Un discronico risveglio: quando il Papa parla ai vescovi come vescovi

Papa Leone XIV ad Assisi
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.11.2025 – Don Mario Proietti, CPPS] –Riflessione sul discorso di Papa Leone XIV alla chiusura dell’81ª Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana. C’è un dettaglio che salta agli occhi di chiunque abbia seguito questi giorni ad Assisi: il Papa ieri ha fatto ciò che, in questi anni, molti vescovi hanno smesso di fare. Ha parlato da vescovo ai vescovi. Senza sociologismi, senza curve emotive, senza il bisogno di rivestire il Vangelo con parole morbide per non disturbare. Un discorso limpido, ordinato, centrato su Cristo. Un discorso che non accarezza la realtà, la attraversa.

La differenza con l’intervento inaugurale di due giorni fa è netta. Cardinal Zuppi aveva scelto il registro del clima sociale: fragilità, lontananza, fraternità, accoglienza, dialogo. Temi importanti, certamente. Temi evangelici. Tuttavia, erano mancati alcuni pilastri indispensabili per chi deve confermare i fratelli nella fede. Leone XIV, invece, ha rimesso quei pilastri al loro posto. Ha riportato Cristo al centro, non come cornice spirituale, ma come criterio decisivo per leggere la storia.

Il punto sorgivo è stato chiarissimo: bisogna tornare al kerygma. Non al lessico ecclesiastico, non alle formule di sintesi, non ai discorsi a tema. Al kerygma. Cristo crocifisso e risorto è la misura del ministero episcopale, e tutto parte da lì. Senza questa radice la sinodalità diventa una sociologia spirituale; con questa radice torna ad essere il cammino di un popolo che segue il Signore e annuncia il suo Vangelo.

Il Papa ha parlato di comunione episcopale, non come concetto, ma come responsabilità reale. Ha richiamato la necessità di scelte concrete: l’accorpamento delle diocesi, il rispetto delle norme sui 75 anni, un serio discernimento sulle piccole realtà ecclesiali che non riescono più a sostenersi. Sono parole che impegnano, non formule per convegni.

Poi il passaggio che farà rumore: la nomina dei vescovi. Il Papa chiede consultazioni più ampie e partecipate, un ascolto reale delle comunità, una collaborazione più forte con la Nunziatura. Non è un dettaglio: è un richiamo a una trasparenza che in Italia è spesso rimasta sulla carta.

C’è poi la dimensione educativa. Il Papa non lo dice frontalmente, ma lo suggerisce con forza quando richiama la memoria del Concilio, la continuità dei convegni ecclesiali, la necessità di un umanesimo cristiano. È la parte più alta del discorso. Una Chiesa che ricorda è una Chiesa che può ancora generare cultura, non limitarsi a respirare quella del tempo.

E gli assenti? Ci sono anche loro. Non c’è un riferimento esplicito alla confusione dottrinale, alla crisi liturgica, al crollo educativo che attraversa parrocchie e famiglie. Non c’è un giudizio sulle derive teologiche che inquinano il sentire comune. Non c’è un’analisi della fragilità della fede nei suoi contenuti, nella sua trasmissione, nelle sue forme. È un silenzio che pesa, e che probabilmente verrà riempito dalla CEI con il linguaggio rassicurante di questi anni. È qui che si giocherà la partita.

Rimane però un fatto che merita attenzione. Il Papa ha parlato ai vescovi come ai successori degli apostoli. Non li ha trattati come mediatori culturali, né come gestori di un sistema. Ha ricordato loro che il cuore della missione è Cristo. È un passo avanti deciso rispetto alla stagione in cui le assemblee episcopali sembravano camminare con il fiato corto, più preoccupate di gestire equilibri che di confermare la fede.

La strada è lunga. Resta da vedere se questo discorso diventerà direzione, se troverà mani che lo raccolgono, se riaprirà il respiro apostolico che molte diocesi italiane sembrano aver smarrito. Tuttavia, oggi, in quella basilica ad Assisi, è accaduto qualcosa che merita di essere riconosciuto. Il Papa ha rimesso la bussola nelle mani dei vescovi.

Ora bisogna che qualcuno la guardi.

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