciu.
Foto di copertina: la nuova aula del Tribunale vaticano (Foto di Vatican News).



























