Papa Leone XIV: la pace è il ‘fine del nostro bene’

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“L’anno che si è appena concluso è stato ricco di avvenimenti, a partire da quelli che hanno interessato direttamente la vita della Chiesa, che ha vissuto un intenso Giubileo e ha visto ritornare alla Casa del Padre il mio venerato predecessore, papa Francesco. Il mondo intero si è raccolto intorno al suo feretro nel giorno delle esequie, avvertendo il venir meno di un padre, che ha guidato il Popolo di Dio con profonda carità pastorale”: papa Leone XIV, ricevendo in udienza il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha iniziato il discorso nel ricordo di papa Francesco, che aveva spesso sottolineato che il mondo sta subendo una terza guerra mondiale ‘a pezzi’.

Da qui ha ricordato il ‘potente’ messaggio del Giubileo, appena concluso: “Nel corso dell’Anno Santo, milioni di pellegrini si sono riversati a Roma per compiere il pellegrinaggio giubilare. Ciascuno è venuto carico del proprio vissuto, di domande e di gioie, come pure di dolori e ferite, per varcare le Porte Sante, simbolo di Cristo stesso, nostro medico celeste, il quale venendo nella carne, ha preso su di sé la nostra umanità per renderci parte della sua vita divina, come abbiamo contemplato nel mistero del Natale da poco celebrato. Confido che in questo passaggio, molte persone abbiano potuto approfondire o riscoprire il loro rapporto con il Signore Gesù, trovando conforto e rinnovata speranza per affrontare le sfide della vita”.

Inoltre ha ricordato il suo primo viaggio apostolico: “Nel corso dell’anno, raccogliendo l’invito che era stato fatto a papa Francesco, ho avuto la gioia di poter recarmi in Türkiye e Libano. Sono grato alle Autorità di entrambi i Paesi per la loro accoglienza. A İznik in Türkiye, ho avuto modo di commemorare, insieme con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, i 1700 anni del Concilio di Nicea, primo Concilio Ecumenico.

E’ stata un’importante occasione per rinnovare l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Libano, ho incontrato un popolo che, nonostante le difficoltà, è pieno di fede e di entusiasmo e ho percepito la speranza proveniente dai giovani, che aspirano a costruire una società più giusta e coesa, rafforzando l’intreccio di culture e di fedi religiose, che rende il Paese dei Cedri unico al mondo”.

Comunque il suo discorso al Corpo diplomatico ha preso spunto dal libro ‘De Civitate Dei’ di sant’Agostino: “Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo”.

E’ stato un invito a leggere la realtà con ‘occhi’ agostiniani, senza alcuna contrapposizione: “Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali.

Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero Romano. La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile”.

Nella visione agostiniana le due ‘anime’ cittadine possono coesistere, perché ognuno è ‘protagonista’ della storia: “Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria”.

Il cristiano vive nella storia della città terrena apportando la sua visione con alcune avvertenze contro i ‘pericoli’ di una visione distorta della realtà: “Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista”.

Ed ha ripreso il concetto di ‘multilateralismo’ diplomatico caro a papa Francesco: “Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. Ad una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”.

Quindi ha condannato l’uso della forza per la violazione dei confini: “E’ stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé ‘nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini’, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile”.

Richiamandosi al pensiero agostiniano ha ribadito la necessità della cooperazione internazionale: “E’ proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite, il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato. Esse sono state volute dalla determinazione di 51 nazioni come fulcro della cooperazione multilaterale per prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile”.

Quindi ha sottolineato l’importanza “del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. Il diritto umanitario, oltre a garantire, nelle piaghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso. Esso deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra, anche in un’ottica di ricostruzione”.

Il discorso papale è stata una condanna esplicita all’uso della forza militare contro i civili e l’importanza dell’ONU: “Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale. In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali”.

Ecco il motivo per cui la diplomazia ha bisogno di parole certe: “Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare”.

Da parole non certe nasce un’esclusione, definita dal papa ‘orwelliana’, che smarrisce la verità: “Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità.

Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”.

E può nascere una deriva che esclude i diritti: “Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”.

E’ un’invocazione all’obiezione di coscienza: “L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”.

Da questo assunto il papa ha chiesto che ci sia libertà religiosa: “I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto. Nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose. In occasione del 60° anniversario della promulgazione della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, uno dei frutti del Concilio Ecumenico Vaticano II conclusosi l’8 dicembre 1965, ho avuto modo di ribadire il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo, che purtroppo continua a seminare odio e morte, e l’importanza di coltivare il dialogo ebraico-cristiano, approfondendo le comuni radici bibliche”.

Quindi ha richiamato l’attenzione alla persecuzione contro i cristiani: “Non si può, tuttavia, tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380.000.000 di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un ‘privilegio’ o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”.

Per questo ha ricordato i Paesi in cui i cristiani sono maggiormente perseguitati: “In questa sede, desidero rivolgere un pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico.

Non va tuttavia trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia”.

Un’altra istituzione minacciata è la famiglia, fondamentale per la formazione civile: “Tale vocazione si manifesta in modo privilegiato e unico all’interno della famiglia. E’ in questo contesto che si apprende ad amare e si sviluppa la capacità di mettersi al servizio della vita, contribuendo così allo sviluppo della società e alla missione della Chiesa.

Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica”.

Famiglia che accoglie la vita: “La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio”.

Il discorso del papa è stato un appello a garantire la tutela della vita: “E’ alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita.

In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto ‘diritto all’aborto sicuro’ e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita”.

Lo stesso discorso è valido per la tutela della vita degli anziani e dei giovani: “Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. E’ compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia.

Analoga riflessione può essere riferita ai molti giovani costretti ad affrontare numerose difficoltà, tra le quali vi sono le tossicodipendenze. Occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga. Insieme a tale sforzo non dovranno mancare adeguate politiche di recupero dalle dipendenze e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro”.

Ricordando i troppi Paesi coinvolti nelle guerre il papa ha condannato l’industria delle armi: “In molti di questi scenari, notiamo, come rileva lo stesso Agostino, che al centro vi è sempre l’idea che la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza. D’altronde, la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari.

In particolare, penso all’importante seguito da dare al Trattato New START, in scadenza il prossimo mese di febbraio. Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale. Quest’ultima è uno strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana”.

Nonostante tutto la pace è possibile: “Essa, come ricorda Agostino, ‘è il fine del nostro bene’, poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena. Nel tempo del nostro pellegrinaggio su questa terra, essa esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono. Nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto”.

Per questo ha citato alcune operazioni di pace: “Ed a ben vedere, non mancano neanche nel nostro tempo segni di coraggiosa speranza, che devono essere costantemente sostenuti. Penso ad esempio agli Accordi di Dayton, che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed Erzegovina e che, nonostante le difficoltà e le tensioni, hanno aperto la possibilità ad un futuro più prospero e armonioso.

Penso pure alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti. Per analogia penso all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese. Sono tutti germogli di pace, che necessitano di essere coltivati”.

Mentre la chiusura del discorso ai diplomatici è stata riservata a san Francesco d’Assisi: “Il prossimo mese di ottobre, ricorrerà l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, un uomo di pace e di dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica. La sua vita è luminosa perché animata dal coraggio della verità e dalla consapevolezza che un mondo pacifico si edifica a partire da un cuore umile, proteso alla città celeste. Un cuore umile e costruttore di pace è quanto auguro a ciascuno di noi e ad ognuno degli abitanti dei nostri Paesi all’inizio di questo nuovo anno”.

(Foto: Sede)

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