Continua la repressione in Iran
Dopo un blackout digitale di 84 ore si stima che siano stati circa 2.000 i manifestanti uccisi per aver gridato della libertà in Iran; quindi la ribellione non si ferma nonostante la macchina della repressione alza il tiro. Rubina Aminian, 23 anni, studentessa di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa la sera di giovedì 8 gennaio dopo che il regime ha imposto il blackout digitale.
Era partita come una protesta, si è trasformata in una ribellione ed ora è diventata ancora una volta una guerra dei Pasdaran (I Guardiani della rivoluzione) contro il popolo. E, nonostante le informazioni arrivino a singhiozzo, i video delle organizzazioni umanitarie mostrano file cadaveri negli ospedali, per le strade, negli obitori con parenti disperati che si aggirano piangendo fra le salme mentre i medici lanciano appelli perché non sono in grado di curare tutti.
Il procuratore generale dell’Iran, Mohammad Kazem Movahedi Aza, ha accusato i manifestanti di moharebeh (disobbedienza contro Dio). I media di Stato hanno inoltre riferito di arresti di massa di persone etichettate come ‘rivoltosi’. Tutti aspettano con rabbia, ansia, speranza, esasperazione e disperazione di poter vedere la Guida Suprema detronizzata perché non è più riconosciuto dal popolo né può contare su alcuna legittimazione divina.
Quindi dallo scorso 28 dicembre le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Per questo Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che alcune forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico.
Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone tra manifestanti e semplici spettatori, compresi minorenni, sono state uccise in 13 città di otto province iraniane, come ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord: “In Iran chi osa esprimere la propria rabbia per decenni di repressione e pretendere un cambiamento profondo viene ancora una volta colpito a morte dalle forze di sicurezza. Questo ci ricorda la rivolta Donna Vita Libertà del 2022. Il massimo organismo iraniano in materia di sicurezza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, deve ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale della forza e delle armi da fuoco”.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato con 26 manifestanti, testimoni oculari, persone che difendono i diritti umani, giornalisti e un professionista sanitario, hanno esaminato dichiarazioni ufficiali e hanno analizzato decine di video pubblicati in rete o ricevuti. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato le immagini di manifestanti feriti o uccisi.
Il 3 gennaio 2026, giorno in cui le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 11 persone, la guida suprema Ali Khamenei ha dichiarato che ‘i rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto’. Sempre quel giorno, la direzione dei Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan ha dichiarato che il periodo di ‘tolleranza’ era terminato, impegnandosi a colpire ‘rivoltosi, organizzatori e leader dei movimenti contro la sicurezza senza pietà’. Due giorni dopo il capo del potere giudiziario ha a sua volta ordinato alle procure di agire ‘senza pietà’ contro i dimostranti e di celebrare velocemente i processi nei loro confronti.
Questa è la testimonianza di un manifestante di Malekshani, sempre nella provincia di Ilam, su quanto accaduto in occasione del corteo che lo scorso 3 gennaio si era diretto pacificamente da piazza Shohada verso la sede dei Guardiani della rivoluzione: “Loro hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte altre sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi”.
Sempre il 3 gennaio nel quartiere di Jafarabad, situato nella città di Kermanshah, capoluogo della provincia omonima, sono stati uccisi Reza Ghanbary e i fratelli Rasoul e Reza Kadivarian. Secondo il racconto di un difensore dei diritti umani, agenti in borghese arrivati sul posto a bordo di tre veicoli di colore bianco hanno aperto il fuoco con pallini di metallo contro un gruppo di manifestanti che stava bloccando una strada.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato i gravi danni causati dal massiccio uso dei pallini di metallo esplosi dalle pistole in dotazione alle forze di sicurezza, comprese ferite alla testa e agli occhi, così come i ferimenti provocati dall’uso di altre armi da fuoco e dai pestaggi.
Le due organizzazioni hanno notato che la presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire. Secondo un difensore dei diritti umani, un manifestante di nome Mohsen Armak è morto ad Hafshejan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari: il 3 gennaio 2026 era stato colpito da un pallino di metallo ma invece di essere portato in ospedale era stato nascosto in una fattoria.
Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario.
Le forze di sicurezza hanno proceduto ad arresti arbitrari di centinaia di manifestanti, anche di soli 14 anni, durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture.
Per le due organizzazioni non governative le autorità iraniane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.
(Foto: Cesi Italia)



























