Il Papa e il Venezuela. Quando il magistero chiude tutte le scorciatoie

Madonna di Coromoto
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.01.2026 – Don Mario Proietti, CPPS] – Un amico mi ha inviato un messaggio riportandomi quanto oggi Papa Leone XIV ha detto all’Angelus riguardo alla situazione che si è creata in Venezuela, chiedendomi una riflessione. Le parole del Papa sono queste: «Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».

Ora, lungi dal voler essere interprete delle intenzioni del Santo Padre, credo che la cosa più saggia sia fermarsi semplicemente su ciò che egli dice. Il Papa esordisce con un’espressione di coinvolgimento pastorale: «Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela». Sono le parole di un padre che guarda a un popolo ferito, non quelle di un osservatore esterno.

Nel passaggio successivo – «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione» – a mio avviso, compie un’operazione silenziosa e potente che toglie a chiunque l’alibi morale. Nessuna parte, interna o esterna, può giustificare le proprie mosse con buone intenzioni se il risultato concreto produce violenza, caos o ulteriore impoverimento. Il popolo smette di essere uno slogan e torna a essere una realtà da custodire. Affermando che il bene della popolazione deve prevalere, il Papa pone un limite netto a ogni narrazione di parte.

Subito dopo, introduce una seconda distinzione fondamentale, parlando della sovranità del Paese e dello stato di diritto inscritto nella Costituzione come di due condizioni inseparabili. La sovranità appartiene al diritto e non all’arbitrio. Non è proprietà di chi governa né di chi intende imporsi con la forza. Qui si delinea un argine che protegge sia dalle ingerenze esterne sia da un potere interno che utilizza lo Stato come scudo per violare i diritti dei cittadini. È una posizione che rinuncia consapevolmente alla logica delle fazioni per custodire un principio, ed è anche il motivo per cui questo linguaggio non può soddisfare la tifoseria politica.

L’invito a «superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace» si colloca lontano da ogni pacifismo generico. Indica l’unica via realistica che non produca macerie. Vengono escluse le soluzioni rapide e vendicative, privilegiando processi costituzionali e negoziati che, pur lenti e faticosi, permettono di costruire basi durature.

Un passaggio che rischia di essere trascurato, e che invece, a mio avviso, costituisce il vero cuore del giudizio, riguarda la «speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica». Qui lo sguardo si sposta su chi paga il prezzo dei conflitti, non su chi vince o perde il potere. Ogni scelta politica che aggrava la condizione dei poveri risulta già squalificata in partenza, indipendentemente dalle giustificazioni che la accompagnano.

Letto con attenzione, il Papa sta dicendo questo: non usate il popolo come scusa, non usate la sovranità come arma, non usate il diritto come foglia di fico, non usate la forza come soluzione, non dimenticate chi soffre davvero.

Non vengono offerte soluzioni preconfezionate. Viene fatto qualcosa di più serio. Tutte le scorciatoie vengono chiuse. Il Papa non indica un vincitore. Indica un criterio. E i criteri autentici non dividono in schieramenti. Interpellano tutti e restano nel tempo, proprio perché non si piegano alle urgenze del momento.

Altro non possiamo fare che unirci al suo invito: «Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles».

Foto di copertina: statua di Nostra Signora di Coromoto, dichiarata patrona del Venezuela da Papa Pio XII nel 1950, nel Santuario Nazionale di Nostra Signora di Coromoto a Guanare. L’immagine miracolosa originale, una pergamena in miniatura, è conservata nella base di legno della statua.

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