Tuğçe Yılmaz, una sorella che grida dall’altra riva del mondo
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.01.2025 – Renato Farina] – Seduto sul bordo del lago Sevan, con le gambe che penzolano sull’acqua immobile come una lastra di ferro, leggo il racconto di Vik van Brantegem su Korazym.org, e mi sembra di ascoltare una sorella che grida dall’altra riva del mondo. Conosco il suo nome: Tuğçe Yılmaz (foto di copertina), giornalista turca, giovane, ostinata, non violenta, e per questo pericolosa. Ha fatto una cosa semplice: ha dato voce ai giovani Armeni che vivono in Turchia, alle loro notti, alle loro paure, ai lutti che non finiscono mai, ai 110 anni di dolore continuo che non hanno trovato un tribunale né una croce su cui deporre le colpe. Ha ascoltato. Ha scritto. E per questo la processano.
La accusano di aver insultato la nazione turca, la Repubblica, gli organi dello Stato. È una formula liturgica del fanatismo: “Aver insultato”. Da noi, nel Caucaso, insultare significa mancare di rispetto; lì significa dire la verità. Quella ragazza è stata trascinata in tribunale come una ladra per aver pronunciato la parola proibita, la parola che rompe la diga dell’oblio: genocidio. Ma in Turchia, riconoscere un fatto storico è un crimine. E chi insiste è un nemico. Papa Leone XIV ha avuto momenti tremendi di commozione nel suo viaggio in Turchia e a Nicea. Ha trattenuto le lacrime vedendo scorrere davanti a lui le figure dei martiri. Avrebbe – se l’avesse saputo – coperto con la sua bianca veste, armatura che però non ripara dalla spada, il capo della ragazza perseguitata proprio mentre il Vescovo di Roma stringeva la mano a Erdoğan, e pensava la frase dolente del suo Sant’Agostino: «Dio che non fai il male ma permetti il male, perché non avvenga il male peggiore… ascolta, ascolta, ascolta me!» (Soliloqui,1,2 e 4). Sì Dio ha permesso il genocidio, ma adesso basta così…
Nel lago Sevan l’acqua oggi non riflette nulla. È come una pagina strappata. Leggendo questa storia sento che anche il lago si rifiuta di specchiare un mondo che punisce la memoria come fosse contagio. È una storia vecchia: l’articolo 301, un coltello giuridico affilato per tagliare le lingue. Lo usarono contro Hrant Dink, che poi fu assassinato mentre camminava come un giusto nella sua città. Lo usarono contro Orhan Pamuk, contro gli scrittori troppo vivi. Ora lo usano contro di lei.
Nel Paese dove le chiese sono musei e le pietre parlano in armeno sottovoce, persino i ricordi sono considerati sovversivi. Mi domando: ma non vi vergognate? E la risposta arriva dal vento, gelido: no, non si vergognano più. La vergogna è un lusso dei vivi.
Quella giornalista ha detto: «Cerco di essere la voce di chi non viene ascoltato». È una cosa enorme e fragile. E allora penso a me, al mio nome, alla mia fede di latte. Noi Molokani non abbiamo icone, ma credo che se avessimo una santa protettrice dei nostri giorni, sarebbe lei: Tuğçe, la ragazza che rischia la prigione per aver aperto la finestra su un cimitero di anime.
Memoria tradita
Ma c’è qualcosa di peggio. E lo dico con una rabbia che mi brucia la bocca come neve avvelenata. Perché, mentre in Turchia processano chi ricorda, in Armenia chi governa ha deciso che ricordare è inutile, scomodo, da abbandonare in discarica. Leggo le parole del nostro Premier Pashinyan, il quale nelle conferenze internazionali suggerisce che il genocidio e il suo riconoscimento è diventato importante per gli Armeni solo negli anni Cinquanta, e per ragioni politiche. Politiche? Le fosse comuni sono politiche? I bambini che camminavano nel deserto fino a trasformarsi in scheletri sono una manovra diplomatica? Gli ossari sparsi a Deir-ez-Zor sono forse finzioni di un teatro ideologico?
Non è possibile. Non può essere il capo del mio popolo a parlare così. Eppure lo fa. E dietro di lui una squadra di ministri e deputati che minimizzano, ridimensionano, sfumano, sussurrano dubbi sui numeri delle vittime proprio come i negazionisti. Come se la verità fosse un tessuto elastico. Come se l’orrore si potesse negoziare come una tariffa doganale. Realpolitik? Dio permette il male per risparmiarne uno peggiore, è vero: ma Pashinyan non è Dio, non si può negare la verità, non fiorisce niente dal soffocamento della memoria, non c’è luce nell’occultamento del sangue innocente.
La conseguenza è chiara: la maggioranza del Parlamento di Yerevan ha respinto la legge che avrebbe reso reato la negazione del genocidio. L’ha respinta proprio mentre la Turchia processa chi lo riconosce. È come se due mani si fossero accordate per spegnere la candela dall’interno e dall’esterno. Gli uni la spengono con la legge, gli altri col silenzio. Ed eccoci qui: un popolo che ha trasformato la sofferenza in preghiera, ora deve guardare i propri rappresentanti disprezzare la preghiera quasi fosse propaganda. Sono pazzo io? Siamo folli noi Molokani?

Costituisce uno dei pannelli centrali del polittico dell’Altare di Isenheim. Con le portelle chiuse, si osserva la scena di Gesù Cristo, morto in croce, fra il discepolo che Gesù amava, identificato dalla tradizione con San Giovanni Evangelista, Maria Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni Battista. Una croce di legno ricavata da un albero rozzamente tagliato, mostra il suo braccio orizzontale che si flette per reggere il corpo imponente di un uomo martoriato in ogni brandello di carne; un uomo ucciso, ritratto dopo l’estremo spasimo della morte. Le mani inchiodate alla croce, paiono ancora contorcersi convulsamente, le braccia si stendono disarticolate ben al di sopra del capo reclinato sul petto, coperto da un’impressionante corona di spine; la bocca sfatta dal dolore pare ormai aver tratto l’ultimo respiro.
Tutto il corpo è livido per le infinite percosse subite, mentre le carni ferite paiono già assalite da una putredine cadaverica; le ginocchia si torcono assieme ai polpacci; i piedi si accavallano trafitti da un enorme chiodo che ha tratto dal corpo gli ultimi rivoli di sangue.
Matthias Grünewald dipinge in questi termini la “bestemmia” della morte dell’Uomo-Dio, e sulla scena di quest’orrendo macello si avverte l’angoscia soprannaturale insita nel mistero doloroso. Come un predicatore della Passione, Grünewald non risparmiò nulla pur di esprimere gli orrori della crudele agonia: il corpo moribondo di Cristo è deformato dalla tortura della croce; le spine dei flagelli penetrano nelle ferite suppuranti che ricoprono l’intera figura. Il sangue rosso scuro contrasta nettamente con il verde smorto della carne. Cristo crocifisso esprime il significato della sua sofferenza attraverso le fattezze ed il gesto commovente delle mani.
Il paesaggio, che si dispiega oltre il patibolo in un crepuscolo di morte, le tenebre che avvolsero la morte di Cristo secondo il Vangelo di Matteo, lascia scorgere le acque stagnanti di un fiume, come se anche la natura si fosse raggrumata e divenuta marcescente assieme al sangue ed alla carne dell’Uomo-Dio.
Verrebbe da dire che la raffigurazione del martirio tocchi in quest’opera di Grünewald la sua acme esistenziale (come se attraverso il pittore tedesco si aprisse la strada che porterà all’Urlo di Munch); ma non c’è un solo passaggio della tavola che non abbia anche un significato teologico, studiato a tavolino con il committente, l’Abate Guido Guersi, con un intento didattico che si rivolge ai malati che il monastero di Isenheim ospitava.
Quel Cristo spaventoso, morente sull’altare dell’ospizio d’Isenheim sembra fatto a immagine dei colpiti dal fuoco sacro che lo pregavano, e si consolavano al pensiero che il Dio che imploravano avesse provato i loro stessi tormenti, e che si fosse incarnato in una forma ripugnante quanto la loro, e si sentivano meno sventurati e meno spregevoli.
Seduto sul bordo del lago, sento un rumore sotto l’acqua. Le trote rifiutano di balzare felici e argentee, le mie principesse lacustri sprofondano. È l’anima armena che si contorce come le mani del Cristo di Grünewald (1480-1528). Le rocce che Osip Mandel’stam (1891-1938) chiamava pietre urlanti ora non riescono nemmeno a sussurrare. Nessuno le ascolta. L’unica voce arriva da una giornalista processata in un tribunale straniero, mentre la voce dei nostri governanti è un mormorio di accomodamento.
Mi vergogno, ma non posso smettere di credere. Il mio Te Deum appena pronunciato, lo riconsegno a voi e a me stesso, chiedendo a San Vartan di palesarci di nuovo il senso della nostra storia, secondo cui la persecuzione è grazia: Ti ringrazio, Dio, perché sei sceso ancora più in basso del tradimento. Sei sprofondato sotto Giuda, dove nessuno vuole scendere. Sei nel fango, nel letame, nelle parole che non vengono pronunciate. Sei nel pianto che non si vede. Sei nella ragazza turca che rischia il carcere per ricordare ai nostri leader ciò che dovrebbero gridare loro. Ma non è la morte l’ultima parola, bensì lo è la risurrezione, ma sbrigati però.
Verità perseguitata
C’è una scena che non riesco a togliermi dalla mente. La racconterò come me la immagino, seduto qui, col lago come testimone muto. È l’udienza della giornalista Yılmaz. Entra in tribunale, non come un’eroina, ma come una donna che cammina diritto. Davanti a lei ci sono giudici che temono le parole più dei coltelli. Avvocati che parlano in suo nome perché la legge, quando vuole, può essere un ponte, ma oggi è un coltello. E intorno giornalisti, difensori dei diritti umani, testimoni. Persino rappresentanti di Reporter Senza Frontiere. Tutti lì, come in una liturgia segreta in cui la verità è il corpo da custodire.
Lei dice: “Quello che viene giudicato è la mia professione”. È vero. Non processano lei, processano l’atto stesso di raccontare. E mentre parla, mentre dice che la denuncia è stata presentata da un nazionalista ossessionato dal genocidio che non vuole venga nominato, mentre spiega che il termine legale per la causa era scaduto da mesi, mentre ricorda che è stata fermata per strada e trattenuta come una criminale, io penso: è una delle nostre.
Non Armena per sangue, ma Armena per destino. Armena per persecuzione. Armena per fedeltà alla verità.
E mentre lei difende il diritto di ascoltare gli Armeni, il nostro governo dice che il genocidio è una questione del passato. Una “percezione”. Una nota a piè pagina. Capite? La Turchia punisce chi dice la verità. L’Armenia punisce la verità stessa con l’indifferenza. Fino a quando? Io prego per la resipiscenza di Pashinyan, in fondo anche Pietro ha rinnegato. Rientra in te, non senti il canto del gallo, Nikol? Anche tu sei stato giornalista prima di cavalcare una rivoluzione che scopro ingannatrice.
Io guardo il lago. L’acqua è nera. Ma sotto c’è la luce. Le acque del Sevan sono sempre più profonde del loro colore. E allora, nel buio di questa pagina, penso alla frase che ho osato pronunciare nel Te Deum ferito: Dio è più in basso del male. È sotto il genocidio non riconosciuto. Sta nelle segrete putride, schiacciate sotto il pavimento di marmo dei tribunali tirannici. È sotto la diplomazia che ci seppellisce per non disturbare i mercati. Dio è nella parola vietata. Gli vogliamo bene a questo Dio, noi Molokani, così umile e niente affatto trionfatore, somiglia a Tuğçe Yılmaz, voglio accarezzarne il volto, come fa il Nazareno.
E così, in questa pagina che nasce dal dolore ed è graffiata dalla collera, infilo tra i capelli di Tuğçe un fiore bianco. Affretta il regno della pace, o Signore. Non ho consigli, non ho soluzioni geopolitiche alternative, la pace che vi offriamo noi sopravvissuti non è un sorbetto di albicocche servito da ragazze in vesti seriche. In questo mondo la luce sopravvive negli occhi perseguitati. È la solita tremenda croce armena, Khachkar, la croce di pietra, e il mistero per cui essa è rappresentata già fiorita, porta con sé il brivido di Cristo che dagli inferi balza fuori risorto. Mettiamoci in ginocchio, tristi ma non disperati, furenti ma senza odio, ti amo, nemico mio, da morirne.
Il Molokano
Questa lettera del Molokano è stata pubblicata sul numero cartaceo di Tempi di gennaio 2026 e sull’edizione online.



























