8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione: nascita del Regno delle Due Sicilie nel 1816 e definizione del dogma nel 1854

Allegoria nascita del Regno delle Due Sicilie
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.12.2025 – Vik van Brantegem] – Lunedì 8 dicembre 2025, nella ricorrenza dell’Immacolata Concezione, ricordiamo la connessione di questa solennità più popolare e più antica in onore della Beata Vergine Maria, con la nascita del Regno delle Due Sicilie, di cui era la Patrona.

La Beata Vergine Maria, che veramente piena di grazia e benedetta tra le donne, in vista della nascita e della morte salvifica del Figlio di Dio, fu sin dal primo momento della sua concezione, per singolare privilegio di Dio, preservata immune da ogni macchia della colpa originale, come solennemente definito come dogma di fede da Papa Pio IX l’8 dicembre 1854 con la Bolla Ineffabilis Deus, sulla base di una dottrina di antica tradizione.

La ricorrenza dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, una delle più importanti feste mariane della Chiesa Cattolica Romana, che viene celebrata nove mesi prima della Natività della Beata Vergine Maria, che si celebra l’8 settembre, fu solennizzata per la prima volta come giorno di precetto da Papa Clemente XI il 6 dicembre 1708 con la Bolla Commissi nobis divinitus.

Successivamente all’8 dicembre 1854, tanto più significativo quanto lo si connette alla formulazione del dogma, l’11 febbraio 1858 si avrà a Lourdes la prima apparizione della Vergine Maria a Santa Benedette Soubirous. Ma delle diciotto apparizioni in totale, una delle più importanti fu la sedicesima, che avverrà il 25 marzo 1858. “La bella signora” rispose alla domanda della piccola contadina, che le aveva chiesto chi fosse. Bernadette raccontò: «Lei, allora, alzò gli occhi al cielo, unendo, in segno di preghiera, le Sue mani che erano tese e aperte verso la Terra, e mi disse: “Que soy era Immaculada Councepciou” (Io sono l’Immacolata Concezione)». La Madonna parlò con Bernadette nel dialetto guascone di quel territorio, l’unica lingua che la piccola contadina parla. Bisogna tener presente che Bernadette, analfabeta, non sapeva neanche cosa volessero dire quelle parole, certamente incomprensibili a una bambina che non aveva neanche frequentato il catechismo e che, anche se così fosse stato, era nell’impossibilità di entrare in un mistero di “alta teologia” così profondo, come quello della concezione immacolata della Vergine Maria. Eppure, furono proprio quelle parole a colpirla così tanto che rimasero impresse nella su memoria durante il camino per andare riferire al suo parroco, Don Peyramale che sorpreso da tale espressione, tanto che fu proprio questa a dissipare ogni dubbio sulla veridicità della testimonianza di Bernadette, perché quattro anni prima Papa Pio IX aveva promulgato il dogma dell’Immacolata Concezione. Rendere autentiche le parole della piccola contadina, in questa maniera fu la Beata Vergine Maria stessa, a confermare il dogma.

Dopo aver avuto il 27 settembre 1130 l’investitura, nella notte di Natale del 1130, con una fastosa cerimonia il Re Ruggero II d’Altavilla fu incoronata Re di Sicilia nella Cattedrale di Palermo. Tutto il Sud fu unificato come nazione indipendente con capitale Palermo (Prima Sedes, Corona Regis et Regni Caput, riferimento ai tre antichi privilegi della Città, ossia quello di essere stata la prima sede dei Re di Sicilia, quello di fungere da luogo deputato alla loro incoronazione e, infine, il suo rango di capitale). Ruggero realizzò così un progetto per restaurare un antico Regno di Sicilia (nell’età antica Agatocle si autoproclamò Basileus di Sicilia a Siracusa). Quel 25 dicembre fu una data simbolica: Ruggero II si presentò come il redentore di tutte le popolazioni del Sud della penisola dagli Arabi, dai Bizantini e dai Longobardi e nello stesso tempo annunciava al mondo la nascita di un regno Cristiano. Questa unità durò più di 700 anni, fino al 21 febbraio 1861, quando a causa dell’invasione piemontese, le popolazioni duosiciliane perdettero la propria identità nazionale, con la forzata unione con gli altri popoli della penisola.

Il governo normanno durò fino al 1194. Poi vi fu quello degli Svevi, il cui più illustre rappresentante fu Federico II, il Stupor Mundi. Federico discendeva, dal lato paterno, dalla nobile famiglia degli Hohenstaufen della Svevia (nell’attuale Germania) e, dal lato materno, dalla nobile famiglia siculo-normanna degli Altavilla, conquistatori di Sicilia e fondatori del Regno di Sicilia. Nacque il 26 dicembre 1194 da Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e da Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II, a Jesi, nella Marca anconitana, mentre l’imperatrice stava raggiungendo a Palermo il marito, incoronato appena il giorno prima, giorno di Natale, re di Sicilia.

Giovanni Antonio Summonte, storico vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, all’interno del secondo volume della sua Historia della città e Regno di Napoli (i cui primi due volumi furono pubblicati negli anni 1601-1602 e gli altri due postumi), inserisce un trattato dal titolo Dell’Isola di Sicilia, e de’ suoi Re; e perché il Regno di Napoli fu detto Sicilia. In questo scritto l’origine della distinzione tra due Sicilie separate dal Faro di Messina viene individuata nella bolla pontificia con cui Papa Clemente IV investì Carlo I d’Angiò del Regno di Napoli nel 1265. Con l’avvento degli Angioini, la capitale del Regno di Sicilia fu portata a Napoli.

La stessa tesi di Summonte è sostenuta da Pietro Giannone nella sua Istoria civile del Regno di Napoli del 1723, in cui si citano vari stralci della bolla pontificia, con la quale Papa Clemente IV concesse l’investitura a Carlo I d’Angiò «pro Regno Siciliae, ac Tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confiniam Terrarum, excepta Civitate Beneventana». In un altro passo la bolla proclamava: «Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum». Secondo Giannone è dunque questa l’origine del titolo Rex utriusque Siciliae, che tuttavia Carlo I d’Angiò non usò mai nei suoi atti ufficiali, preferendo gli antichi titoli dei sovrani normanni e svevi.

A seguito dei “vespri siciliani” del 1282 la Sicilia fu occupata dagli Aragonesi e divenne Regno di Trinacria.

Nel 1443 gli Angioini dovettero cedere agli Aragonesi anche la parte continentale del Regno e le Due Sicilie furono riunite con Alfonso V d’Aragona il Magnanimo nel Regnum utriusque Siciliae.

Nel 1503 il Regno fu incorporato dalla Spagna, come Vicereame autonomo; così come avvenne nel breve periodo austriaco, che va dal 1707 al 1734, anno in cui la Nazione diventò nuovamente indipendente con i Borbone, con Carlo, Re di Napoli e Re di Sicilie.

Un anno dopo il Congresso di Vienna e a seguito del trattato di Casalanza, il Sovrano Ferdinando di Borbone, che prima d’allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV e quella siciliana (di là del Faro) come Ferdinando III, riunì in un’unica entità statuale i due reami, attraverso la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell’8 dicembre 1816, assunse il titolo di Ferdinando I delle Due Sicilie e proclamò Napoli capitale del Regno, a quasi quattrocento anni dalla prima proclamazione del Regno utriusque Siciliae da parte di Alfonso V d’Aragona. La data di nascita del Regno delle Due Sicilie l’8 dicembre 1816 era una data non casuale, scelta in occasione della solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, il culto mariano a cui la dinastia borbonica era molto legata, ancor prima che il suo dogma venisse approvato l’8 dicembre 1854 da Papa Pio IX.

Dal 1816 fino al 1861, anno dell’unificazione dell’Italia, il culto dell’Immacolata Concezione, Patrona del Regno delle Due Sicilie, fu celebrato come festa nazionale nel giorno dell’8 dicembre. In questa giornata, ogni anno, si svolgevano lunghe processioni verso le vie della capitale e veniva compiuto il doveroso omaggio alla Madonna Immacolata a Piazza del Gesù, ai piedi dell’obelisco a lei dedicato, fatto erigere da Carlo di Borbone nel Settecento.

Fondamentali per la vera ricostruzione storica dell’unità d’Italia sono il periodo di regno di Ferdinando II, e quello brevissimo di Francesco II. Sui Borbone sono stati raccontati moltissimi aneddoti, per lo più tendenti solo a denigrarli allo scopo di ingannare l’opinione pubblica e di giustificare l’aggressione piemontese al Regno delle Due Sicilie. Indubbiamente la nazione duosiciliana, contrariamente a quello che ancora oggi si continua a leggere nei libri di storia, ebbe con i Borbone il suo periodo più splendido e più espressivo. Eppure la storia è stata mistificata a tal punto che ancora oggi “borbonico” è sinonimo d’inefficienza e di retrivo. Molti scrittori, inoltre, hanno raffigurato la situazione dei territori duosiciliani dopo che vi era stata la devastazione piemontese, attribuendo all’amministrazione borbonica le pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due Sicilie a causa dell’aggressione savoiarda. Il fatto più spregevole è che tali menzogne, pervicacemente avallate da uno Stato che si definisce “italiano”, cioè di tutti i popoli della penisola, sono insegnate come storia ufficiale ai scolari, i quali si formano in un culto che è stato creato proprio contro i Duosiciliani.

Ma la storia è soprattutto narrazione di avvenimenti, che nella loro materiale concretezza non possono essere più di tanto mistificati o nascosti.

Il 3 febbraio di quest’anno è stato pubblicato il libro Storia del Regno delle Due Sicilie (‎420 pagine) di Giuseppe Allegro, un viaggio affascinante attraverso i secoli, alla scoperta di uno dei capitoli più controversi e spesso trascurati della storia italiana. Questo libro esplora in profondità la nascita, lo sviluppo e la caduta del Regno delle Due Sicilie, un territorio ricco di cultura, innovazione e potere, che ha lasciato un segno indelebile nella storia del Mezzogiorno.

Attraverso una narrazione appassionante e basata su fonti storiche dettagliate, il lettore viene guidato tra le vicende che hanno caratterizzato il Regno: dalle origini normanne con Ruggero II, al governo illuminato di Federico II di Svevia, fino alla dominazione borbonica e alla controversa annessione al Regno d’Italia nel 1861.

Un’analisi lucida e imparziale mette in luce i trionfi, le contraddizioni e le difficoltà di un regno che fu tra i più avanzati d’Europa, ma che fu anche travolto dagli eventi dell’Unità d’Italia.

L’autore ricostruisce con rigore storico e attenzione critica le dinamiche politiche, economiche e sociali che hanno segnato il destino del Mezzogiorno, interrogandosi sulle cause della cosiddetta “questione meridionale”, un problema ancora oggi irrisolto. Non si limita a raccontare la storia, ma invita il lettore a riflettere su come il passato abbia influenzato il presente e possa fornire le chiavi per comprendere il futuro.

Questo libro approfondisce la vera storia del Regno delle Due Sicilie senza filtri o retorica ideologica; analizza le cause e le conseguenze dell’Unità d’Italia dal punto di vista duosiciliana; ricostruisce le vicende attraverso i protagonisti dell’epoca, dai sovrani ai rivoluzionari, dai nobili ai contadini. Chiarisce tante verità non scritte nei libri di storia, perché la storia la scrivono i vincitori.

Il Sud era ricco e all’avanguardia tecnologica. I Savoia avevano bisogno di soldi e risorse per frenare gli Austriaci e conquistarono il Sud per depredarlo e trattarlo come una colonia. Garibaldi – che non era un eroe – disse a Cavour: “Signor Conte, abbiamo riunito il Sud al Nord e creato l’Italia” e lui rispose: “No Garibaldi, abbiamo allargato i confini del Piemonte”. Questo potrebbe sintetizzare la fine del Regno delle Due Sicilie.

Il Regno delle Due Sicilie

Il territorio originale del Regno delle Due Sicilie comprendeva la Sicilia e l’Italia meridionale: le attuali regioni di Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia per intero, Campania (eccetto Benevento), il Lazio orientale (con riferimento alle zone di Leonessa, Amatrice, Cittaducale e al Cicolano), il Lazio meridionale (con riferimento all’arcipelago delle Isole Ponziane ed a tutta l’area che va da Sperlonga fino a Sora, eccetto Pontecorvo, e che comprende centri più importanti come Fondi, Itri, Formia, Gaeta, Aquino, Cassino, Atina) e l’arcipelago di Pelagosa.

Nel 1856 la massima estensione era di 111.557 km² con 9.117.050 abitanti, suddiviso in 22 province, 76 distretti e 684 circondari.

L’allegoria del Regno delle Due Sicilie
nella Reggia di Caserta

Nella Reggia Caserta, la Sala di Astrea dell’Appartamento Ottocentesco – un tempo adibita ad “Anticamera per i Gentiluomini di Carriera, Ambasciatori, Segretari di Stato e di altre persone privilegiate” in attesa di accedere alla successiva Sala del Trono – prende il nome dal dipinto sul soffitto del francese Jacques Berger, che raffigura la Dea della Giustizia, Astrea, fra la Verità e l’Innocenza, mentre la Prepotenza, l’Ignoranza, e l’Errore si danno alla fuga. Si suppone che il pittore, tra i preferiti dal Re di Napoli Gioacchino Murat, si sia ispirato alla Regina Consorte Carolina Bonaparte per connotare le fattezze di Astrea.

Sulle due pareti brevi della sale, decorate in scagliola a finto marmo persichino, nel 1822 furono collocati dei bassorilievi in stucco dorato: Minerva fra la Legislazione, la Ragione e l’innocenza modellati da Valerio Villareale e – sul camino – Astrea con Ercole e il Regno delle Due Sicilie di Valerio Villareale e Domenico Masucci.

Lo scultore tedesco Konrad Heinrich Schweickle, cattedratico di scultura nel Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, ebbe da Gioacchino Murat l’incarico di realizzare un gruppo scultoreo per la parete con il camino. Il soggetto stabilito da contratto firmato il 16 ottobre 1813 riguardava Astrea con Ercole e il Regno di Napoli, sovrastati da due Geni. Il contratto non fu rispettato e, dopo sette mesi, nel maggio 1814 lo scultore aveva eseguito solo i due Geni volanti. In seguito l’incarico fu affidato a Valerio Villareale e completato nel maggio 1822, dopo la Restaurazione borbonica, da Domenico Masucci, neoeletto professore onorario del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli.

Il bassorilievo Astrea con Ercole e il Regno delle Due Sicilie è un’allegoria neoclassica di forte fascino identitario.

Al centro, la dea della Giustizia Astrea, che stringe con la mano sinistra una bilancia e nella mano destra un archipendolo (un livello per simboleggiare la giustizia e l’equilibrio che governano il Regno delle Due Sicilie.

A sinistra, la figura mitologica di Ercole, considerato dai Farnese mitico protettore degli antenati della casa, fu adottato Carlo, Farnese per parte di madre, come simbolo della nuova dinastia dei Borbone di Napoli e la figura dell’eroe compare più volte nella Reggia di Caserta, con la più rappresentativa statua di fronte allo scalone d’onore. Abbigliato con la tradizionale pelle di leone, rappresentando la forza e il potere, tiene con una mano una clava farnesiana e con l’altra un giglio, che borbonico, rappresentano l’unione tra la parmigiana Elisabetta Farnese e il francese Filippo V di Borbone, Re di Spagna, da cui nacque Carlo, capostipite dei Borbone di Napoli.

A destra, la personificazione del Regno delle Due Sicilie che è protetta dalla dea della giustizia Astrea affiancata da Ercole, simboleggiando la giustizia divina e la forza che presidiano il nuovo Stato borbonico: una figura femminile, vestita con una lunga tunica e con il capo cinto da una corona turrita (poi adottata anche come rappresentazione dell’Italia), sormontata dal Corsiero del Sole, un cavallo rampante, simbolo della città di Napoli, e nella mano sinistra lo scudo della Trinacria, simbolo di Sicilia.

Dietro si scorge un cono di pigna, rappresentazione iconografica della ghiandola endocrina Pineale, quella che oggi chiamiamo Epifisi, un organo che riceve più sangue di qualsiasi altra ghiandola nel corpo, fondamentale per una maggior chiarezza mentale e una visione interiore (terzo occhio), ed è quindi segno di distinzione di un’élite spirituale.

In sintesi, l’allegoria celebra la ritrovata unità e la giustizia sotto il dominio borbonico, usando figure mitologiche e simboli territoriali per rappresentare la nuova entità statale delle Due Sicilie.

Foto di copertina: un’altra allegoria della nascita del Regno delle Due Sicilie, di cui non sono riuscito a trovare la fonte e la descrizione autentica.

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