Crescere liberi da quei pregiudizi che spesso deformano la realtà

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 28.01.2026 – Don Mario Proietti, CPPS] – Propongo alcune “istruzioni d’uso” per la lettura, con l’obiettivo di aiutarci a crescere liberi da quei pregiudizi che spesso deformano la realtà. Quando permettiamo ai preconcetti di diventare l’unica lente disponibile, perdiamo lucidità e ci allontaniamo dai fatti.

Facciamo il punto con distacco. In questi giorni si è attivato un copione che in Italia conosciamo a memoria. Un vescovo parla in pubblico, un cardinale richiama un principio istituzionale, la CEI interviene su un tema civile, scatta immediatamente una traduzione simultanea. Ci si divide tra chi pensa “sta con noi” e chi “sta contro di noi”. Il ragionamento sfuma nel tifo, il sospetto diventa condanna, tutto con la rapidità con cui si litiga per un rigore.

In questo meccanismo emerge un dato chiaro: spesso non si cerca di capire un testo, si cerca di arruolare una persona. Il problema risiede nell’appartenenza più che nella comprensione delle parole. L’appartenenza regala una sicurezza immediata e un nemico pronto all’uso. La libertà del giudizio richiede invece fatica, memoria e disciplina.

La memoria sembra scarseggiare, e non è una colpa solo dei lettori. Ricordo bene quando le esternazioni del Cardinale Ruini venivano liquidate come “ruinate” da ambienti radicali e da una certa cultura di sinistra. Anche allora molte critiche, anche ecclesiali, finivano per essere intrise di ideologia. Oggi lo schema è identico: cambiano i bersagli e i colori, il vizio resta lo stesso. Ogni parola pubblica viene trattata come una bandiera da sventolare o da bruciare.

Dobbiamo chiederci cosa guadagni la Chiesa entrando nel gioco delle fazioni. Ottiene consenso, certamente, perde però credibilità e libertà. Quella libertà è necessaria per annunciare il Vangelo quando costa fatica, per contraddire la propria “parte” quando questa si allontana dall’insegnamento cattolico, per evitare di pagare pegni a chiunque.

L’inseguimento del consenso presenta sempre un conto: la perdita di autorevolezza, l’inefficacia, l’indebolimento dell’evangelizzazione. È un danno pastorale enorme. La gente smette di ascoltare la Chiesa come voce del Vangelo e inizia a leggerla come un attore politico tra gli altri. Ogni parola viene pesata come propaganda, anche quando nasce dalle migliori intenzioni.

Per questo serve una piccola disciplina della lettura quando si affrontano pronunciamenti istituzionali. Conviene leggere le parole, non le simpatie, e affrontare un testo nella sua interezza, non per frammenti. Conviene distinguere i fatti dalle proiezioni: ciò che è scritto non coincide con ciò che immaginiamo di leggervi. Conviene riconoscere che alcuni richiami, come quelli alla Costituzione o all’autonomia dei poteri, possono essere condivisi da sensibilità diverse e declinati in forme differenti. Conviene anche accettare che una frase possa risultare infelice o ambigua senza essere, per forza, un messaggio in codice per impartire indicazioni di voto. La coscienza Cristiana opera alla luce del sole.

In queste ore circolano voci su chiarimenti attribuiti alla CEI. Serve precisione: le precisazioni non arrivano sempre come note ufficiali nel formato classico, possono passare anche attraverso canali informativi che ribadiscono l’assenza di indicazioni di voto. Al di là dei tecnicismi, il punto resta semplice: un pronunciamento istituzionale non deve trasformarsi in un manifesto di parte.

L’obiettivo non è difendere un singolo prelato. L’obiettivo è proteggere la libertà della Chiesa. La fine dello Stato Pontificio ci ha consegnato una libertà limpida: quella di proporre l’antropologia Cristiana senza legami con interessi di governo. Questa libertà fiorisce quando la Chiesa resta fedele a se stessa, si consuma quando viene percepita come un attore nella contesa politica.

Appartenere a Cristo impedisce di appartenere a chiunque altro. La dottrina sociale riflette il Vangelo e la legge naturale, non le ideologie dei partiti. Una proposta politica può coincidere con un frammento di verità evangelica, eppure contenere elementi incompatibili con la dignità della persona. La Chiesa deve poter dire “sì” al bene e “no” al male senza badge di partito, senza contratti di appartenenza, senza il timore di perdere gli applausi.

La maturità dei Cattolici si gioca qui: non nel gridare più forte, ma nel saper distinguere e giudicare con libertà. È una forma di ascesi e di carità verso la Chiesa, necessaria affinché la comunione non si riduca mai a una curva da stadio.