Papa Leone XIV: la speranza apre alla vita
“Domani mi recherò in Türkiye e poi in Libano per compiere una visita alle care popolazioni di quei Paesi ricchi di storia e di spiritualità. Sarà anche l’occasione per ricordare i 1700 anni del primo Concilio ecumenico celebrato a Nicea e incontrare la comunità cattolica, i fratelli cristiani e di altre religioni. Vi chiedo di accompagnarmi con la vostra preghiera”: al termine dell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha sottolineato che da domani compirà il suo primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano.
E nell’udienza generale il papa ha ripreso il ciclo di catechesi che si è svolto lungo l’intero Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, incentrando la sua meditazione sul tema ‘La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale. Sperare nella vita per generare vita’: “La Pasqua di Cristo illumina il mistero della vita e ci permette di guardarlo con speranza. Questo non è sempre facile o scontato. Molte vite, in ogni parte del mondo, appaiono faticose, dolorose, colme di problemi e di ostacoli da superare”.
Per questo la vita è un dono: “Eppure, l’essere umano riceve la vita come un dono: non la chiede, non la sceglie, la sperimenta nel suo mistero dal primo giorno fino all’ultimo. La vita ha una sua specificità straordinaria: ci viene offerta, non possiamo darcela da soli, ma va alimentata costantemente: occorre una cura che la mantenga, la dinamizzi, la custodisca, la rilanci”.
Ma la vita pone alcune domande fondamentali, che possono essere apertura alla speranza: “Vivere, in effetti, invoca un senso, una direzione, una speranza. E la speranza agisce come la spinta profonda che ci fa camminare nelle difficoltà, che non ci fa arrendere nella fatica del viaggio, che ci rende certi che il pellegrinaggio dell’esistenza ci conduce a casa”.
Speranza che indica una meta: “Senza la speranza la vita rischia di apparire come una parentesi tra due notti eterne, una breve pausa tra il prima e il dopo del nostro passaggio sulla terra. Sperare nella vita significa invece pregustare la meta, credere come sicuro ciò che ancora non vediamo e non tocchiamo, fidarci e affidarci all’amore di un Padre che ci ha creato perché ci ha voluto con amore e ci vuole felici”.
Quindi la speranza è necessaria per sconfiggere la sfiducia: “Carissimi, c’è nel mondo una malattia diffusa: la mancanza di fiducia nella vita. Come se ci si fosse rassegnati a una fatalità negativa, di rinuncia. La vita rischia di non rappresentare più una possibilità ricevuta in dono, ma un’incognita, quasi una minaccia da cui preservarsi per non rimanere delusi. Per questo, il coraggio di vivere e di generare vita, di testimoniare che Dio è per eccellenza ‘l’amante della vita’, come afferma il Libro della Sapienza, oggi è un richiamo quanto mai urgente”.
E’ questa la ‘mossa’ di Gesù per restituire la dignità ad ogni persona: “Nel Vangelo Gesù conferma costantemente la sua premura nel guarire malati, risanare corpi e spiriti feriti, ridare la vita ai morti. Così facendo, il Figlio incarnato rivela il Padre: restituisce dignità ai peccatori, accorda la remissione dei peccati e include tutti, specialmente i disperati, gli esclusi, i lontani nella sua promessa di salvezza”.
Gesù guarisce in quanto genera: “Generato dal Padre, Cristo è la vita e ha generato vita senza risparmio fino a donarci la sua, e invita anche noi a donare la nostra vita. Generare vuol dire porre in vita qualcun altro. L’universo dei viventi si è espanso attraverso questa legge, che nella sinfonia delle creature conosce un mirabile ‘crescendo’ culminante nel duetto dell’uomo e della donna: Dio li ha creati a propria immagine e ad essi ha affidato la missione di generare pure a sua immagine, cioè per amore e nell’amore”.
Genera perché rimane fedele all’umanità: “La Sacra Scrittura, fin dall’inizio, ci rivela che la vita, proprio nella sua forma più alta, quella umana, riceve il dono della libertà e diventa un dramma. Così le relazioni umane sono segnate anche dalla contraddizione, fino al fratricidio… La logica di Dio, invece, è tutt’altra. Dio rimane fedele per sempre al suo disegno di amore e di vita; non si stanca di sostenere l’umanità anche quando, sulla scia di Caino, obbedisce all’istinto cieco della violenza nelle guerre, nelle discriminazioni, nei razzismi, nelle molteplici forme di schiavitù”.
Generare quindi significa fidarsi di una promessa: “Generare significa allora fidarsi del Dio della vita e promuovere l’umano in tutte le sue espressioni: anzitutto nella meravigliosa avventura della maternità e della paternità, anche in contesti sociali nei quali le famiglie faticano a sostenere l’onere del quotidiano, rimanendo spesso frenate nei loro progetti e nei loro sogni. In questa stessa logica, generare è impegnarsi per un’economia solidale, ricercare il bene comune equamente fruito da tutti, rispettare e curare il creato, offrire conforto con l’ascolto, la presenza, l’aiuto concreto e disinteressato”.
E questa promessa è sostenuta dalla Risurrezione: “Sorelle e fratelli, la Risurrezione di Gesù Cristo è la forza che ci sostiene in questa sfida, anche dove le tenebre del male oscurano il cuore e la mente. Quando la vita pare essersi spenta, bloccata, ecco che il Signore Risorto passa ancora, fino alla fine del tempo, e cammina con noi e per noi. Egli è la nostra speranza”.
Prima dell’udienza generale il papa aveva ricevuto i membri della commissione teologica internazionale, ai quali ha ricordato tre ‘risorse’: “Mi riferisco, in primo luogo, alla cattolicità della nostra fede…Di conseguenza, auspico che le vostre riflessioni si arricchiscano grazie alle molteplici esperienze delle Chiese locali.
In secondo luogo, voglio sottolineare l’importanza del dialogo inter- e trans-disciplinare con i diversi saperi e competenze. Anche questo è un compito, esigente e promettente, della Commissione Teologica Internazionale… Il vostro impegno risulta in proposito non solo utile ma necessario per proseguire con autenticità ed efficacia nell’evangelizzazione dei popoli e delle culture.
In terzo luogo, vi invito a imitare l’appassionata sapienza di Dottori della Chiesa come sant’Agostino, san Bonaventura, san Tommaso, santa Teresa di Lisieux, san John Henry Newman: in essi lo studio teologico fu sempre connesso alla preghiera e all’esperienza spirituale, condizioni indispensabili per coltivare l’intelligenza della Rivelazione, la quale non può ridursi al commento delle formule di fede. Solo in una vita conforme al Vangelo si realizza l’adesione alla divina verità che professiamo, rendendo credibile la nostra testimonianza e la missione della Chiesa”.
E’ stato un invito a portare un contributo in tutte le ‘scienze’ umane: “Carissimi, come non c’è facoltà che la fede non illumini, così non c’è scienza che la teologia possa ignorare. Attraverso uno studio a tutto tondo, siete dunque chiamati a offrire il vostro prezioso contributo al discernimento e alla soluzione delle sfide che interpellano sia la Chiesa, sia l’umanità intera”.
(Foto: Santa Sede)


























