Un’analisi critica del discorso del Cardinal Zuppi ai vescovi italiani

Assemblea CEI
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.11.2025 – Don Mario Proietti, CPPS] – Rileggendo attentamente il discorso che il Cardinale Matteo Zuppi ha rivolto ai vescovi italiani, emerge una lettura accurata delle fragilità sociali del Paese. Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana descrive la lontananza, la solitudine e la ricerca spirituale soffocata dal clima culturale. Dentro queste analisi generose si nota però una serie di omissioni decisive che, considerate insieme, delineano una precisa visione programmatica per il futuro della Chiesa in Italia.

La prima omissione riguarda la crisi della Fede. Non si tratta solo di distrazione o indifferenza. Molti fedeli, molti sacerdoti e molti vescovi riconoscono che le radici della crisi sono dottrinali. L’analisi proposta dal Presidente si concentra sulle conseguenze (la lontananza) senza toccare la causa reale: la perdita di chiarezza nell’insegnamento della verità Cattolica. L’assenza di riferimenti alla confusione teologica favorisce un disorientamento crescente. Non è stato evocato il dissolvimento del senso del peccato né il compito primario di proclamare Cristo come unico Salvatore. La scelta di un approccio prevalentemente sociologico rischia di trasformare la pastorale della vicinanza in un gesto senza fondamento, esposto a un relativismo elegante e consolatorio.

Un’altra omissione riguarda il modo in cui vengono descritti i “lontani”. Non sono solo persone trascinate dall’indifferenza culturale. Esiste una parte non secondaria di battezzati che si allontana perché non riconosce più la Chiesa. Quando la Chiesa non mantiene la distinzione tra sacro e profano, tra grazia e psicologia, tra Tradizione e improvvisazione pastorale, la ferita che si crea non nasce dal mondo, nasce all’interno. La confusione liturgica e disciplinare è una ferita reale, ancora più profonda perché non nominata.

C’è poi il grande processo sinodale, presentato come “stile permanente” e come cammino imparato. La descrizione proposta ignora l’angoscia con cui molti sacerdoti vivono questa stagione. Per molti la sinodalità non è un dono, ma una pressione organizzativa che genera un senso di smarrimento e di delegittimazione. Il discorso non ha ricordato che nessuna sinodalità regge senza un fondamento dottrinale solido. Senza questo fondamento, la sinodalità si trasforma in una deriva assembleare e rischia di indebolire il ruolo episcopale nel suo compito di governo e magistero.

Molto spazio è stato dedicato alle fragilità sociali e alla ricerca soffocata. Ciò che non è stato indicato è che questi fenomeni sono sintomi di un crollo educativo senza precedenti. L’Italia vive un deserto generazionale che si manifesta nella catechesi ridotta a intrattenimento, nello smarrimento delle scuole Cattoliche, nella fatica delle famiglie, nella fragilità della formazione sacerdotale. Il discorso non ha toccato la radice del problema: senza insegnamento della Verità non esiste educazione Cristiana.

Viene poi valorizzata la dimensione del dialogo, dell’ascolto e dello “stato d’animo amico”. Queste sono realtà preziose. Rimane il fatto che non è stato ricordato ai vescovi il loro compito fondamentale: governare, insegnare e santificare. L’Italia ha bisogno di pastori che proteggano la dottrina, garantiscano una liturgia degna, discernano con fermezza, correggano gli errori, sostengano i fedeli contro le ideologie culturali. Il ruolo del vescovo non coincide con quello di un facilitatore di processi, ma con quello di un padre che guida.

Sul tema dell’evangelizzazione è stata evocata la parola “attrazione”. Manca però la definizione della missione Cristiana nella sua sostanza. L’annuncio non consiste nel semplice esserci. Inizia con la conversione e richiede un cambiamento reale di vita. La Chiesa non è una ONG, non è una piattaforma di dialogo, non è una società civile spiritualizzata. La sua vocazione è l’evangelizzazione nella verità. Il discorso è stato un grande invito alla presenza, senza un altrettanto chiaro invito alla conversione.

Tutto questo suscita una domanda legittima. Queste omissioni sono accidentali? Ascoltando alcune interviste di rappresentanti della CEI, sembrano omissioni programmatiche, destinate a sostenere un modello di Chiesa preciso: relazionale più che dottrinale, dialogante più che profetica, pastorale più che magisteriale, sociologica più che teologica, rassicurante più che correttiva.

Continuo a sperare che si tratti di omissioni accidentali. Il motivo è semplice: se non lo fossero, il risultato sarebbe una Chiesa che consola senza convertire. Una Chiesa che offre carezze senza offrire verità. Una Chiesa che parla di ferite senza sanarle. Una Chiesa che si riconosce nelle emozioni del mondo senza condurlo alla luce di Cristo. Una Chiesa che si limita a “esserci” smarrisce la propria vocazione più profonda: essere la Chiesa che conduce tutti, tutti, tutti a Gesù Cristo. Una Chiesa che non annuncia la verità non salva. Semplicemente accompagna. E un accompagnamento senza verità non sottrae l’uomo al caos. Lo lascia in balia del proprio smarrimento.

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