La stagione di Leone XIV letta alla luce di un cardinale novantenne

Cardinal Zen
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24.11.2025 – Don Mario Proietti, CPPS] – In questi giorni ricevo molti commenti che reagiscono alle mie riflessioni sul magistero del Papa. Alcuni temono che soffermarsi sulle parole di Leone XIV equivalga a esaltare un pontificato contro altri; altri vedono in queste considerazioni un confronto implicito fra Papi, come se ci fossero “epoche rivali” nella vita della Chiesa. Il rischio è reale e non voglio ignorarlo, perché nulla è più pericoloso che trasformare la guida di Pietro in un campo di battaglia.

Il mio intento è diverso. Non cerco mai di contrapporre pontificati né di costruire classifiche di fedeltà o efficacia. Ogni Papa è legittimamente ciò che il Signore lo rende nel tempo in cui egli serve la Chiesa. Ogni Papa porta una grazia che non è nella sua persona, ma nel suo ministero. A noi, che viviamo alla scuola del loro insegnamento, è chiesto di comprendere il tempo presente, riconoscere la voce con cui Dio guida la sua Chiesa e restare Cattolici con cuore indiviso.

Accade però che la fatica nel leggere i testi diventi scorciatoia. Alcuni commenti lo mostrano. Sotto un mio post che spiegava, semplicemente, che il Papa non ha abolito il Filioque, qualcuno ha scritto: «Che pena, arrampicarsi sugli specchi per giustificare tutto e il contrario di tutto. Madame la Marquise, tout va très bien, tout va très bien». Parole così non nascono da cattiveria, rivelano un disagio: si reagisce per impressioni, prima ancora di verificare cosa il Papa abbia davvero scritto. Si giudica un testo che non si conosce. Si confonde il timore con la dottrina.

Questa dinamica non riguarda solo i commenti improvvisati. Esistono interpretazioni più organizzate e apparentemente rigorose, che corrono lo stesso rischio. Alcune letture della recente riflessione del Cardinal Zen, come quella diffusa da un noto sito Cattolico, presentano il suo testo in chiave drammatica e quasi esclusivamente denunciatoria, mettendo in risalto soltanto gli aspetti più tesi. La meditazione spirituale di un pastore anziano diventa così un manifesto militante. La stessa fonte può diventare strumento per edificare o per distruggere: basta cambiare l’angolatura, selezionare alcuni passaggi e tralasciarne altri. Alcune analisi sembrano difendere la verità, ma finiscono per alimentare la polarizzazione mentale, che rende difficile riconoscere l’opera dello Spirito.

Per questo occorre vigilanza interiore, anche davanti a letture, che sembrano buone o rassicuranti. Non tutto ciò che parla con tono deciso è realmente fedele. Non tutto ciò che si presenta come difesa dell’ortodossia custodisce la pace del cuore. In un tempo di tensioni, abbiamo bisogno di lucidità: quella che nasce dalla Tradizione, non dal rumore.

In questo clima, la voce del Cardinale Joseph Zen, novantatré anni, diventa preziosa. Il 18 novembre ha pubblicato una meditazione, che nasce dalla liturgia del giorno e dalla figura di Eleàzaro, l’anziano che nella Scrittura preferisce la morte al tradimento della fede. Zen riconosce in lui un modello pastorale: chi ha insegnato per una vita intera non può dare cattivo esempio alla fine del cammino.

Dal martirio biblico passa alla responsabilità episcopale, spiegando con chiarezza la natura apostolica della Chiesa, il primato di Pietro e la continuità nella Tradizione. Il suo discorso non è uno sfogo: è una lettura che unisce Scrittura, storia e dottrina. Poi entra, con libertà di spirito, nel tema che in molti hanno recepito solo in parte: la confusione dottrinale e la diluizione della responsabilità episcopale generate dalla recente gestione del Sinodo. Lo fa senza amarezza, con lo sguardo di chi ama profondamente la Chiesa e la sua verità.

Nell’ultima parte della sua riflessione, Zen afferma che anni recenti hanno generato divisione e che il compito urgente è ricomporre l’unità sulla verità. In questo contesto indica la figura di Papa Leone XIV come un segno di speranza, perché sta guidando la Chiesa con una chiarezza che riporta l’essenziale al centro.

Non è un giudizio politico. Non è uno schieramento. È l’intuizione di un pastore che ha imparato, nella sofferenza, che il popolo di Dio ha bisogno di una voce sicura, non di messaggi ambigui o linguaggi opachi. Zen vede in Leone XIV un Papa che restituisce alla Chiesa la solidità apostolica, l’unità dottrinale, la centralità dell’evangelizzazione.

Molti fedeli vivono questo tempo con trepidazione: temono che riconoscere la bellezza del magistero attuale significhi giudicare quello precedente. La voce del cardinale libera da questo timore. Mostra che un pastore può essere leale verso la Chiesa, critico verso le tendenze che confondono, e fiducioso verso il Papa che lo Spirito ha dato oggi al suo popolo.

La stagione che stiamo vivendo non è una reazione. È un ritorno. Non è uno scontro. È una ricomposizione nell’unità della verità. Non è il trionfo di un gruppo. È una possibilità nuova per tutta la Chiesa.

Per questo oggi è necessario leggere il tempo presente con serenità, riconoscendo la mano del Signore che guida la sua Chiesa attraverso Pietro, qualunque sia il suo volto. La nostra responsabilità è aderire con intelligenza e con Fede. La Tradizione non è un museo. È la vita di Cristo che attraversa i secoli. E i pastori che, come Zen, ci aiutano a leggerla con sguardo limpido diventano un dono per tutti.

La Chiesa cresce nella comunione, non nella contrapposizione. La verità unisce, non divide. E la voce del Papa è sempre la voce con cui il Signore continua a custodire il suo popolo nel cammino della storia.

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