Card. Zuppi: la presenza dei cattolici è viva
“In effetti, se l’Anno giubilare si è concluso, non si è certo esaurito il desiderio di una speranza affidabile. Il mondo lo manifesta in tanti modi ed è nostro dovere aiutare a trovare la risposta. Quante tenebre chiedono credenti capaci di essere luce! Quante notti di tristezza e angoscia attendono sentinelle che sappiano indicare l’aurora!”: prendendo spunto dalla bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ieri il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori della sessione invernale del consiglio episcopale permanente.
Nella prolusione il presidente dei vescovi italiani ha ricordato il viaggio di papa Leone XIV, dove ha riproposto la centralità di Gesù con domande decisive per la vita di ciascuno: “Ce ne rendiamo sempre più conto guardando all’attualità e lasciandoci interrogare da essa senza paura. Il punto focale non è la rincorsa compulsiva a ciò che avviene, ma la fatica e insieme la bellezza spirituale di scoprire nella realtà i segni dei tempi, senza i quali il Vangelo non entra nella storia e i cristiani finiscono per mettere la luce sotto il moggio. Ecco perché le domande segnalate da papa Leone sono determinanti per una testimonianza credibile nell’oggi”.
E’ stata un’analisi chiara in quanto la forza non migliora il mondo, come diceva Giorgio La Pira: “Il mondo è, infatti, segnato da un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità. Questo è vero non solo per gli osservatori più attenti o per le persone direttamente coinvolte, ma per tutti, perché costituisce un clima percepito anche da chi è distratto o inconsapevole.
E’ il clima di quella che Giorgio La Pira, anni fa e profeticamente, chiamava ‘l’età della forza’. Questa non fornisce sicurezze, certezze e ordine, come si potrebbe credere, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme”.
Per questo ha chiesto una maggior cura delle ferite del prossimo, riferendosi al violento episodio accaduto a La Spezia: “Questo dramma ci interpella come comunità civile ed educativa. Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie. L’educazione, in famiglia, a scuola e nelle comunità, è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare. Solo investendo nella relazione, nell’esempio e nella formazione delle coscienze possiamo costruire un futuro più umano e più giusto. Chiediamo al Signore di trasformare questo dolore in un impegno rinnovato per la vita, la convivenza e la speranza”.
Però davanti ad un aumento della violenza ed ad un smarrimento di responsabilità il card. Zuppi ha sottolineato che c’è un popolo che crede: “Nella nostra realtà spaesata esiste un popolo che, pur condividendo le difficoltà di tutti, ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione. C’è un’Italia che cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza…
C’è un’Italia cristiana che vive con gioia e convinzione la sua vocazione. Ne abbiamo avuto la prova concreta, a livello di Chiese locali, nella celebrazione recente della chiusura del Giubileo nelle cattedrali o nelle chiese a ciò deputate. Il fervore, la partecipazione, il numero dei fedeli ha sorpreso la maggior parte di noi. In un certo senso ci ha rafforzato nella speranza, che poi era il tema del Giubileo”.
E’ stato un invito ad essere comunità: “Un’inaspettata sincronia e una grande comunione! Questo fa bene, fa molto bene, in un mondo diviso e conflittuale: la Chiesa è unita, pur essendo in molti popoli, segno di “unità del genere umano”. E’ un grande segno, che parla al mondo che sperimenta così tanto la divisione e pensa impossibile vivere insieme. La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in pace. E’ un dono che ci fa il Signore Gesù, che è la nostra pace! Non lasciamoci dividere dal clima di questo mondo e non portiamo nella Chiesa categorie mondane che non le appartengono, anzi la offendono e la indeboliscono! Il popolo di Dio ha sete di unità, perché ha sete di fede, di autentica esperienza dello Spirito e della Chiesa”.
E la bussola per la Chiesa è il cammino sinodale: “Durante l’Assemblea di novembre il card. Repole ha indicato alcuni punti che ritengo siano da tenere in debito conto per la fase che stiamo per vivere. Tra questi uno riguarda la consapevolezza di un certo scollamento tra la fede e la vita… Non siamo soli e nessuno è solo (ma anche nessuno si isoli!): il Cammino sinodale ha coinvolto centinaia di migliaia persone, molte delle quali hanno seguito il percorso dalla prima ora, impegnando tempo ed energie e acquisendo competenze preziose nelle dinamiche sinodali”.
Terminando l’intervento il card. Zuppi ha invitato gli italiani alla responsabilità: “Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”.
Responsabilità che richiama l’impegno alla vita democratica: “Autonomia ed indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese”.
E’ stato un invito esplicito al voto: “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. L’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.
Altro punto ha riguardato il fine vita: “La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate. Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano invece di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo.
Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Sentiamo altresì forte il dovere di ricordare a tutti che scegliere una morte anticipata, anche perché si pensa di non avere alternative, non è un atto individuale, ma incide profondamente sul tessuto di relazioni che costituisce la comunità, minando la coesione e la solidarietà su cui si fonda la convivenza civile”.
La vita si supporta attraverso una rete: “E’ proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. La presenza o l’assenza di questa presa in carico può essere lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte. In tale prospettiva, le cure palliative (che devono essere garantite a tutti, senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito) rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili. Logiche di morte che possono essere sovvertite anche con un impegno forte delle comunità cristiane, chiamate a farsi prossime a quanti si stanno accostando all’ultima fase della vita con responsabilità, carità e stile evangelico”.





























