Violenza di genere: per le donne con cittadinanza non italiana il rischio è maggiore

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In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Fondazione ISMU ETS evidenzia come la violenza di genere, che nel nostro Paese continua a essere una grave emergenza sociale, abbia un impatto ancora più marcato sulle donne con cittadinanza non italiana (CNI). Dall’analisi dei dati ISTAT relativi al numero antiviolenza e stalking 1522 emerge che, tra il 2023 e il primo semestre del 2025, hanno contattato il servizio 30.615 donne italiane e 4.148 donne con cittadinanza non italiana. Rapportando questi dati alla popolazione residente, si rileva un’incidenza dello 0,10% per le italiane e dello 0,16% per le donne con CNI, con una probabilità superiore del 60% per queste ultime di rivolgersi al servizio (senza considerare tutte coloro che non vi accedono per ragioni diverse), a conferma di una maggiore vulnerabilità legata a condizioni di precarietà sociale, economica e giuridica.

Anche l’analisi delle violenze subite nel corso della vita evidenzia un quadro complesso. I dati Istat più recenti (2025) indicano che il 31,9% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale, una percentuale sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti. Le rilevazioni disaggregate per cittadinanza rivelano però che, pur essendo simile la percentuale complessiva tra donne italiane e donne con CNI, la violenza fisica risulta più frequente tra le seconde (19,6% contro 25,7%), così come le forme più gravi: stupri e tentati stupri riguardano il 7,7% delle donne con cittadinanza non italiana, rispetto al 5,1% delle italiane. Le donne provenienti da Moldavia, Romania e Ucraina risultano tra i gruppi più esposti.

Il fenomeno trova conferma anche nei dati sui femminicidi. Fondazione ISMU ETS evidenzia come dai dati dell’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno emerge come, dal 2020 a oggi, il 23% delle 691 donne uccise aveva cittadinanza non italiana. In entrambi i gruppi, oltre il 60% dei femminicidi è commesso dal partner o dall’ex partner (nel 62% dei casi per le italiane e nel 69% per le donne con CNI), mentre sono una percentuale molto bassa i casi in cui il femminicida è il padre o un familiare, in modo equivalente per le donne italiane e con altra cittadinanza.

Quanto, invece, alla cittadinanza degli autori dei femminicidi, l’87% di chi ha ucciso una donna italiana era anch’esso italiano, mentre per le donne con altre cittadinanze il 57% non era italiano (tra questi, il 42% aveva la stessa cittadinanza della vittima) e il 32% era italiano.

Fondazione ISMU ETS richiama, inoltre, l’attenzione sulla condizione delle donne migranti e rifugiate: il Rapporto EIGE 2025 mostra che sono esposte a violenze, sfruttamento e abusi lungo tutto il percorso migratorio dai Paesi di origine ai centri di accoglienza europei, dove spesso non ricevono adeguata protezione. Anche una volta arrivate in Europa, inclusa l’Italia, il rischio di subire violenze rimane elevato.

Questa vulnerabilità è aggravata dall’intreccio tra discriminazioni di genere e status migratorio, che favorisce l’isolamento e difficoltà di accesso ai servizi. Per affrontare il fenomeno è indispensabile adottare una prospettiva intersezionale, che consideri come le discriminazioni non agiscano in modo isolato, ma si intreccino generando forme di oppressione multiple. Analizzare le interazioni tra genere, etnia, classe e status giuridico è fondamentale per cogliere la complessità delle disuguaglianze e per evitare l’uso strumentale della violenza di genere, che talvolta viene impiegato per giustificare politiche migratorie restrittive. Solo così si possono contrastare narrazioni semplificate che alimentano stereotipi e ostacolano soluzioni efficaci.

Quindi l’esposizione alla violenza di genere per le donne con cittadinanza non italiana resta estremamente elevata e si somma a una vulnerabilità già presente nei Paesi di origine e lungo le rotte migratorie, che colpisce in particolare le donne migranti e rifugiate. Il Rapporto EIGE 2025 (Addressing gender-based violence in migration) evidenzia, infatti, che le donne migranti e rifugiate sono particolarmente esposte a violenza, sfruttamento e abusi sessuali lungo tutto il percorso migratorio, dai paesi di origine ai luoghi di transito e destinazione. Non si tratta solo di violenze perpetrate da trafficanti o intermediari durante il viaggio.

A livello europeo, il rapporto segnala episodi di violenza anche nei centri di accoglienza, dove le donne non ricevono sempre adeguata protezione. Una volta giunte in Europa (ed in Italia) la situazione non migliora: il rischio di subire violenze, sia nelle relazioni intime che in contesti esterni, rimane elevato. Questa condizione è aggravata dalla sovrapposizione tra discriminazioni di genere e status migratorio, che crea un terreno fertile per sfruttamento e isolamento, ostacolando l’accesso ai servizi di protezione e giustizia:

“Per affrontare il fenomeno è indispensabile adottare una prospettiva intersezionale, che consideri come le discriminazioni non agiscano in modo isolato, ma si intreccino generando forme di oppressione multiple. Analizzare le interazioni tra genere, etnia, classe e status giuridico è fondamentale per cogliere la complessità delle disuguaglianze e per evitare l’uso strumentale della violenza di genere, che talvolta viene impiegato per giustificare politiche migratorie restrittive. Solo così si possono contrastare narrazioni semplificate che alimentano stereotipi e ostacolano soluzioni efficaci”.

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