Il modernismo pastorale e il conflitto d’interessi nella formazione ecclesiale

Catecismo
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.10.2025 – Don Mario Proietti, CPPS] – Mentre la Conferenza Episcopale Italiana si prepara a votare il testo che dovrà orientare la formazione dei battezzati nei prossimi anni, appare sempre più chiaro che la vera questione non riguarda la metodologia, ma la teologia. Non si tratta di definire strumenti, ma di stabilire se la formazione ecclesiale rimanga radicata nella fede Cattolica o stia lentamente scivolando verso una nuova ideologia pastorale.

L’intervista rilasciata il 13 ottobre 2025 da Monsignor Francesco Savino, Vicepresidente della CEI, offre un esempio emblematico di questo slittamento. Le sue parole, pronunciate con la serenità di chi si sente parte di un processo ormai irreversibile, esprimono un linguaggio che non appartiene più alla tradizione teologica della Chiesa, ma a una visione antropologica e sociologica del cristianesimo.

Savino parla di “ripensare l’antropologia”, di “dogmi dinamici”, di “diritto di amare anche a livello sessuale” per le persone omosessuali e transessuali. Propone che il Catechismo venga aggiornato per “registrare un cambiamento di posizione” della Chiesa verso il mondo LGBTQ+. Tutto ciò, dice, in nome di una Chiesa più inclusiva, più accogliente, più vicina alla sensibilità contemporanea.

Queste affermazioni non rappresentano un semplice punto di vista personale. Pronunciate da un Vicepresidente della CEI, diventano il sintomo di una trasformazione che attraversa l’intero episcopato italiano: la sostituzione della teologia con la psicologia, della soteriologia con la sociologia, della rivelazione con la narrazione.

1. Il conflitto di interessi spirituale

Nel capitolo del testo CEI dedicato alla formazione, avevo già richiamato la necessità di domandarsi se esistano conflitti di interessi in seno alla Conferenza. Non solo economici, ma teologici. Il conflitto di interessi sorge quando chi è chiamato a custodire la verità di Cristo ne propone una versione adattata alle sensibilità culturali. Quando un pastore che rappresenta l’episcopato afferma che il dogma è “dinamico” e che la morale può cambiare, si crea una frattura tra il ministero ricevuto e la fede che dovrebbe trasmettere.

Il compito del vescovo non è quello di reinterpretare la fede secondo le scienze umane, ma di illuminarle con la fede. Il magistero episcopale, in questo caso, diventa un magistero di opinione, una produzione di linguaggi alternativi che confondono il popolo di Dio e indeboliscono la comunione con la Sede Apostolica.

2. L’espressione compiuta del modernismo

Quanto si ascolta in questa intervista corrisponde pienamente alla descrizione del modernismo fatta da San Pio X nella Pascendi dominici gregis (1907): “Il modernista, filosofo, riduce tutto a esperienza; credente, fa consistere la fede in un sentimento religioso; teologo, la riduce a simbolo; riformatore, vuole rinnovare la Chiesa secondo la scienza moderna.”

Savino parla infatti di esperienza, sentimento, evoluzione, comprensione e diritti. Non si tratta più della Fede che illumina la ragione, ma della ragione che riplasma la Fede. È il rovesciamento del principio tomista secondo cui gratia non tollit naturam, sed perficit eam: qui la grazia non perfeziona più la natura, ma viene subordinata alla psicologia.

Questa ideologia pastorale coincide perfettamente con la diagnosi di Pio X: un Cristianesimo senza dogma, una rivelazione senza trascendenza, una morale senza peccato. È il modernismo nella sua forma più sottile: non più dottrinale, ma pastorale.

3. La CEI come soggetto politico

Il linguaggio ecclesiale si è progressivamente politicizzato. Le parole chiave del documento in votazione, “inclusione”, “diversità”, “accompagnamento”, “dialogo”, sono categorie tipiche della comunicazione civile contemporanea, non della teologia Cattolica. L’attenzione alle minoranze, la retorica dei diritti, l’appello alla “convivialità delle differenze” vengono presentati come nuovi orizzonti evangelici, mentre rappresentano un adattamento culturale alla mentalità dominante.

La CEI, così, da organismo pastorale diventa soggetto politico, non nel senso partitico, ma ideologico: una struttura che elabora linguaggi mondani per ottenere consenso e legittimazione culturale. In questo quadro, l’intervista di Savino non è un episodio isolato, ma la conferma di una direzione.

4. L’autorità reale del documento CEI

Molti fedeli, e spesso anche operatori pastorali, pensano che un documento approvato dalla CEI abbia valore magisteriale o vincolante per le diocesi, le parrocchie e i fedeli. In realtà, non è così.

La Conferenza Episcopale Italiana, come tutte le conferenze episcopali nazionali, non possiede un magistero proprio distinto da quello dei singoli vescovi o del Romano Pontefice. Lo ricorda chiaramente il Codice di Diritto Canonico al canone 447: “La Conferenza Episcopale è la riunione dei Vescovi di una nazione, che esercitano insieme alcune funzioni pastorali per il bene dei fedeli.”

Le sue deliberazioni diventano vincolanti solo in due casi: quando riguardano materie amministrative approvate dalla Sede Apostolica (recognitio), oppure quando traducono in norme applicative una disposizione universale già promulgata dal Papa. In tutti gli altri casi, i documenti CEI hanno valore consultivo e orientativo.

Ogni vescovo, nella propria diocesi, conserva piena autorità per accogliere, applicare o anche sospendere tali indicazioni, qualora non le ritenga conformi alla Tradizione o al bene delle anime. E i fedeli, in virtù di Lumen gentium 37, hanno “il diritto e talvolta il dovere” di esprimere le loro riserve quando ravvisano un errore o un rischio dottrinale.

Di conseguenza, un documento che presenti elementi teologicamente ambigui o contrari al Magistero non può obbligare in coscienza. Il suo valore non è normativo, ma solo propositivo.

Questo significa che l’eventuale approvazione del testo in votazione non avrà valore dottrinale per la Chiesa italiana, né potrà modificare l’insegnamento su questioni di fede e morale.

Tuttavia, la sua approvazione avrà conseguenze pratiche: diventerà un punto di riferimento per linee pastorali, percorsi formativi e documenti diocesani. In tal modo, anche senza vincolare formalmente, produrrà un effetto deformante nella prassi ecclesiale, e dunque nella coscienza dei fedeli.

5. La dissoluzione della dottrina nella pastorale

La radice di questo fenomeno è l’inversione dei ruoli: la pastorale, che dovrebbe derivare dalla dottrina, è divenuta la sua fonte. Quando la pastorale si emancipa dalla teologia, nasce l’illusione di poter risolvere ogni problema attraverso l’accoglienza, dimenticando che la vera accoglienza è conversione.

La verità è vista come ostacolo, la dottrina come rigidezza, la grazia come concetto superato. È un linguaggio che sostituisce il Vangelo con la sensibilità. Il male non è più il peccato, ma il giudizio morale. La redenzione non è più un dono, ma un diritto.

6. Ritorno alla Fede viva

San Pio X scriveva che “il modernismo è la sintesi di tutte le eresie”. Non lo diceva per condannare le persone, ma per salvare la fede. Il vescovo di Cassano, come molti oggi, parla di un “Cristo inclusivo” ma dimentica che Cristo include chiamando alla conversione. Il Vangelo accoglie, ma nella verità.

Il rimedio a questa deriva non è un nuovo documento, ma un ritorno alla Fede viva: quella che nasce dall’Eucaristia, si nutre della Scrittura e si forma alla scuola dei santi. La Chiesa non deve adattarsi al mondo, deve salvarlo. E il mondo si salva quando qualcuno ha il coraggio di dire che la verità non cambia.

L’approvazione del documento CEI, se avverrà nella sua forma attuale, costituirà di fatto una scelta dottrinale, anche se travestita da opzione pastorale. Chi approverà, approverà un impianto che traduce il Vangelo in linguaggio sociologico, la grazia in diritto, la verità in sentimento. Sarà, ipso facto, l’assenso a uno schema modernista che, come già ammoniva San Pio X, dissolve la Fede nel divenire delle idee umane.

Le conseguenze non tarderanno a manifestarsi: un indebolimento della coscienza personale dei pastori, che si abitueranno a votare testi ambigui pur di evitare divisioni; e una confusione della coscienza ecclesiale del popolo di Dio, che non saprà più distinguere ciò che è bene da ciò che è semplicemente accettato.

La storia della Chiesa insegna che ogni compromesso sulla verità genera ferite più profonde dell’errore stesso. Per questo, il discernimento che i vescovi compiranno sabato non sarà solo procedurale, ma escatologico: riguarderà la fedeltà di ciascuno al proprio giuramento di Fede.

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