La favola moderna che stordisce. La morte delle Kessler e il dolore che la nostra coscienza evita di vedere
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.11.2025 – Don Mario Proietti, CPPS] – La notizia della morte delle gemelle Kessler ha riempito i giornali con la leggerezza delle storie costruite per consolare. Le immagini d’archivio, i ricordi di un’Italia televisiva più ingenua, la simmetria delle due sorelle sempre insieme hanno permesso di costruire un racconto irrealmente elegante. La cultura ha confezionato la loro uscita di scena come un finale poetico, un gesto armonioso che chiude una vita vissuta in coppia. La narrazione dominante ha preferito trasformare una tragedia in una favola moderna per evitare di guardare ciò che pulsa sotto la superficie.
Dietro le foto patinate c’è la stanchezza accumulata di quasi novant’anni, c’è la fragilità che un mondo ossessionato dall’autonomia non riesce più a sostenere. Le due sorelle hanno vissuto un’intera esistenza come un unico volto, un unico passo, una sola immagine. Hanno costruito un “noi” che il pubblico ha amato e che è diventato il loro rifugio più sicuro. Questo “noi” però non ha generato una comunità reale e non ha creato relazioni capaci di reggere il peso dell’età. È rimasto un recinto privato, affascinante e fragile nello stesso tempo.
La loro scelta di morire insieme appare coerente con una vita dove la coppia è stata tutto. È anche il segno più eloquente della società che abbiamo costruito. La paura di restare soli è diventata il vero motore nascosto di molte decisioni contemporanee. Il mondo proclama l’indipendenza, esalta l’individuo, celebra la libertà. Quando arriva l’ora della debolezza, l’individuo scopre di non avere più una comunità che lo sostiene. Resta solo la simbiosi, resta l’immagine, resta il legame chiuso che non si è mai aperto del tutto alla realtà. Una vita a due può diventare la forma più raffinata di solitudine.
Questa storia mostra la fuga dalla vulnerabilità che la nostra epoca trasforma in autodeterminazione. La cultura considera intollerabile il limite, considera inaccettabile la sofferenza, considera invadente la dipendenza. La morte programmata insieme diventa l’ultimo gesto di padronanza, un atto di regia personale che offre l’illusione di restare protagonisti fino alla fine. L’immaginario contemporaneo applaude a questa visione perché è l’estetica della libertà senza relazione, una libertà che non sopporta il pensiero di essere custodita da altri.
La retorica pubblica sta già sfruttando questa vicenda. Alcuni presentano il suicidio assistito come una conquista civile da ampliare, un diritto da rivendicare, un modello esistenziale capace di esprimere maturità. La narrazione digitale riduce tutto in slogan e propone l’idea che la dignità consista nella possibilità di scegliere il momento e il modo della propria morte. Questa logica non sostiene la vita, la impoverisce. Riduce la fine dell’esistenza a un prodotto da confezionare. Trasforma il corpo in un territorio da gestire. Trasforma la morte in un’opzione da difendere. La cultura dei social chiama libertà ciò che nasce dalla paura.
Il Cristiano non demonizza le sorelle, riconosce la ferita che hanno portato e la offre alla misericordia di Dio. Non confonde la scelta volontaria con la dignità. Non identifica l’autodeterminazione con il bene. Il Cristiano custodisce la vita in ogni stagione, anche quando chiede pazienza, aiuto, presenza e amore. La fede non traveste la fragilità, la accoglie come il luogo in cui Dio raggiunge l’uomo. Il credente non cerca il controllo, cerca la consegna. Non fugge dalla vulnerabilità, la vive come il punto in cui la creatura può finalmente lasciarsi prendere.
La storia delle Kessler rivela la distanza ormai evidente tra il racconto del mondo e la visione Cristiana dell’esistenza. Da una parte c’è l’immaginario estetico che trasforma tutto in spettacolo. Dall’altra c’è la verità della vita che chiede di essere accompagnata. In mezzo resta la responsabilità dei Cristiani: custodire il valore della morte come atto di consegna, educare a riconoscere il limite come il punto in cui Dio si fa vicino, sostenere la dignità che nasce dall’affidamento e non dal controllo.
In fondo a queste due splendide donne, di cui tutti i nostri nonni erano innamorati, è mancato ciò che nella vita umana è il gesto più misericordioso: lasciare la mano a chi scende per primo da questo carrozzone che è l’esistenza. È un coraggio che appartiene ai forti, perché chiede lucidità. La lucidità di riconoscere che ogni distacco resta provvisorio. Ogni separazione si apre alla promessa di un ritrovarsi. Ogni addio contiene già una ripresa per mano.
Questa serenità è il frutto della Fede. La Fede dona il coraggio di attraversare la fragilità senza fuggire. Dona la calma di chi sa che il tempo non separa in modo definitivo. Dona la certezza che il Signore custodisce ogni legame e non permette che vada disperso.
Solo chi vive in Dio può restare nella storia fino all’ultimo respiro senza sentirsi abbandonato.
Solo chi si affida al Signore scopre che nulla si perde, perché tutto ciò che viene consegnato a Lui ritorna trasfigurato in vita eterna.


























