Al Tribunale dello Stato della Città del Vaticano la quinta Udienza del processo di secondo grado sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.02.2026 – Ivo Pincara] – Oggi si è svolta la quinta Udienza del processo d’appello sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. È continuata l’analisi delle questioni preliminari presentate dalle difese, secondo quanto è stato riferito dal pool di giornalisti ammessi in aula. Chiamato in causa Papa Francesco, che il Presidente della Corte d’appello esorta di non nominare. Un omissis clamoroso, perché in causa sono anche la natura e gli effetti giuridici dei 4 Rescritti da lui firmati, e non solo, visto che durante il processo di primo grado è emerso con chiarezza il suo ruolo, sia nell’investimento nel palazzo al numero 60 di Sloane Avenue di Londra, sia nella conduzione del procedimento penale di primo grado.
Vatican News riassume la quinta Udienza d’appello: «La mattinata dedicata alle eccezioni degli avvocati difensori circa i Rescritti papali che hanno ampliato i poteri del Promotore di giustizia per le indagini e il mancato deposito da parte dell’accusa della totalità degli atti. Richiesta anche l’acquisizione degli atti del processo di Pasquale Striano accusato di accessi abusivi ai sistemi informatici degli imputati».
L’Avvocato Mario Zanchetti, difensore di Gianluigi Torzi si è concentrato sui rescritti di Papa Francesco, definendo “illegali” l’arresto del suo assistito e il sequestro dei suoi dispositivi, “perché fatti sulla base di un provvedimento ignoto alla difesa, ossia il rescritto del 2 luglio 2019”: “I diritti non possono che essere lesi se non da provvedimenti di legge”. “Non accuso Papa Francesco, non è stata colpa sua ma è stato un problema informativo del Romano Pontefice”, ha precisato Zanchetti, sostenendo che il Papa non fosse stato bene informato. A questo punto il Presidente della Corte d’appello, Mons. Alejandro Arellano, lo ha interrotto dicendo: “Le chiederei di non nominare Papa Francesco, capiamo tutti, si eviti il riferimento al Santo Padre”, segnale della particolare delicatezza istituzionale della questione.
L’Avvocato Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, ha criticato il fatto che i rescritti siano stati “sottratti alla conoscenza di Crasso e degli altri imputati fino al giugno del 2021”, parlando di “surreale carta bianca concessa al Promotore di giustizia” e sottolineando che “non sono esistiti in 2000 anni di storia della Chiesa rescritti che siano rimasti segreti”. Panella ha poi lamentato gli omissis, in particolare sugli interrogatori a Mons. Alberto Perlasca: “Un’intera ora [del video] dell’interrogatorio non è stata depositata”.
L’Avvocato Fabio Viglione, difensore del Cardinale Angelo Becciu, ha insistito su diverse criticità del primo grado: “Nella prima ordinanza il Tribunale imponeva al Promotore di giustizia il deposito presso la Cancelleria di tutti gli atti, compresa la copia forense: quel che il Tribunale aveva imposto è rimasto lettera morta”. “La difesa ha conferito un incarico a un consulente informatico che ha verificato una serie di criticità: dei 239 dispositivi sequestrati non era stata depositata alcuna copia, dei 16 depositati nessuno poteva ritenersi copia forense e l’estrazione è stata fatta in modo selettivo”. Secondo Viglione, nonostante il Promotore di giustizia Alessandro Diddi avesse “confessato” di non aver depositato tutti i materiali richiesti, il Tribunale alla fine si è arreso.
Anche l’Avvocato Cataldo Intieri, difensore di Fabrizio Tirabassi, ha parlato della mancata integrale acquisizione degli atti, lamentando la “violazione del principio di parità di trattamento e di imparzialità dei magistrati”. I difensori di Tirabassi hanno richiamato anche il cosiddetto caso Striano, relativo ad accessi abusivi a banche dati.
Secondo le difese, esisterebbe un segmento rilevante dell’indagine che resta tuttora opaco e non conoscibile. Inoltre, hanno richiamato un principio espresso recentemente da Papa Leone XIV, secondo cui le attività istituzionali devono essere disciplinate da leggi debitamente promulgate e pubblicate, sostenendo che l’inefficacia dei rescritti comporterebbe la nullità del processo di primo grado.
«Una linea appare già chiara: il processo d’appello ruoterà in larga parte attorno alla natura e agli effetti giuridici dei rescritti pontifici, in un delicato equilibrio tra prerogative sovrane, garanzie processuali e credibilità dell’ordinamento giudiziario vaticano», ha osservato Letizia Lucarelli su Faro di Roma.
L’udienza è stata aggiornata ad oggi.
Il “caso Striano”
Emerso a più riprese, durante il dibattimento, il nome di Pasquale Striano, ex luogotenente della Guardia di Finanza, noto alle cronache per l’inchiesta della Procura di Perugia sul cosiddetto “caso dossieraggio”. Ossia gli oltre 40 mila accessi abusivi a banche dati istituzionali per raccogliere informazioni riservate su esponenti politici, imprenditori e personaggi pubblici.
Per colpire il Cardinale Angelo Becciu nel settembre 2020, era necessario colpire prima e mettere fuori gioco il Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano Dott. Domenico Giani nell’ottobre 2019. Le menti raffinatissime interne al Vaticano hanno pianificato bene tutto. Oggi queste menti raffinatissime ci vogliono far credere che i servizi segreti italiani hanno la responsabilità di questa storia. Invece, i responsabili della caduta di Giani e di Becciu poi si trovano all’interno al Vaticano e si stanno adoperando per creare un bel depistaggio dove in tanti ci cascano, vestiti e calzati.
Ritornando all’audizione di Fittipaldi in Commissione bicamerale antimafia, è interessante la sua risposta ad una domanda specifica su chi secondo lui sono i mandanti del passaggio delle Sos e su dove sono finiti i documenti estrapolati dalle Sos. Al minuto 1.53.00 Fittipaldi afferma di non sapere nulla in merito, dicendo che è stato escluso che Striano abbia avuto contatti con Stati esteri, ma aggiunge: “Non potendo escludere nulla, potrei dire che il mandante di Striano è Papa Francesco, potrei dire qualsiasi cosa” (Il caso Striano e la caccia a Becciu). Da quando è scoppiato in Italia il caso Striano dopo la denuncia del Ministro Crosetto in molti si interrogano come mai questo funzionario della Guardia di Finanza fosse così “di casa” anche al di là del Tevere, fino da essere stato avvistato persino in Segreteria di Stato (Vaticano, riparte l’appello del maxi Processo Becciu con l’ombra degli strani dossieraggi di Striano, ora i legali chiedono di acquisire gli atti).
Processo d’appello vaticano, le difese chiedono la nullità totale del primo grado
di Salvatore Cernuzio
Vatican News, 3 febbraio 2026
Dopo 120 giorni ha riaperto i battenti il processo d’appello per la gestione dei fondi della Santa Sede. Quinta udienza di oltre quattro ore questa mattina, 3 febbraio, nell’aula del Tribunale vaticano, dedicata interamente agli interventi degli avvocati difensori che hanno rappresentato alla Corte d’appello, presieduta da Monsignor Alejando Arellano Cedillo, le memorie depositate nel novembre 2025. In particolare, tutti e sette i difensori intervenuti hanno concentrato l’attenzione sul tema della “inefficacia” dei quattro Rescripta di Papa Francesco, ovvero i provvedimenti che hanno ampliato i poteri del Promotore di giustizia all’inizio e durante le indagini.
Tra chi ha parlato di “grave lesione del giusto processo”, chi ha richiamato addirittura i tempi dell’Inquisizione per sottolineare che neanche allora degli interventi papali avevano ‘orientato’ un procedimento giudiziario, gli avvocati hanno eccepito la validità di tali rescritti sui quali si basa gran parte dell’impianto accusatorio.
Soprattutto l’Avvocato Mario Zanchetti, difensore del broker Gianluigi Torzi, in un’ora e mezza di esposizione ha indicato come “illegale” l’arresto del suo assistito in Vaticano (5 giugno 2020) perché “effettuato sulla base di un provvedimento ignoto alla difesa”, ossia il rescritto del 2 luglio 2019. Un provvedimento che “fa diventare fascista il Codice di procedura penale vaticano”, è arrivato ad affermare l’avvocato.
Per Zanchetti, al Papa allora era stata offerta scarsa informazione: “Nel momento in cui il Santo Padre autorizza il Promotore di giustizia ad agire, i reati non sono stati neanche formulati”. Non solo: quando quel 2 luglio il Pontefice aveva concesso udienza all’Ufficio del Promotore di giustizia (all’esito della quale era stato emanato il primo rescritto), la tematica in gioco era quella dei rapporti tra IOR e Segreteria di Stato. “A quei fini di segretezza è stato concesso il potere al Promotore di giustizia di procedere e applicare misure cautelari”. Invece, uno dei risultati è stato l’arresto di Torzi, dopo “otto ore di interrogatorio” e “sulla base di un mandato di 27 pagine evidentemente redatto prima”.
Zanchetti si è domandato se questi rescritti siano “atti amministrativi o normativi”: “I diritti non possono essere lesi se non da provvedimenti di legge”. E se sono leggi “devono essere pubblicati… Non è possibile che una cosa la chiamiamo legge non sia stata pubblicata. Se invece si tratta di atti amministrativi, ritengo che la via d’uscita per questa Corte d’appello sia dichiarare l’inefficacia dei rescritti a questo processo”. L’avvocato ha concluso suggerendo che, qualora permanesse il dubbio, “si può chiedere al Sommo Pontefice di consentire alla Corte d’appello di interpretare le conseguenze del rescritto” e dichiararlo eventualmente inefficace e, al contempo, annullare l’intero procedimento di primo grado.
Quest’ultima istanza è stata ribadita da tutti gli avvocati intervenuti successivamente. In primis Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, che ha esordito: “Il Santo Padre non ha mai inteso promulgare un provvedimento normativo escludendo la pubblicazione, non c’è scritto quindi doveva essere pubblicato”. Panella ha parlato di “surreale carta bianca” concessa al Promotore di giustizia: “È inaudito quanto avvenuto, mai nella storia millenaria della Chiesa era accaduto che venissero emanati rescritti rimasti segreti e noti soltanto al promotore di Giustizia che li aveva richiesti solo oralmente”. Sono, per Panella, “elementi di forte lesione del giusto processo”.
L’avvocato ha poi aperto un altro tema e cioè quello del mancato deposito della totalità degli atti da parte del Promotore di giustizia Alessandro Diddi, insieme agli omissis di alcuni materiali come il video interrogatorio di Monsignor Alberto Perlasca, ex Responsabile dell’Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato, tra i testimoni di spicco del precedente processo. Diddi – che il 12 gennaio scorso, ha presentato dichiarazione di astensione dal secondo grado (l’accusa è dunque rappresentata ora dal Promotore aggiunto, Roberto Zannotti) – ha fatto una scelta selettiva degli atti da depositare, nonostante le ordinanze del Tribunale vaticano di primo grado chiedessero il deposito completo e le copie forensi.
Lo stesso Diddi, affermano difensori, ha “confessato” di non aver presentato in Cancelleria il materiale acquisito nella sua interezza. Questo ha portato alla violazione della “parità di trattamento di tutti gli imputati” e della “normativa circa l’imparzialità dei magistrati”. Cosa che, a loro dire, renderebbe nullo “ab origine” il più lungo e complesso processo mai celebrato tra le mura leonine.
“Dal primo istante – ha sottolineato, da parte sua, Fabio Viglione, difensore del Cardinale Giovanni Angelo Becciu – abbiamo avuto una crisi di sbilanciamento, una assenza di simmetria tra quelle che erano le conoscenze dell’accusa e le difficoltà incontrate dalle difese”. Dei 239 dispositivi sequestrati “non è stata depositata nessuna copia, dei 16 depositati nessuna poteva ritenersi copia forense, l’estrazione è stata fatta in modo selettivo”, ha detto Viglione, citando le “criticità” indicate da un consulente informatico al quale si erano rivolte le difese.
Emerso infine a più riprese, durante il dibattimento, anche il nome di Pasquale Striano, ex luogotenente della Guardia di Finanza, noto alle cronache per l’inchiesta della Procura di Perugia sul cosiddetto “caso dossieraggio”. Ossia gli oltre 40 mila accessi abusivi a banche dati istituzionali per raccogliere informazioni riservate su esponenti politici, imprenditori e personaggi pubblici. “Con viva sorpresa – ha detto l’Avvocato Cataldo Intrieri, difensore dell’ex funzionario della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi – abbiamo appreso che tra le centinaia di parti offese ci sono tutti i protagonisti del processo ma anche i comprimari”.
“Striano non ha risposto all’interrogatorio, non ha detto chi glielo chiese”, ha sottolineato Intrieri, “negli atti si parla di contatti tra lui e membri della Gendarmeria”. “La logica”, ha proseguito, suggerirebbe che essendo chiesti accessi non solo per gli imputati ma anche per i comprimari, “non poteva che essere una persona a conoscenza di questa storia”. Da considerare anche il fatto che tali accessi risalgono al maggio 2019, ben prima della denuncia dello IOR dalla quale erano scaturite le indagini che hanno portato alla perquisizione negli uffici della Segreteria di Stato e infine, dopo due anni, al rinvio a giudizio.
“È l’ennesima prova della radicale nullità di questo procedimento”, ha affermato l’altro difensore di Tirabassi, Massimo Bassi. Gli avvocati hanno dunque domandato che la Corte d’appello vaticana chieda alla Procura di Roma l’acquisizione degli atti del processo Striano.
Appello a Becciu, le difese: “Vogliamo le carte di Striano”
L’ufficiale Gdf indagato per i dossier avrebbe spiato i protagonisti del processo per i fondi della Santa Sede
di Felice Manti
Il Giornale, 3 febbraio 2026
C’è un filo rosso che lega gli spionaggi di Pasquale Striano, l’ufficiale Gdf accusato di aver gestito un traffico di dossier a giornalisti compiacenti del «Domani», ai misteri del processo a monsignor Angelo Becciu, l’ex Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticano condannato a cinque anni e mezzo per peculato nel processo di primo grado voluto fortemente da Papa Francesco, costato al porporato l’accesso al Conclave che ha eletto Leone XIV.
Alla quinta udienza del processo d’appello ripreso ieri – senza il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi che ha fatto un passo di lato per non farsi ricusare dalla Cassazione vaticana – i legali degli imputati, alla sbarra per la presunta malagestio dei fondi dell’Obolo di San Pietro e della compravendita del palazzo londinese di Sloane Square costata al Vaticano 200 milioni, hanno chiesto di acquisire gli atti del caso Striano, che come ha scritto il Giornale nel maggio del 2019 (prima che scoppiasse lo scandalo dentro il Vaticano, avrebbe effettuato «plurimi accessi abusivi a sistemi informatici su tutti i protagonisti di questa vicenda», dice Cataldo Intieri, avvocato di Fabrizio Tirabassi. «Striano non ha risposto all’interrogatorio, non ha detto chi glielo chiese, negli atti si parla di contatti tra lui e membri della gendarmeria vaticana, ma non siamo in grado di dire chi – sottolineano i legali del broker – ma la logica ci dice che a chiedere questi accessi non poteva che essere una persona delle istituzioni a conoscenza di questa storia». D’accordo anche gli avvocati dell’altro finanziere Raffaele Mincione, processato ingiustamente e per questo recentemente risarcito dal Vaticano.
«È l’ennesima prova di radicale nullità di questo processo», dice al Giornale Fabio Viglione, che con Maria Concetta Marzo difende il monsignore sardo, che secondo la sentenza non avrebbe comunque intascato una lira dei soldi presuntamente sottratti ai fondi riservati della Segreteria di stato vaticana. I legali di Becciu contestano anche altre nullità nella mancata consegna di atti decisivi per dimostrare l’innocenza del loro assistito, come le chat nelle quali Diddi avrebbe concordato con la Papessa Francesca Chaouqui e la nobildonna ex analista dei Servizi Genevieve Ciferri il memoriale di monsignor Alberto Perlasca che è servito a mascariare il monsignore davanti al vecchio Pontefice.
Il processo degli “omissis”: se la giustizia si arrende al silenzio
di Fari Pad
Facebook, 3 febbraio 2026
Siamo in Appello, ma il cuore della cronaca odierna ci riporta a un paradosso inquietante che mina le basi stesse del diritto. Com’è possibile arrivare a una condanna se alla difesa è stato impedito di conoscere l’intera prova dell’accusa?
Oggi in aula è emersa una verità amara: il processo al Cardinale Becciu e agli altri imputati poggia su un deserto di atti mancanti.
La prova negata: Sui tanti dispositivi sequestrati, la stragrande maggioranza è rimasta “lettera morta”. Nessuna copia forense integrale è stata depositata, ma solo estrazioni selettive. In parole povere: l’accusa ha scelto cosa mostrare, oscurando il resto dietro una coltre di omissis e mancanze tecniche.
L’imparzialità violata: Nonostante l’ordine del Tribunale di depositare tutto il materiale, la Procura ha deciso di non ottemperare. E il Collegio giudicante, che dovrebbe essere terzo e imparziale, si è “arreso” a questa reticenza, avallando una disparità di trattamento inaccettabile tra accusa e difesa.
È un vulnus che ferisce il concetto stesso di Giusto Processo. Non si può giudicare nel nome della Verità se le carte sono incomplete e se il diritto alla difesa viene trasformato in un percorso a ostacoli.
In questo scenario, appare quasi stridente il richiamo della Corte a non nominare il Santo Padre. È un silenzio che stride con la realtà delle cose: come si può espungere dal dibattimento la figura di chi detiene il potere giudiziario e nel cui nome si emette sentenza?
Personalmente, resto fermamente convinto che la Chiesa non abbia bisogno di processi oscuri. Guardando al magistero di Papa Leone XIII, che tanto si spese per la dignità dell’uomo e la rettitudine delle istituzioni, appare chiaro che la Chiesa voglia una giustizia intrisa di Verità, libera da astratti richiami procedurali o parzialità di comodo.
La giustizia non può nutrirsi di “omissis”. Chiedere trasparenza non è un attacco all’istituzione, ma l’unico modo per onorarla. Perché solo dove la prova è piena e il confronto è leale, il giudizio può dirsi davvero cristiano e umano.
Foto di copertina: Udienza della Corte d’appello vaticana (Foto di Vatican Media).



























