Rilevanza delle virtù teologali nell’ermeneutica del Magistero e della Magistratura: analisi comparativa sul piano sociologico, teologico, storico e giurisprudenziale

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Pertanto, mi sono posto un quesito conseguenziale sul rapporto fra giustizia/Diritto e fede/coscienza del giudice riferendomi anche alle migliaia di sentenze, ordinanze e decreti emessi in 18 anni da mio figlio in materia penale, civile, familiare, ecc. (cfr. fra le tante “ Il 2 maggio scorso il giudice  Riccardo Trombetta,  avendo il consulente tecnico nominato dalla Procura di Palermo riconosciuto un’incidenza del fumo nello sviluppo della malattia del 15-20 per cento, ha condannato la Regione ad un risarcimento di un milione e mezzo di euro, esclusi gli interessi, a favore del vedovo di Lucia, Salvatore, e dei sei figli. Sentenza esemplare sul piano giuridico, rilevante sul piano morale, sociologico ed antropologico, la prima in giurisprudenza, pubblicata dai media in Italia ed all’estero. cfr. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/17_luglio_02/uccisa-fumo-passivo-ufficio-regione-condannata-risarcimento-00d6740c-5f3d-11e7-8241-893ad62f90c4.shtml&ved=2ahUKEwjG5Li3tdWPAxXDgP0HHRt3J1AQFnoECBsQAQ&usg=AOvVaw2zUZN3md_lEuyXqdZjpfE0 ).

Ritengo, pertanto, utile  segnalare ( ringraziando il nostro collega dei corsi di Teologia Dott. Girolamo Oliveri per la condivisione) che, come afferma Mons. Alessandro Damiano,Vescovo di Agrigento   “È la giustizia l’ideale di Rosario Livatino (n.d.r.: lo conobbi giovanissimo in un convegno ad Agrigento, appena nominato magistrato), l’orizzonte del suo percorso di uomo e di magistrato, la sua unica ambizione. Livatino diceva che il diritto «è costruito per l’uomo, a misura d’uomo» che il giudice dovrebbe essere mosso dal «tramite dell’amore verso la persona giudicata», dismettendo «ogni vanità e soprattutto ogni superbia». E «giustizia e carità combaciano – dirà nella sua conferenza del 1986 dalle suore vocazioniste a Canicattì – non soltanto nelle sfere ma anche nell’impulso virtuale e perfino nelle idealità» perché entrambe provenienti da Dio. Per Livatino (nel giorno in cui ricordiamo la sua memoria liturgica 29 Ottobre 2025, proviamo a rileggere il suo cammino esistenziale fatto anche di notti oscure ma sempre trasparente di fronte alla luce del Vangelo e al giuramento fatto sulla Costituzione con l’ingresso in magistratura) conta che il magistrato nel giudicare conservi la chiara consapevolezza della sua umanità, della sua debolezza, della sua responsabilità. In lui il Battesimo è dono e compito, come ricorda Lumen Gentium, e ogni pensiero, ogni gesto sono forma dell’esercizio concreto del suo sacerdozio battesimale. Il Concilio ce lo ha insegnato. Per il cristiano ciò che conta non sono tanto le funzioni o i ministeri ma la dignità battesimale, quella che condividiamo tutti: vescovi, presbiteri, religiosi e religiose, laici e laiche……” (cfr. https://share.google/aExjcdnTEVVcU2Q1N ).

Ringrazio, altresì, il mio amico Teologo Rev.mo Padre Fra Paolino Saia per la condivisione di questo commento il 17/11/25 “Non basta andare in moschea, in chiesa, in sinagoga, dire due preghiere  e dichiararsi uomini giusti. Cercate Dio nelle strade, in mezzo ai poveri, in mezzo agli sfrattati, in mezzo ai senza cibo, in mezzo ai senza tetto, sono più che sicuro, che lo trovate lì.
In mezzo agli affamati, agli orfani, agli ultimi, perché alla fine della nostra vita, ci verrà chiesto non quanto siamo stati credenti. Ma quanto siamo stati credibili “ (B. Rosario Livatino, cfr. La carriera in magistratura e l’assassinio–  https://www.ilsole24ore.com/art/entrate-1-dicembre-sara-intitolata-rosario-livatino-sala-convegni-palermo-AHGshwpD?&cmpid=osnot#U44458324834GAn )

Quindi, dopo aver presentato alcuni dei  magistrati che ho seguito, ritengo utile riportare ai nostri fini esegetici comparativi, anche  lo  stralcio di questa stupenda, esclusiva pubblicazione:

“A proposito di giudici, di coscienza e di fede”  di  Vincenzo Vitale, anno 1955, magistrato fino al 2000, svolge attualmente la libera professione fra Catania ( mia città natale) e Roma. È Cultore ( Io lo sono stato in in materie giuridiche, economiche e finanziarie in 4 Facoltà dal 1983 al 2013) di filosofia del diritto presso l’Università di Catania. È stato docente presso l’Università di Catania, la Cattolica di Milano ( dove ho il domicilio) e la Cattolica di Piacenza. Giornalista pubblicista dal 1987, ha pubblicato oltre 3000 editoriali sulle principali testate nazionali anche online, in tema di amministrazione della giustizia, politica delle istituzioni e fenomeni culturali, cfr.

 https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.giustiziainsieme.it/en/contatti/429-vincenzo-vitale&ved=2ahUKEwiyjpvR8cOPAxWXwAIHHbftCIgQFnoECDAQAQ&usg=AOvVaw1gsvlYOg23IpS35JTx99Ei “ Molto mi ha interessato la lettura della bella intervista rilasciata da Gabriella Luccioli, apparsa su questa rivista alcuni giorni fa e dal titolo “Il mestiere del giudice e la religione” (https://www.giustiziainsieme.it/it/le-interviste-di-giustizia-insieme/1317-il-mestiere-del-giudice-e-la-religione ), dal momento che tocca aspetti particolarmente delicati e coinvolgenti anche dal punto di vista psicologico.

Senza dubbio, le risposte che ella fornisce alle intriganti domande poste da Roberto Conti, dimostrano la pluridecennale esperienza di una persona ( magistrato) impegnata probabilmente nel più arduo dei compiti, quello di ripartire le ragioni dai torti (“Sotto questo punto di vista basterà applicare la costante giurisprudenza della Suprema Corte e della CEDU. Non dovrebbe essere difficile. La categoria della “umana comprensione” (sul fondamento di  fede, speranza e carità?) non ha, in definitiva, alcuna legittimazione nello scriminare comportamenti costituenti reato, altrimenti si rischia l’introduzione di una scriminante non codificata contra legem.

Soprattutto l’utilizzo della predetta categoria implica necessariamente l’adozione di giudizi morali di parte, perché dove si ha comprensione per una parte processuale, necessariamente se ne ha poca o nulla per l’altra parte. Nella specie, sin da subito, la sentenza torinese ha adottato un linguaggio che è ben presto scivolato dall’ambito giuridico a quello morale (n.d.r.: riguardante le virtù teologali) prendendo apertamente le parti dell’imputato. Come giustamente affermato in “Il giusto processo e il giusto linguaggio, Iacopo Benevieri, su PQM Il Riformista, 24 settembre 2025”, «quando la motivazione abbandona l’analisi giuridica e imbocca la via del giudizio morale, introduce una torsione che funge da innesco.  Quando il linguaggio si colora di giudizi di valore ( di cui infra in tema di interpretazione teologica), si producono due effetti nocivi: alterare la percezione dei fatti e sottrarre le premesse alla confutazione razionale»…. cfr.  https://www.questionegiustizia.it/articolo/quando-si-giudica-la-vittima ).

 Tuttavia, la religione rappresenta – in modo tendenziale – l’insieme delle credenze, dei culti, dei riti e perfino delle impalcature storiche e culturali dei tre monoteismi ( come conferma anche il nostro citato sacerdote Don Salvatore Lazzara che come cappellano dei carabinieri e FF.AA. ha operato  per 24 anni, fino al 2023 in tutto il mondo, con interconnessioni pastorali anche con gli  esponenti delle altre Religioni) ha nel rapporto con la divinità, la fede indica invece in modo diretto l’apertura del se verso l’infinito di Dio, l’ascolto che alla chiamata di Dio l’uomo riesca a prestare. 

La ragione, insomma, costruisce; la fede alimenta e fonda. La ragione logicizza; la fede mostra i limiti della logica. La ragione conclude; la fede mostra una ulteriorità rispetto ad ogni conclusione. La ragione assolutizza; la fede relativizza. La ragione tende ad escludere; la fede ad includere. E il diritto come si dialettizza con la fede (virtù che approfondisco in prosieguo esponendo la dottrina di Sant’Agostino)?

Riflettiamo sul piano esegetico, pertanto, sul fatto che Il diritto pensa di esaurire il dicibile; la fede gli ricorda che il più rimane ancora da dire. Il diritto cerca la proporzione rigorosa; la fede gli ricorda che nessuna proporzione basta a se stessa. Il diritto afferma la simmetria; la fede (virtù teologale unitamente alla speranza ed alla carità) gli ricorda la fecondità della dissimmetria. Il diritto pensa di poter comprendere tutto; la fede gli ricorda che proprio quando sembra di aver tutto compreso, c’è ancora tutto da comprendere: la fede sa infatti – e lo ricorda al diritto – che ogni essere umano è un mistero, e che come tale va rispettato e custodito (“Sia chiaro, non si vuole sminuire l’importanza delle convinzioni personali del giudice nella soluzione delle controversie: si tratta di acquisizioni ormai pacifiche sin dalla fine del secolo scorso. Ma si tratta di convinzioni personali che riguardano casi implicanti giudizi di valore coinvolgenti la gran parte se non tutta la collettività, cfr. “J. Patrone, Le convinzioni personali del giudice e la soluzione delle controversie, in Questione Giustizia, n. 1/2004”, non convinzioni personali relative ad un singolo caso con incursioni nella moralità delle singole parti in causa: non è questo il suo compito. Quando ciò accade, come è stato accennato sopra, il passo tra una sentenza e un sermone è purtroppo breve, cfr. https://www.questionegiustizia.it/articolo/quando-si-giudica-la-vittima ).

Non prendo qui volutamente in esame le forme religiose non monoteistiche in quanto bisognerebbe dedicar loro – in forza della loro struttura logica e storica – un discorso a parte che qui non è possibile. Inoltre, nelle religioni politeistiche, non è possibile parlare di “fede” in senso proprio….cfr.  https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.giustiziainsieme.it/it/gli-attori-della-giustizia/1343-a-proposito-di-giudici-di-coscienza-e-di-fede&ved=2ahUKEwjC1qrX4sOPAxWGlP0HHdddKvgQFnoECEYQAQ&usg=AOvVaw3HPef-0US5nJXeTnM1Ubpj ).

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