Riparte il “processo Becciu”. Udienze il 3, 4 e 5 febbraio alla Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano

Città del Vaticano
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.02.2026 – Ivo Pincara] – Si riprende il processo di secondo grado sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, a carico tra gli altri del Cardinale Giovanni Angelo Becciu, con le Udienze nel Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, che sono state fissate per il 3, il 4 e il 5 febbraio 2026.

Ricordiamo, che lo scorso 12 gennaio la Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano – composta dai Cardinali Kevin Farrel (Presidente), Matteo Zuppi e Angel Artime (Giudici), Chiara Minelli e Patrizia Piccialli (Giudici applicate) – si era pronunciata sugli appelli presentati nell’ambito del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato pendente davanti alla Corte d’Appello. La Cassazione si era riunita per decidere sulla ricusazione del Promotore di Giustizia vaticano, Alessandro Diddi. Invece, il Promotore di Giustizia aveva fatto pervenire nella Cancelleria della Corte di Cassazione copia della dichiarazione di astensione nell’ambito del procedimento: ha aspettato l’ultimo giorno per fare un passo indietro dal processo, avendo nel frattempo ritardato di ulteriori tre mesi l’iter giudiziario. Quindi, la ricusazione è superata, aveva dichiarato la Cassazione. «Diddi si astiene per non farsi cacciare», aveva concluso Felice Manti su Il Giornale.

Inoltre, la Cassazione aveva dichiarato inammissibile il ricorso in appello dello stesso Promotore di Giustizia contro la sentenza di condanna del Cardinal Becciu e degli altri imputati, e ha dichiarato “la definitività della sentenza pronunciata” dal Tribunale il 16 dicembre 2023, “nella parte in cui non ha riconosciuto la penale responsabilità degli imputati, persone fisiche e persone giuridiche”. Invece, resta in piedi l’appello delle difese.

L’accusa continuerà ora ad essere rappresentata in Aula dal Promotore di Giustizia aggiunto, Prof. Avv. Roberto Zannotti, avvocato penalista e cassazionista, docente di Diritto penale alla Scuola di specializzazione per le professioni legali alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma-L.U.M.S.A. (Libera Università Maria Santissima Assunta). Ricopre incarichi di insegnamento anche presso l’Accademia della Guardia di Finanza in Roma e presso la Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, dove è docente di Diritto penale dell’economia I e II al “Corso Superiore”.

Di seguito riportiamo una riflessione di Fari Pad, pubblicato alla vigilia della ripresa del “processo Becciu”.

La verità non accetta scorciatoie

Il muro delle sentenze inglesi. Unitamente al contenuto delle chat (qualora confermate vere), che affondano definitivamente la sentenza di primo grado.

Domani, 3 febbraio 2026, il processo d’appello in Vaticano arriva al momento della verità. Ma la strada verso una “soluzione di comodo” per salvare l’immagine dei vertici della Segreteria di Stato appare oggi sbarrata da ostacoli giuridici insormontabili.

Il peso del diritto internazionale

La narrazione dell’accusa si scontra con i fatti già accertati dai tribunali britannici, che rappresentano un macigno sulla credibilità dell’intero impianto:

  • Sentenza Baumgarner (caso Torzi): la Corte inglese ha già smontato l’ipotesi del complotto criminale, evidenziando gravi “omissioni” nelle ricostruzioni del Promotore di Giustizia vaticano.
  • Sentenza High Court (caso Mincione): i giudici di Londra hanno stabilito la piena legittimità dei contratti. Se quegli atti erano validi per la legge inglese, l’accusa di “peculato” in Vaticano perde ogni fondamento logico e giuridico.

L’ipotesi di una “soluzione di facciata”

Presumibilmente, si potrebbe tentare di percorrere una via mediana per evitare il collasso istituzionale. Si ipotizza la caduta del peculato – mossa che servirebbe a tutelare la posizione di Parolin e Peña Parra (Segretario di Stato e Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato), i quali hanno firmato e avallato quegli atti – mantenendo però sanzioni minori per “irregolarità amministrative”.

Ma i dati documentali oggi sono inoppugnabili:

  • I Rescripta di Francesco: i poteri speciali che hanno segnato il perimetro delle indagini.
  • Le chat Peña Parra, Perlasca-De Santis: messaggi che, se validati, dimostrano un inquinamento probatorio tale da rendere nulla l’intera impalcatura del primo grado.
  • Le firme dei Superiori: se le firme di Parolin e Peña Parra sono valide, Becciu è innocente. Se non lo sono, la responsabilità risale inevitabilmente ai vertici.

Il dovere della Corte oltre le soluzioni di convenienza

In questo scenario, la Corte d’Appello è chiamata a un atto di rigore intellettuale e giuridico non più rimandabile. Non è più tempo per equilibrismi diplomatici: i giudici hanno il dovere imperativo di confrontarsi con il peso oggettivo delle sentenze londinesi e con rivelazioni che minano alla base la credibilità dei testimoni chiave. Questi elementi non lasciano alcuno spazio a interpretazioni di comodo o a sentenze scritte per salvare l’onore del Palazzo a scapito del diritto.

L’unica via per restituire credibilità al sistema vaticano è il riconoscimento di un’assoluzione indefettibile per il Cardinal Becciu. La verità non si negozia. La giustizia non accetta sconti.

Fari Pad
2 febbraio 2026

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