Il paradosso della Nota: fonda ciò che teme di nominare

Santa Maria de la Antigua
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 10.11.2025 – Don Mario Proietti, CPPS] – Diciamoci la verità: eravamo così preoccupati di ciò che si sarebbe tolto a Maria e non ci siamo accorti che la Nota del Dicastero per la Dottrina della Fede nega con le parole ciò che, in realtà, afferma con la dottrina. È un paradosso: il documento preferisce tacere i titoli tradizionali, ma ne espone la sostanza con una chiarezza quasi sorprendente. Maria, vi si legge, «cooperò in modo singolare all’opera redentrice del Figlio», unendo la propria fede e obbedienza alla sua missione salvifica. È esattamente ciò che la teologia ha sempre inteso con il termine corredenzione.

Quando afferma che il suo “sì” all’Annunciazione trova compimento sotto la Croce, “dove rimane unita al Figlio nella stessa offerta d’amore”, la Nota riconosce implicitamente il principio della cooperazione materna alla Redenzione: la Vergine non aggiunge nulla all’opera del Figlio, ma ne partecipa come strumento unito, instrumentum coniunctum, direbbe San Tommaso.

E ancora: il documento insegna che Maria «continua a esercitare nella Chiesa una funzione di intercessione e di mediazione materna». È la formula stessa del Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 62): “La beata Vergine è invocata nella Chiesa come Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice”.

Questa è la dottrina classica della Mediatrix omnium gratiarum (Mediatrice di tutte le grazie): una mediazione subordinata ma reale, fondata sull’unione intima tra la Madre e il Figlio.

Se si mettono in fila questi passaggi, la logica è limpida: Maria ha cooperato alla Redenzione; la sua cooperazione è libera, consapevole e unita al sacrificio di Cristo; essa perdura nella sua intercessione materna, nell’ordine della grazia.

Ora, questa è precisamente la definizione teologica di Corredentrice e Mediatrice. Non c’è bisogno di forzarla: è già lì, nel cuore del testo. Solo che, invece di affermarlo esplicitamente, il documento lo nasconde dietro una cautela linguistica. È come se si difendesse la verità, ma si avesse paura del suo nome.

Non è la prima volta che accade nella storia della Chiesa. Anche nei secoli passati, i teologi hanno evitato termini forti, pur sostenendone il contenuto. La prudenza, quando è retta, custodisce; quando si spinge oltre, rischia di rendere invisibile ciò che dovrebbe brillare.

Mater populi fidelis non cade nell’errore, ma soffre di una timidezza pastorale che la impoverisce. Non nega la mariologia tradizionale, ma la vela.

Eppure, se la si legge senza pregiudizi, il risultato è sorprendente: nel tentativo di arginare un linguaggio ritenuto ambiguo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha finito per offrire una delle esposizioni più chiare e coerenti della dottrina della corredenzione e della mediazione mariana degli ultimi decenni. La realtà che la Nota teme di nominare è proprio quella che difende nel suo sviluppo teologico.

Siamo dinanzi ad un paradosso che diventa grazia. E allora sì, dobbiamo perfino ringraziare il Prefetto. Non perché abbia chiarito ogni cosa, ma perché, nel tentativo di chiudere una pagina, ne ha riaperta una più grande. Nel voler mettere ordine nel linguaggio, ha finito per riconfermare il contenuto della Fede; nel desiderio di “moderare” la devozione, ha ridato vigore alla teologia.

Il documento Mater populi fidelis, pensato per spegnere le discussioni, ne ha acceso una di più profonda: quella sulla verità della Redenzione, sull’amore che unisce il Figlio e la Madre, sulla forza reale della grazia. Ha voluto evitare il titolo di Corredentrice e Mediatrice, ma per farlo ha dovuto percorrere, punto per punto, tutta la via che li giustifica. Così, paradossalmente, la Nota finisce per fondare ciò che teme di nominare.

Per questo, da credenti, possiamo dire che lo Spirito Santo ha soffiato anche tra le righe di un testo prudente: ha fatto sì che, tentando di velare la verità, la si rendesse ancora più evidente. Lo Spirito non si lascia imbrigliare da formule né da omissioni: scrive diritto anche su righe storte e trasforma ogni tentativo di silenzio in una nuova parola di luce.

E forse è proprio questa la lezione più grande della Mater populi fidelis: che la verità mariana non ha bisogno di essere difesa con le armi della polemica, ma lasciata risplendere nella sua semplicità. Maria non reclama onori. Porta in sé il mistero di Dio fatto uomo, e in lei la Redenzione si è fatta carne.

Foto di copertina: la statua di Nostra Signora de La Antigua, patrona di Panamá, esposta durante la presentazione della Nota dottrinale “Mater populi fidelis” (Madre del popolo fedele) presso la Curia dei Gesuiti a Roma, il 4 novembre 2025.
L’immagine della Santissima Vergine Maria era in una cappella laterale della Cattedrale di Siviglia in Spagna. Questa cattedrale fu ricostruita nel XIV secolo, e l’immagine fu conservata. Così cominciarono a chiamarla Santa Maria de La Antigua (ossia, dell’Antica Cattedrale).
Santa Maria de La Antigua è stata la prima invocazione arrivata nell’Istmo di Panamá nel 1510 inizialmente collocata in un villaggio di Darién. Questo avvenne all’arrivo di Vasco Núñez de Balboa e del Seminarista (Bachiller) Martín Fernández de Enciso. Avevano promesso alla Vergine Maria che avrebbero dato il suo nome ad un villaggio se fossero sopravvissuti alla feroce battaglia con i nativi. Così, dopo la vittoria, al villaggio del capo indio Cémaco diedero il nome di Santa Maria de La Antigua. Il 9 settembre 1513, Papa Leone X crea la prima diocesi in Terra Ferma a Santa Maria de la Antigua e la cappella della Vergine viene elevata al rango di cattedrale. Questa nuova diocesi era suffragata dall’Archidiocesi di Siviglia. Il 15 agosto 1519 viene fondata la Città di Panamá dove si onora Nostra Signora del Verano (dell’Estate) o dell’Assunzione. Ma nel 1524 la diocesi di Santa Maria la Antigua si trasferisce nell’appena fondata città di Panamá. Anche l’invocazione si trasferisce e Santa Maria de la Antigua diventa, per continuità ecclesiastica, titolare della capitale del Panamá e patrona del Regno di Terra Ferma del Sud di Castiglia dell’Oro, Panamá.

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